Dott. Ivano Lanzini

Psicologo, epistemologo, docente di

Psicoterapia psicoanalitica

 

OSSERVATORIO CATTOLICO.

 L’ESPERIENZA RELIGIOSA NELLA STANZA D’ANALISI

 

             Pensiamo di facilitare il lettore, esponendo secondo un ordine numerale progressivo lo snodarsi dei macro-obiettivi che ci siamo prefissi:

  1. Anzitutto fornire allo psicologo e allo psicoterapeuta quegli strumenti concettuali e metodologici per meglio comprendere la specifica incidenza che i vissuti religiosi (prevalentemente di matrice cristiano-cattolica) hanno nell’insorgenza di conflitti intrapsichici, connessi a quelle tematiche (l’orientamento sessuale, la transessualità, l’aborto, la procreazione assistita ecc.) che trovano nella teologia morale cattolica e nel Magistero una sostanziale condanna, in questo modo spesso provocando nel paziente/credente una accentuazione di stati confusivi, colpevolizzanti e tali da farlo oscillare tra vergogna, colpa, risentimento e, soprattutto, paralisi esistenziale;

 

  1. Conseguentemente, esplorare e meglio comprendere la specificità del vissuto religioso nella sua duplice dimensione di fede, come posizione esistenziale profonda nei confronti del mondo e della vita, e di credenza di/in verità che sostanziano tale dimensione di contenuti cognitivi, di impegni e stili relazionali e di specifiche prassi comportamentali;

 

  1. Infine, proporre una metodologia di indagine – ovviamente di natura preminentemente psicologica – sull’esperienza umana e culturale della religione, capace di coglierne il senso esistenziale profondo, la sua perdurante incidenza (anche se, oggi, in forme più frammentate e indirette di un tempo) sull’autocomprensione dell’uomo in quanto ‘creatura’, quindi il suo esprimere esigenze e bisogni di tale pregnanza da apparire quasi come strutturali.

 

Pensiamo che il raggiungimento – sicuramente approssimato e privo di intenzioni classificatorie – di questi obiettivi possa:

  1. da un lato rendere la pratica psicoterapica più ricca e fine, più attenta e ‘delicata’ e quindi sinceramente rispettosa dell’esperienza della fede che il paziente, in quanto credente, di fatto porta sempre con sé in un contesto – quello psicoterapico, appunto – in cui emozioni, affetti, codici culturali vengono sempre e inevitabilmente ‘rimessi in gioco ’ … dal paziente stesso;

  2. dall’altro, consentire allo stesso terapeuta una parallela esplorazione e rivisitazione dei propri impliciti assunti esistenziali, anche in riferimento alle problematiche poste dalla dimensione religiosa; problematiche che, nel percorso formativo clinico, sono raramente prese in considerazione, anche per un mal posto spirito di sufficienza di certa derivazione ideologico-laicistica (che nulla ha  che vedere – lo si approfondirà meglio in seguito – con la ‘laicità’ tipica del metodo scientifico);

  3. infine, dall’altro ancora, potrà favorire alla stessa psicologia clinica nuovi e più produttivi strumenti concettuali capaci di strutturare un dialogo sereno e produttivo con l’interlocutore cattolico, soprattutto là e quando questo interlocutore pare ribadire con l’autorevolezza del possesso della ‘Verità’ posizioni e concezioni etiche a tutt’oggi prive di un attendibile riscontro scientifico e, come abbiamo evidenziato in alcuni recenti articoli, tali da produrre nei pazienti un aumento significativo di sofferenza e disagio.

 

Affinché questo progetto possa svolgersi correttamente è però indispensabile, a nostro parere, definire meglio le sue coordinate metodologiche e di ‘atteggiamento’ nei confronti del vissuto religioso, della dimensione religiosa nei suoi aspetti fideistici e istituzionali.

A questo riguardo ci vengono in aiuto buoni, convalidati ‘suggerimenti’ che derivano dalla antropologia culturale e dalla fenomenologia. Ci riferiamo alle seguenti ‘avvertenze’ che, ancora una volta, formalizziamo schematicamente per renderle più chiare:

aa. non è possibile indagare una realtà culturale – specie della densità e profondità di quella religiosa (essendo la religiosità una sorta di ‘civiltà dell’anima’) – se tale realtà non viene metodologicamente posta e riconosciuta nella sua legittimità, sensatezza e ragionevolezza: la negazione di questa avvertenza metodologica esprime o implica l’esistenza di una pre-comprensione squalificante; di un vero pre-giudizio. Quindi di un che di altamente distorsivo dei processi di analisi e comprensione.

bb. altrettanto è impossibile indagare tale realtà se l’indagine non è sospinta da un interesse per l’oggetto di indagine. E ben sappiamo, dopo Popper e Gadamer, che un vero inter-esse è l’espressione di un atteggiamento empatico, a sua volta connesso alla capacità di ‘sentire’, anzi, se mi è concessa una parola che devo ad una mia colta paziente, di ‘sentimentare’: cioè di cogliere coinvolgenti sintonie emotivo-affettive, curiosità e persino ‘accordi tematici’. In altre parole, una indagine di questo genere e con questo genere di ‘oggetto’ non può non vederci im-plicati. Come del resto avviene in riferimento ad indagini musicali, artistiche o di natura letteraria, specie se poetica. Sì perché c’è musica, poesia e arte nella dimensione religiosa e nei suoi vissuti costituitivi. Ci fideremmo della recensione di un brano di jazz fatta da un critico musicale che detesta il jazz o a cui il jazz non dice niente?

cc. conseguentemente, ci paiono altamente disfunzionali ad una indagine sulla dimensione, anzi sulla multi-dimensione religiosa, posizioni che partono da assunzioni marcatamente ateistiche. Per due ragioni essenziali: anzitutto, perché si tratterebbe di premesse filosofiche e filosoficamente molto dubbie se non inconsistenti, peraltro speculari ad una religiosità dogmatica e veritativa. Inoltre perché – e lo si vede in casi clamorosi come quelli di Dawkins, Harris, Dennet e il ‘nostro’ Odifreddi – questi “new bright atheists’ critici della religione per un verso riducono il religioso alla dottrina, per un altro riducono ancora il religioso all’istituzionale, cadendo nell’anticlericalismo [legittimo, ma non metodologicamente afferente al religioso!]; per un altro ancora perché paiono espressione di una ‘sordità profonda’. Per riprendere la metafora musicale di cui sopra, questi indagatori-critici ‘brillanti’ intrattengono con il loro oggetto di ‘indagine’ un rapporto così carico di pregiudizi aprioristici da non essere in grado di comprendere il senso di ciò che criticano. Sono cioè persone che ‘ascoltano’ la musica percependola come ‘rumore’. Io posso prediligere Mahler e non amare Mozart, non essere in sintonia con Mozart, ma non dirò mai che è insopportabile o ‘rumoroso’. Ne comprendo la struttura armonica e melodica, ma la mia sensibilità mi spinge verso Mahler. La mia sensibilità musicale – cioè la stessa sensibilità che può legittimamente portare altri a preferire Mozart. Fuor di metafora: solo la capacità di sentire la sensibilità religiosa in quanto espressione di una più profonda sensibilità umana mi può portare a comprenderla e a non condividerla (più).

dd. proprio perché consaputa delle avvertenze viste in aa. bb. cc., la nostra indagine può seguire un coerente ‘ateismo metodologico ‘ – come del resto avviene in qualsiasi campo scientifico. Intendendo con tale espressione la pratica di una indagine che non può partire da premesse meta-fisiche né, tanto meno, dando per scontata la giustificazione che la religione, in tutte le sue declinazioni teologiche, magisteriali e tradizionali, da di sé.

 Così ad esempio, non si potrà partire, nella comprensione ‘scientifica’ della fede, dall’assunto che essa è essenzialmente ‘un dono di Dio’. Bensì si tratterà di comprendere come tale concezione della fede si sia formata e come venga vissuta e che effetti produca nel fedele stesso. Non si dovrà cioè dare nulla per scontato o vero o certo o assodato, ma tutto verrà passato al vaglio della critica e della ragione. Di una ragione, si badi, che non si riduce alla razionalità scientifica (decisamente parziale e inadeguata – perché estranea alla “logica specifica dell’oggetto specifico” in questione). E nemmeno alla pura razionalità cartesiana. Al puro esprit de geometrie. Al contrario, proprio perché memore della grande lezione psicoanalitica, sarà una ragione intrisa di finesse, ovvero in sintonia con le ragioni del cuore, anzi capace di espandere quel ‘cuore pascaliano’ così da coglierlo nelle sue declinazioni emotive, affettive, estetiche. Sarà, appunto, una ragione psicologica a tutto campo e di ampio respiro, ben consapevole che solo se “niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo” è possibile comprendere l’uomo nelle sue più intime declinazioni psicologiche e culturali.

E’ all’interno di questo quadro metodologico che nei prossimi articoli metteremo a fuoco alcune delle posizioni della morale cattolica su temi che, per noi psicologi, hanno una particolare pregnanza perché fortemente interferenti con i vissuti psico-patologici delle persone, talvolta, come nel caso dell’omosessualità, con effetti patentemente patogeni.

Ma proprio per permettere al lettore (psicologo e non) di meglio comprendere la forte articolazione teorica della morale cattolica, prenderemo le mosse da un tema apparentemente antico o superato dal ‘senso comune’ (più o meno conformistico): ci riferiamo al tema della contraccezione. Giacché nella critica cattolica dei sistemi contraccettivi ‘non naturali’ è possibile cogliere alcune delle ‘ragioni’ che verranno utilizzate nella condanna dell’omosessualità e, prima ancora, del divorzio.

Dott. Ivano Lanzini

Psicologo, epistemologo, docente di

Psicoterapia psicoanalitica

 

OSSERVATORIO CATTOLICO.

 L’ESPERIENZA RELIGIOSA E IL REATO DI OMOFOBIA

Il lettore che, con pazienza, ha seguito l’intreccio dei nostri articoli apparsi sotto la rubrica ‘Osservatorio cattolico’ avrà probabilmente notato l’esistenza di un filo rosso che li anima e ne definisce il senso ultimo. Si tratta di un ‘filo’ strategico che, a questo punto del nostro percorso, ci sembra utile sviluppare e chiarire nei suoi obiettivi nel contesto di una Rivista come suiGeneris che esplicitamente mette a tema l’intera problematica connessa alla fenomenologia dei legami affettivi ed erotici nei loro complessi aspetti psicologici, culturali e giuridici.

Stavamo terminando queste note introduttive e di chiarificazione metodologica, quando siamo venuti a conoscenza di un articolo di Gianfranco Amato, presidente della Associazione giuristi per la Vita, apparso sulla Bussola del 29 maggio u.s.. Si tratta della ricostruzione dell’intervento che l’avvocato Amato ha svolto presso la commissione Giustizia della Camera, all’interno delle audizioni che la suddetta commissione ha organizzato onde discutere il Ddl Zan concernente l’introduzione del reato di omofobia.

Si tratta di un intervento interessante e intellettualmente onesto, concettualmente rigoroso, degno della massima attenzione, perché condensa una linea di riflessione che ben rappresenta il punto di vista cattolico sul tema non solo del reato di omofobia ma, e non solo implicitamente, sul modo stesso di intendere l’omosessualità nei suoi aspetti giuridici, relazionali e psicologici.

Data la ricchezza dell’intervento, ci limiteremo agli aspetti di maggiore rilevanza psicologica – senza per questo non tener conto del taglio prevalentemente (ma non esclusivamente) giuridico delle argomentazioni dell’Avv. Amato.

A tal fine, utile è partire da una avvertenza che lo stesso Amato, con vigore, pone proprio in sede di conclusione del suo argomentare: ci riferiamo al principio-monito per cui “non si deve assolutamente… legiferare per finalità meramente ideologiche”. Principio sul quale non si può non concordare, e che, purtroppo, lo stesso Amato viene a contraddire in diversi momenti del suo discorso – che, lo diciamo subito, rimane pure ispirato ad un sano, condivisibile intento di tutelare “fondamentali libertà costituzionali quali quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso”.

Osserviamo subito, allora, come l’avvocato Amato usi con disinvoltura il termine ideologico – forse perché non prettamente connesso alla riflessione giuridica, ma a quella filosofica. Per Amato, infatti, ideologico sta per pensiero fazioso, infondato e sostanzialmente disonesto. In breve, contrario alla verità. Meglio, alla Verità. Sì perché, per Amato, si dà una Verità, per di più definitiva, sulla essenza perversa, immorale, ‘innaturale’ dell’omosessualità e quindi sul carattere intrinsecamente distruttivo della famiglia umana eterosessuale di qualsiasi ammissione, giuridicamente garantita, circa l’ammissibilità di una famiglia omosessuale, per non parlare della possibilità di concedere a tale famiglia la possibilità di adottare figli!

            Lo diciamo chiaramente: tutto questo, nel discorso di Amato, quasi non compare, in modo esplicito. Per quanto – come vedremo - questo sia il senso profondo, l’intento strategico dell’intero discorso. Con estrema perizia retorica, Amato, infatti si muove secondo una più ampia prospettiva: quella di dimostrare l’inconsistenza di qualsiasi legge che volesse introdurre il reato di omofobia (sono 4 attualmente le leggi in esame alla Camera!) evidenziando come del concetto-chiave di ‘omofobia’ non si dia alcuna definizione concettuale chiara, univoca e scientificamente fondata. Anche perché tale termine non è contemplato né nel DSM, né nell’ICD: e quindi sarebbe estraneo a qualsiasi classificazione patologica riconosciuta, riconoscibile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi, osserva Amato, in quanto “concetto amorfo e indefinibile’ quello di ‘omofobia’ non dovrebbe assolutamente essere introdotto e tantomeno configurato come reato. Non solo, ma siffatta sciagurata ipotesi, si presenterebbe come un gravissimo e pericoloso scivolamento verso la logica dei sistemi totalitari – nei quali la violazione flagrante del principio di legalità, per la quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento, veniva ad attuarsi proprio attraverso l’uso di definizione vaghe di reati dagli incerti confini, come il ”delitto di azione controrivoluzionaria” che, durante il periodo staliniano, veniva utilizzato per schiacciare qualsiasi forma di dissenso e opposizione, in forza del carattere prettamente soggettivo (leggi partitico) con cui il termine ‘controrivoluzionario’ veniva interpretato e applicato, giuridicamente.

Non c’è che dire, la mossa, degna di Gorgia, è ben fatta. Però è una mossa scoperta… scopertamente inconsistente.

Per due ragioni. Anzitutto, perché il termine ‘omofobia’ non è termine psicopatologico o psichiatrico. Non rimanda ad una patologia, nel senso della classica nosografia medica. Ecco perché non compare nel DSM!

Esso, al contrario e molto semplicemente, sta ad indicare il comportamento – culturalmente supportato – di disprezzo, denigrazione, discriminazione, insulto e offesa (fisica o morale) rivolto contro persone (uomini e donne) di orientamento omosessuale e, traslatamente, verso persone la cui identità di genere non coincide con quella biologica.

L’introduzione – sulle cui forme tecniche non è nostra competenza entrare – di un eventuale reato di ‘omofobia’ non rappresenta niente altro che una modalità di tutela e rispetta della piena dignità e libertà esistenziale di queste persone: il riconoscimento della loro piena eguaglianza giuridica. In breve, null’altro che un allargamento inclusivo della nostra stessa Costituzione – che appunto non tollera discriminazioni di sesso, religione, cultura, ‘razza’ ecc.

Questo e niente altro è il senso – culturale e, se vogliamo, anche sanamente politico e, ci pare, correttamente giuridico delle varie proposte in esame al Parlamento. Nulla a che vedere con la configurazione di reati di opinione e – soprattutto, giacché questo è il legittimo interesse dell’avvocato – di opinione e fede religiosa.

A meno che l’avvocato Amato non tema, paradossalmente, proprio questo: che il riconoscimento di uno specifico reato di ‘omotransfobia’, recando con sé l’implicito rafforzamento del principio del pieno rispetto giuridico-costituzionale e quindi culturale e di civiltà delle declinazioni dell’orientamento sessuale di uomini e donne, unitamente al rispetto dei vissuti psicosessuali che portano una persona a non riconoscersi nel proprio sesso biologico, metta capo a tre conseguenze più ampie e di natura culturale:

  1. da un lato ad una piena legittimazione non solo in termini di libertà giuridica, ma anche di riconoscimento giuridico dei legami affettivi omoerotici e della loro eventuale configurazione matrimoniale;

  2. dall’altro, alla derubricazione della posizione ufficiale e magisteriale della Chiesa Cattolica – della sua Verità – a semplice opinione, per quanto autorevole ed espressiva di una tradizione di pensiero, di costumi e fede di portata secolare;

  3. infine, che questa posizione cattolica possa essere oggetto di persecuzione, con la conseguenza di criminalizzare ogni proposta educativa coerente con i principi morali del cattolicesimo.

Questo, del resto, è il timore che la stessa C.E.I. ha ritenuto opportuno di ‘gridare di fronte a Dio e agli uomini’ con i suoi gridati interventi contro l’insieme di leggi sulla omotransfobia, appunto assunti come premessa per la limitazione di “fondamentali diritti alla libertà di educazione” (Cfr. Avvenire, 11 giugno scorso).

            Ancora una volta – ci rammarica il sottolinearlo, soprattutto perché siamo, come psicologi e psicoterapeuti,  molto sensibili al danno connesso alla limitazione del modo di pensare e di progettare modelli educativi, nel complesso e contraddittorio iter delle diverse agenzie educative (dalla famiglia alla scuola, dalle varie realtà associative, culturali  e politiche, alle configurazioni istituzionali, ivi incluse le varie confessioni e chiese) – dobbiamo constatare come sia la Chiesa (almeno a livello di C.E.I.) e vasti settori della cultura cattolica ‘di base’: dai suoi giornali (La Bussola, Tempi, per esempio), a Radio Maria, su fino ad alcuni vescovi ( cfr. Antonino Raspanti: cfr. Il fatto quotidiano, del 6 giugno u.s.) ed associazioni come AGAPO, e Genitori Oggi, a scadere nell’ideologico, per di più subdolamente e autoritariamente.

            Subdolamente perché, per l’ennesima volta si usa il pretesto della ‘ideologia gender’ nella versione (che a noi risulta unica,  e unicamente e paradossalmente cattolica) per cui il sesso biologico è del tutto inafferente alla dimensione emotivo-affettiva-cognitiva, così che si avrebbe il diritto di sentirsi maschio o femmina a piacere e a rivendicare, presso lo Stato, il diritto al riconoscimento di questa variabilità ultrasoggettiva. Tale ideologia, giudicata da Papa Francesco come una “bomba atomica” posta sotto l’istituto familiare, rappresenterebbe la nuova, ‘satanica’ (direbbe in uno dei suoi momenti più appassionati Padre Livio da Erba), colonizzazione culturale, il medium conformistico che porterebbe “ad una società senza differenze di sesso… così svuotando la base antropologica della famiglia” (Cfr. Amoris Laetitia).

            Ora, tutto questo nulla ha a che vedere con le leggi sulla omotransfobia. Anzitutto, perché tali (eventuali) leggi si limitano, doverosamente, a sanzionare il divieto e la punibilità di qualsiasi modalità di INSULTO, in tutte le sue forme nei confronti di persone di orientamento omosessuale e transessuali. Con Didier Eribon concordiamo appieno nell’evidenziare come proprio la categoria dell’insulto abbia rappresentato e rappresenti ancora oggi il commento ‘culturale’ che a lungo ha incorniciato i vissuti di persone omosessuali e (forse di più) transessuali (Cfr. Didier Eribon: Reflexions sur la question gay, Fayard, Paris, 1999). E a questo ‘insulto’ ha contribuito per secoli la Chiesa cattolica stessa : “Gli omosessuali e le lesbiche sono stati perseguitati… per il solo fatto di amare e volersi bene: una cosa illogica! (A.Maggi, teologo su La fede quotidiana, del 6 luglio 2016)

Nulla a che vedere quindi con la suddetta “teoria gender” – che anzi da questa legge viene contraddetta, per lo meno nei fatti, dal momento che l’omosessualità mostra non l’intercambiabilità dei sessi, ma la variazione dell’orientamento sessuale nel contesto della dimensione affettivo-erotico-amorosa: appunto, per riprendere Maggi, del volersi bene dentro un progetto di vita! Esattamente come la transessualità mostra la persistenza delle strutture identitarie maschio-femmina, dal momento che nella transessualità i sessi non vengono negati, ma ‘disperatamente’ ricomposti nella dicotomia (ancora oggi da comprendere e ben ‘spiegare’) corpo/mente o, meglio, corpo/anima.

Certamente, ma questo è un portato della libertà di pensiero e, in buona misura degli sviluppi delle ricerche biogenetiche, neuroscientifiche, psicologiche, psicoanalitiche, antropologiche, il riconoscimento pieno della “normalità” – nel senso della non intrinseca patologicità – dell’amore omosessuale e quindi della sua equivalenza, in ordine alla costruzione di validi legami affettivi, capaci anche di famiglia; e quindi il delinearsi di una cultura delle relazioni affettive più allargata e inclusiva e non vincolata dogmaticamente alla funzione procreativa – ma non per questo contraddittoria e tanto meno contrastante la famiglia etero [che rimane, di fatto e diritto, la modalità relazionale ancora dominante e condivisa socialmente] – colloca la cultura cattolica della famiglia, delle relazioni affettive, della procreazione, del suo senso di compartecipazione al piano-progetto divino ecc. nell’ambito importante - ma non più unico né moralmente convincente e comportamentalmente cogente – dell’opzione etica. Di UNA OPZIONE ETICA.

La Chiesa cattolica ha il sacrosanto diritto di ribadire, predicare, proclamare tale opzione come l’unica vera, l’unica Verità sull’uomo. Potrà tranquillamente continuare a citare i testi sacri nelle pagine (invero non molte, non semplici, talvolta ambigue e come tali riconosciute da altre letture confessionali cristiane) ove si sostiene la ‘strutturale immoralità’ dell’omosessuale nella sua dimensione ‘agita’, ovvero in quanto pratica erotico-relazionale. Potrà continuare nella riproposizione del suo modo di intendere ‘La letizia dell’amore’.

Così come l’Associazione dei Genitori e Amici di Persone Omosessuali potrà continuare, privatamente e pubblicamente, a recitare la seguente preghiera per i giovani figli omosessuali:

 

Preghiera dei genitori

Suggeriamo una preghiera per i genitori credenti con un/a figlio/a omosessuale. E’ adatta anche per i genitori non o poco credenti perché comunque invoca (quel)lo Spirito che da solo può guarire.

 

Oh Signore, Dio nostro, a te ci rivolgiamo in sofferenza,

per nostro/a figlio/a così ferito/a nel profondo del suo essere uomo/donna.

Invia il tuo Spirito Santo su di lui per aiutarlo/la

A riconoscere il tuo disegno,

Che maschi e femmine ci hai creati.

Oh Signore, ti preghiamo di darci la forza

di essere bravi genitori per nostro/a figlio/a

In questo momento così tormentato

Aiutaci ad amarlo/la come i genitori amano i propri figli

Aiutaci ad amarlo/la, anche con questa sua tendenza

che non ha scelto.

Invia il tuo Spirito Santo per guidarci nei nostri affetti, pensieri e azioni

Aiutaci a comprendere il limite di quello che è nelle nostre mani

Aiutaci a vivere con serenità la nostra relazione con lui

perché solo dall’amore può venire la guarigione.

Oh Signore, Dio nostro, dà serenità e forza al nostro matrimonio

Perché noi stessi riusciamo a essere uomo e donna come a te piace

E perché la nostra famiglia continui a essere

Attraverso la sua testimonianza una guida per il/la nostro/a figlio/a

Che affidiamo pienamente a te con questa preghiera.

 

Immensi ci paiono gli errori concettuali ed empirici di questa preghiera. Il più grave, e tutt’ora diffuso, è quello di non riconoscere che un uomo che ama un uomo è e rimane pienamente uomo e maschio; così come una donna, rimane pienamente donna e femmina nel suo amare un’altra donna. Ci addolora sentire parlare di ‘guarigione’ per ciò che non è malattia e soprattutto sentire affermare che l’amore guarisce quando non accoglie e rispetta.

Ancora di più, ci addolora il dolore che, proprio in questa drammatica e umanissima preghiera, appare nella sua straziante inaccettazione di ciò che, non scelto, si mostra intrinseco, intimo, ‘cuore del figlio/a’.

Ecco, la legge sulla omostransfobia vuole che questo cuore venga rispettato. Niente di più.

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