Ivano Lanzini

psicologo, epistemologo, psicoanalista, docente di psicoterapia psicoanalitica (diversamente sognatore)

 

LEGGERE LA STORIA.

Osservazione a latere sul parlare di fede e altri ‘segni dei tempi’.

Ogni mattina, per cinque giorni la settimana, Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria , offre ai suoi ascoltatori una rubrica: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”, nella quale eventi di cronaca  (politica, sociale, culturale, di costume) vengono commentati e inseriti nella prospettiva della ‘visione cristiana della storia’: alla luce cioè di quella concezione onto-cosmologico-teologica per cui la storia dell’uomo è storia della salvezza, anzi di una salvezza redenta.

Niente di eccezionale: Padre Livio, infatti, ribadisce alcuni punti fermi e consolidati della dottrina cattolica che trovano riscontro ufficiale nello stesso catechismo. Punti che, schematicamente, si riassumono così: 1) l’uomo è creatura di Dio; 2) la sua disobbedienza e il suo rifiuto di riconoscersi come creatura lo hanno portato a peccare gravemente, mortalmente; 3) a questa caduta strutturale nel peccato che ha reso l’uomo ‘nemico di Dio’, e schiavo di se stesso, succube alle sue peggiori inclinazioni istintuali, Dio risponde amorevolmente inviando il suo figlio prediletto, Cristo Gesù; 4) in forza della sua passione, morte e resurrezione, l’uomo viene redento dal peccato originale e restituito alla possibilità dell’amicizia con Dio; 5) con la resurrezione di Gesù la storia dell’uomo si fa storia della redenzione, aperta alla speranza e destinata a riportare l’umanità a re-incontrare Dio godendo della sua amorosa presenza in tempi e cieli nuovi.

Tutto bene? Non esattamente: per quanto il destino ultimo dell’uomo sia un destino di salvezza, è altrettanto vero che, per motivi misteriosi e imperscrutabili, Dio ha permesso che Satana, essere intelligentissimo, angelo ribelle e decaduto, possa svolgere  un’opera distruttiva nel piano della salvezza, tentando l’uomo e inducendolo sistematicamente al male. La storia della salvezza si trasforma quindi nella storia di una battaglia metafisica ove l’umanità stessa diviene la posta in gioco tra due schieramenti. Che non sono paritari – Le schiere di Dio e di Cristo , vinceranno, su questo i cristiani non hanno dubbi. Tuttavia la battaglia vedrà una fase finale critica, nella quale la potenza del male si appaleserà nella sua pienezza: si rivelerà [ e ‘Apocalisse’ significa, in effetti, Rivelazione] in tutta la sua potenza e capacità di persuasione occulta e menzognera del genere umano e della chiesa stessa. Che si troveranno in difficoltà gravi al punto che la maggioranza dell’umanità, come gli Ebrei che tradirono Mosè ri-convertendosi al paganeggiante vitello d’oro, si troverà ad abbandonare la fede cristiana, praticare un grande rifiuto del Dio di Gesù. Sarà l’epoca della grande apostasia. L’ultima prova, dalla quale riusciranno vincenti coloro che han tenuto salda la fede e portato a termine la grande battaglia.

Ecco: è proprio  questo drammatico, declinante percorso della storia dell’umanità che Padre Livio denuncia, presentandolo con estrema sicurezza, come già da tempo in atto. A suo parere, già dai tempi della Rivoluzione francese. Il liberalismo capitalistico, il nazifascismo e il comunismo, nelle loro sfaccettature pratiche e ideologiche sono, per Padre Livio i primi segni della grande potenza del grande Tentatore. Il modernismo, poi, col suo corrodere, dall’interno della Chiesa Cattolica stessa, elementi essenziali della dottrina (l’esistenza dell’inferno, il carattere mitico-mitologico di tanti passaggi dell’Antico e del Nuovo testamento, l’infallibilità del papà ecc.) rappresenta una astuta e perfida manovra diabolica.

Ma cosa rende il Nostro così certo di questo  complessivo ingresso nella fase apocalittica della storia? Da un lato, vi sarebbero “dati fattuali”: anzitutto l’apostasia dell’Occidente ricco e capitalistico, con il suo materialismo pratico; inoltre lo sviluppo parossistico delle armi nucleari e quindi il realizzarsi della capacità autodistruttiva dell’uomo e del pianeta stesso; ancora – e per Padre Livio questa è la prova delle prove – il delinearsi trionfante di una dittatura del pensiero unico e del relativismo culturale con il suo portare a destituire di significato ogni istanza spirituale e trascendente e col suo porre l’uomo al centro dell’universo, così da creare, di fatto, “una religione dell’uomo”. Praticamente, la ripetizione all’ennesima potenza del peccato originale di disobbedienza, superbia, tracotanza.

Come se non bastasse: tutto sarebbe confermato dal 40 anni di presenza di Maria a Medjugorje. Di una Madre di Dio che da 40 anni è qui come Regina della Pace ad ammonire, esortare, annunciare segni prodigiosi e prodromici di esiti finali o quasi della battaglia ‘finale’. Del resto, secondo Padre Livio, Maria avrebbe formalmente annunciato che ‘Satana è sciolto dalle catene’, quindi libero di spadroneggiare; che “Satana regna e desidera distruggere le vostre vite e il pianeta sul quale camminate” ;“troppe persone non credono più nell’inferno”; e ”un numero molto grande va all’inferno e “che solo “se sarete miei, vincerete”. Non solo, ma avrebbe affidato ai sei veggenti il compito di rivelare, a tempo debito (che per padre Livio è ravvicinato) 10 segni, tre attinenti alla realtà umana e spirituale di Medjugorje, sette al mondo intero. Sarebbero questo segni-segnali di avvertenza e ammonimento, finalizzati alla conversione, si spera di molti o alla dannazione dei recidivi che non vogliono accogliere le verità cristiane.

La pandemia stessa, per Padre Livio è stata permessa da Dio quale segnale per un possibile ravvedimento. Ovviamente inascoltato in/da un mondo che già si vive senza Dio. Che cammina sul baratro. Che vuole restare nella caverna di Platone perché rifiuta la luce proprio come Cristo stesso non venne riconosciuto dal suo popolo!

Crisi della famiglia, anzi attacco sistematico alla famiglia, legittimazione dell’omosessualità; teorie gender che liquiferebbero ogni identità biologica; divorzio, aborto, contraccezione, pretese femministe di accedere a ruoli sacerdotali…. Ecco, anche di tutto questo è fatta la strategia del grande menzognero, del falsario e omicida. Di colui che, appunto perché sciolto dalle catene, può ora accedere ai grandi centri di potere economico, politico e massmediale: i ‘giornaloni’, come li chiama Padre Livio.

Orbene, se ci trovassimo di fronte al leader di una setta evangelica, o pentecostale; ad un fratello templare; ad uno studioso o scrittore eccentrico alla Dan Brown… allora…. Pur nel mantenimento di un fondamentale rispetto verso qualsiasi visione del mondo… allora ci sentiremmo più sereni e confermati nelle incredibili capacità immaginative della mente umana.

Padre Livio però rappresenta una istituzione formale e reale e realmente rappresentativa di una parte significativa del mondo e del popolo cattolico. E questo non solo perché Radio Maria vanta quasi due milioni di ascoltatori che raggiungono i 35/40 milioni  a livello mondiale – essendo le ‘filiali’ di Radio Maria sparse in 52 paesi in quasi tutti i continenti. Quanto perché è un luogo di convergenza di quel cattolicesimo popolare, tradizionalista, sospettoso della modernità, critico verso ogni ermeneutica non fondazionalista della Bibbia e, sul piano filosofico, ancorato ad un tomismo vecchia maniera, non praticato più da tempo nei seminari e nelle stesse università cattoliche.

Ovviamente, il senso di questi rilievi a latere non ha nulla a che vedere col pieno e ‘sacrosanto’ diritto da parte di Padre Livio e di Radio Maria di diffondere questa concezione apocalittica della storia. A noi interessa rilevare come questa concezione viene presentata e proposta. Perché è in questo ‘come’ che, a nostro avviso e alla luce delle nostre specifiche competenze, è reperibile una modalità ad ampio impatto suggestivo-manipolatorio attivante i sistemi più semplici e relativamente primitivi dell’animo umano. Precisamente quei sistemi – a base neurologica timico-limbica – che sostengono gli stati emozionali della paura, dell’ansia, dell’angoscia; che attivano sensi di colpa così spingendo all’obbedienza; che producono percezioni di minaccia così inducendo atteggiamenti iperprotettivi, a loro volta sconfinanti con la produzione di vissuti persecutori se non già paranoici.

Accade, insomma, quello che non dovrebbe mai accadere in un contesto che si vorrebbe spirituale e attento alla sensibilità umana verso questioni importanti come quelle concernenti la complessità del vivere; la problematicità del dolore, del male, dell’ingiustizia largamente dominante il sistema economico-politico mondiale; e ancora i temi del senso delle cose e del vivere; la ragionevolezza e/o illusorietà di una apertura al trascendente. In breve, alle questioni che la tradizione filosofica stessa nonché la letteratura e l’arte hanno da sempre affrontato, con stili differenti, certo, ma certamente non impositivi né terroristici.

Per fare qualche semplice esempio:  che senso ha ricondurre sotto la categoria del demoniaco, del diabolico, del satanico (il climax è espressivo della tonalità retorica di Padre Livio) una crisi del cristianesimo, le cui radici hanno a che fare con profondi mutamenti culturali e con una palese incapacità delle istituzioni ecclesiali di intercettarli fornendo risposte nuove e adeguate a quel senso critico che, dall’Illuminismo kantiano in poi, è parte integrante del pensare liberamente.

Che senso ha attribuire la suddetta crisi al diffondersi di un pensiero unico (sempre sospinto da un satana scatenato, peraltro col permesso di Dio!)  quando  tratto dominante della cultura moderna è la sua complessa pluralità,  che non si riconosce più nelle grandi e però insufficienti categorie della modernità e che per questo si trova a procedere per tentativi di esplorazione di un nuovo che ancora non pare definirsi, mentre il vecchio, per riprendere Gramsci, stenta a morire: a passare il testimone.

Che senso ha parlare di un complotto satanico, di un ‘dragone infernale’, di un ‘antico serpente’ che vuole distruggere la chiesa e il suo corpo magisteriale (vescovi e papi) quando è proprio questa chiesa e questo corpo magisteriale il ‘produttore’ di una serie di scandali sessuali la cui gravità risiede non solo nella loro estensione quantitativa e nel dolore destrutturante causato alle vittime della pedofilia, quanto nella copertura, nella reticenza e nella colpevolmente ( satanicamente?!) tardiva assunzione di responsabilità istituzionali consentendo denunce e trattamenti ‘laici’.

Quello però che ci preoccupa ancora di più – proprio come psicologi e psicoterapeuti – è che questo modo di comunicare così ricco di aggettivazioni ,‘predicazioni’ e immagini emozionali  (:distruggere, inquinare, maledire, pervertire, avvelenare; come pure infernale, vomitevole, fangoso, delirante, abominevole, maledetto; fuoco, lacrime, tormenti, bolge, morte eterna, ecc) è perfettamente sincrono e simpatetico con la comunicazione pubblicitaria e massmediale, con la quale condivide un tratto – questo sì strutturale nella diffusione della ‘cultura’ : ci riferiamo all’attacco alle capacità riflessive e critiche del pensiero. Attacco che, appunto, passa e si scandisce proprio in un linguaggio emotivistico e immaginifico, nonché sintatticamente e semioticamente rozzo, primitivo. Un linguaggio che non offre spunti di pensiero e per il pensiero, ma che intercetta il viscerale che è in noi, che stimola il sistema parasimpatico, che fa sussultare, sobbalzare, impaurire, impanicare, indignare, arrabbiare. O, ma è la stessa cosa, spinge all’obbedienza, al timore reverenziale, allo scongiuro.

E forse non è del tutto casuale che, su un altro e ben più nobile e autorevole versante, quello papale – si pensi all’ultima intervista a Fazio – il papa usi un linguaggio opposto: ultra semplificato, al limite della comunicazione infantile; un tono calmo e quieto, rassicurante, coerente con contenuti diffusi e comuni, non specificamente cristiani. Un linguaggio dell’ovvio: pace, solidarietà, amore e accoglienza per gli immigrati, valore dell’amicizia, condivisione, famiglia, bambini, cura del creato. Interessante che un papa si declini secondo modalità confortanti e codici psicologico-sociali, ove lo specifico e l’aspro della dottrina cristiana venga solo sfiorato.

Interessante e, in parte sconcertante, è poi prendere atto di come all’unica domanda penetrante che Fazio ‘osa’ porre: “perché il male dei bambini, degli innocenti? Perché Dio lo permette?” il papa risponda con “Non lo so, è un mistero”. Ovviamente il papa ne sa qualcosa: la domanda rappresenta il cuore della Teodicea: la lunga complessa contorta riflessione teologica sul perché Dio consenta il male innocente. Solo che la risposta sarebbe complessa, tecnicistica e non semplificabile o diluibile nel linguaggio di grandi ovvietà, di verità banali, di esortazioni ‘francescane’.  Una risposta che, se formalizzata, avrebbe potuto di colpo innalzare il livello di attenzione critica, che avrebbe incrinato il clima di magico stupore aleggiante nello studio di Fazio e sul suo viso quasi adorante. 

Ecco, forse ci troviamo di fronte, come ben aveva intuito dal carcere Gramsci, alla enorme capacità della Chiesa di declinarsi millimetricamente tra le pieghe e le dislocazioni socio-culturali del paese e del mondo. Qui possiamo aggiungere, la capacità di usare linguaggi funzionali a bypassare – come avviene nella tradizione ipnotica ericksoniana – la soglia dell’attentività critica del pensiero. Quella soglia che produce domande, apre alla perplessità, induce al dubbio e alla pausa.

Forse per questo, il linguaggio rigoroso, concettuale, aspro ma coerente con un sicuro impianto teologico di papa Benedetto XVI era così inviso al cattolicesimo emozionale e a non poca cultura laica di bocca buona. Questo papa – cui dobbiamo i primi veri passi di modificazione della vecchia posizione ecclesiale sulla pedofilia – aveva il coraggio dell’onestà intellettuale. La capacità di ‘tenere il punto’ permettendo così una risposta riflessa e riflessiva. Non emozionale: almeno a coloro che avevano la capacità e la volontà dell’ascolto. Come pure del dissenso altrettanto ragionato e critico.

Ma siamo purtroppo oltre. Come, per altri versi, evidente nella crisi pandemica, con il diffondersi delle teorie complottistiche, di narrazioni allucinate (controllo delle menti, strategie di riduzione della popolazione mondiale, sterminio dei bambini, la Cina nuovo ‘dragone infernale’ che produce virus) e di cure esoterico-infantili (la papaya di Montagner!).

Ci troviamo in un momento storico ove occorre lottare non  solo contro l’ignoranza (ancora abbondante in vaste aree del mondo) ma anche e soprattutto contro una sotto-cultura che usa il linguaggio come rivestimento di stati d’animo; le parole come transustanziazione di spasmi viscerali; la comunicazione come propaganda; l’immagine come urto percettivo, spesso sgraziato e accecante. Appunto: la luce come ombra.

Che sia questo il vero ‘segno dei tempi’? 

Cui magari tentare di  porre rimedio con pensieri pensati e non agiti? Con argomenti distesi e piani? Con aperture problematizzanti? Con disponibilità dialogiche prive sia di atteggiamenti minacciosi e squalificanti l’altro perché posseduto dal demonio, sia di atteggiamenti concilianti ciò che è già condiviso allo scopo di occultare ciò che ancora è da chiarire e chiarirsi?

Soprattutto con ‘letture’ della storia prive della magistralità autoritaria di un punto di vista supposto rivelato, ma ancora capaci di quella sensibilità al possibilità del plurale, del complesso e del contraddittorio che abita l’umano e l’umana condizione?

Che sia questa una speranza non vana? Che parla da una ‘cattedra’ che, per riprendere la felice intuizione di U. Eco e del Card. Martini, non è più tra credenti e non credenti, ma tra persone pensanti?

Ivano Lanzini

 
 

L’ESPERIENZA RELIGIOSA NELLA STANZA D’ANALISI

 

Pensiamo di facilitare il lettore, esponendo secondo un ordine numerale progressivo lo snodarsi dei macro-obiettivi che ci siamo prefissi:

  1. Anzitutto fornire allo psicologo e allo psicoterapeuta quegli strumenti concettuali e metodologici per meglio comprendere la specifica incidenza che i vissuti religiosi (prevalentemente di matrice cristiano-cattolica) hanno nell’insorgenza di conflitti intrapsichici, connessi a quelle tematiche (l’orientamento sessuale, la transessualità, l’aborto, la procreazione assistita ecc.) che trovano nella teologia morale cattolica e nel Magistero una sostanziale condanna, in questo modo spesso provocando nel paziente/credente una accentuazione di stati confusivi, colpevolizzanti e tali da farlo oscillare tra vergogna, colpa, risentimento e, soprattutto, paralisi esistenziale;

 

  1. Conseguentemente, esplorare e meglio comprendere la specificità del vissuto religioso nella sua duplice dimensione di fede, come posizione esistenziale profonda nei confronti del mondo e della vita, e di credenza di/in verità che sostanziano tale dimensione di contenuti cognitivi, di impegni e stili relazionali e di specifiche prassi comportamentali;

 

  1. Infine, proporre una metodologia di indagine – ovviamente di natura preminentemente psicologica – sull’esperienza umana e culturale della religione, capace di coglierne il senso esistenziale profondo, la sua perdurante incidenza (anche se, oggi, in forme più frammentate e indirette di un tempo) sull’autocomprensione dell’uomo in quanto ‘creatura’, quindi il suo esprimere esigenze e bisogni di tale pregnanza da apparire quasi come strutturali.

 

Pensiamo che il raggiungimento – sicuramente approssimato e privo di intenzioni classificatorie – di questi obiettivi possa:

  1. da un lato rendere la pratica psicoterapica più ricca e fine, più attenta e ‘delicata’ e quindi sinceramente rispettosa dell’esperienza della fede che il paziente, in quanto credente, di fatto porta sempre con sé in un contesto – quello psicoterapico, appunto – in cui emozioni, affetti, codici culturali vengono sempre e inevitabilmente ‘rimessi in gioco ’ … dal paziente stesso;

  2. dall’altro, consentire allo stesso terapeuta una parallela esplorazione e rivisitazione dei propri impliciti assunti esistenziali, anche in riferimento alle problematiche poste dalla dimensione religiosa; problematiche che, nel percorso formativo clinico, sono raramente prese in considerazione, anche per un mal posto spirito di sufficienza di certa derivazione ideologico-laicistica (che nulla ha  che vedere – lo si approfondirà meglio in seguito – con la ‘laicità’ tipica del metodo scientifico);

  3. infine, dall’altro ancora, potrà favorire alla stessa psicologia clinica nuovi e più produttivi strumenti concettuali capaci di strutturare un dialogo sereno e produttivo con l’interlocutore cattolico, soprattutto là e quando questo interlocutore pare ribadire con l’autorevolezza del possesso della ‘Verità’ posizioni e concezioni etiche a tutt’oggi prive di un attendibile riscontro scientifico e, come abbiamo evidenziato in alcuni recenti articoli, tali da produrre nei pazienti un aumento significativo di sofferenza e disagio.

 

Affinché questo progetto possa svolgersi correttamente è però indispensabile, a nostro parere, definire meglio le sue coordinate metodologiche e di ‘atteggiamento’ nei confronti del vissuto religioso, della dimensione religiosa nei suoi aspetti fideistici e istituzionali.

A questo riguardo ci vengono in aiuto buoni, convalidati ‘suggerimenti’ che derivano dalla antropologia culturale e dalla fenomenologia. Ci riferiamo alle seguenti ‘avvertenze’ che, ancora una volta, formalizziamo schematicamente per renderle più chiare:

aa. non è possibile indagare una realtà culturale – specie della densità e profondità di quella religiosa (essendo la religiosità una sorta di ‘civiltà dell’anima’) – se tale realtà non viene metodologicamente posta e riconosciuta nella sua legittimità, sensatezza e ragionevolezza: la negazione di questa avvertenza metodologica esprime o implica l’esistenza di una pre-comprensione squalificante; di un vero pre-giudizio. Quindi di un che di altamente distorsivo dei processi di analisi e comprensione.

bb. altrettanto è impossibile indagare tale realtà se l’indagine non è sospinta da un interesse per l’oggetto di indagine. E ben sappiamo, dopo Popper e Gadamer, che un vero inter-esse è l’espressione di un atteggiamento empatico, a sua volta connesso alla capacità di ‘sentire’, anzi, se mi è concessa una parola che devo ad una mia colta paziente, di ‘sentimentare’: cioè di cogliere coinvolgenti sintonie emotivo-affettive, curiosità e persino ‘accordi tematici’. In altre parole, una indagine di questo genere e con questo genere di ‘oggetto’ non può non vederci im-plicati. Come del resto avviene in riferimento ad indagini musicali, artistiche o di natura letteraria, specie se poetica. Sì perché c’è musica, poesia e arte nella dimensione religiosa e nei suoi vissuti costituitivi. Ci fideremmo della recensione di un brano di jazz fatta da un critico musicale che detesta il jazz o a cui il jazz non dice niente?

cc. conseguentemente, ci paiono altamente disfunzionali ad una indagine sulla dimensione, anzi sulla multi-dimensione religiosa, posizioni che partono da assunzioni marcatamente ateistiche. Per due ragioni essenziali: anzitutto, perché si tratterebbe di premesse filosofiche e filosoficamente molto dubbie se non inconsistenti, peraltro speculari ad una religiosità dogmatica e veritativa. Inoltre perché – e lo si vede in casi clamorosi come quelli di Dawkins, Harris, Dennet e il ‘nostro’ Odifreddi – questi “new bright atheists’ critici della religione per un verso riducono il religioso alla dottrina, per un altro riducono ancora il religioso all’istituzionale, cadendo nell’anticlericalismo [legittimo, ma non metodologicamente afferente al religioso!]; per un altro ancora perché paiono espressione di una ‘sordità profonda’. Per riprendere la metafora musicale di cui sopra, questi indagatori-critici ‘brillanti’ intrattengono con il loro oggetto di ‘indagine’ un rapporto così carico di pregiudizi aprioristici da non essere in grado di comprendere il senso di ciò che criticano. Sono cioè persone che ‘ascoltano’ la musica percependola come ‘rumore’. Io posso prediligere Mahler e non amare Mozart, non essere in sintonia con Mozart, ma non dirò mai che è insopportabile o ‘rumoroso’. Ne comprendo la struttura armonica e melodica, ma la mia sensibilità mi spinge verso Mahler. La mia sensibilità musicale – cioè la stessa sensibilità che può legittimamente portare altri a preferire Mozart. Fuor di metafora: solo la capacità di sentire la sensibilità religiosa in quanto espressione di una più profonda sensibilità umana mi può portare a comprenderla e a non condividerla (più).

dd. proprio perché consaputa delle avvertenze viste in aa. bb. cc., la nostra indagine può seguire un coerente ‘ateismo metodologico ‘ – come del resto avviene in qualsiasi campo scientifico. Intendendo con tale espressione la pratica di una indagine che non può partire da premesse meta-fisiche né, tanto meno, dando per scontata la giustificazione che la religione, in tutte le sue declinazioni teologiche, magisteriali e tradizionali, da di sé.

 Così ad esempio, non si potrà partire, nella comprensione ‘scientifica’ della fede, dall’assunto che essa è essenzialmente ‘un dono di Dio’. Bensì si tratterà di comprendere come tale concezione della fede si sia formata e come venga vissuta e che effetti produca nel fedele stesso. Non si dovrà cioè dare nulla per scontato o vero o certo o assodato, ma tutto verrà passato al vaglio della critica e della ragione. Di una ragione, si badi, che non si riduce alla razionalità scientifica (decisamente parziale e inadeguata – perché estranea alla “logica specifica dell’oggetto specifico” in questione). E nemmeno alla pura razionalità cartesiana. Al puro esprit de geometrie. Al contrario, proprio perché memore della grande lezione psicoanalitica, sarà una ragione intrisa di finesse, ovvero in sintonia con le ragioni del cuore, anzi capace di espandere quel ‘cuore pascaliano’ così da coglierlo nelle sue declinazioni emotive, affettive, estetiche. Sarà, appunto, una ragione psicologica a tutto campo e di ampio respiro, ben consapevole che solo se “niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo” è possibile comprendere l’uomo nelle sue più intime declinazioni psicologiche e culturali.

E’ all’interno di questo quadro metodologico che nei prossimi articoli metteremo a fuoco alcune delle posizioni della morale cattolica su temi che, per noi psicologi, hanno una particolare pregnanza perché fortemente interferenti con i vissuti psico-patologici delle persone, talvolta, come nel caso dell’omosessualità, con effetti patentemente patogeni.

Ma proprio per permettere al lettore (psicologo e non) di meglio comprendere la forte articolazione teorica della morale cattolica, prenderemo le mosse da un tema apparentemente antico o superato dal ‘senso comune’ (più o meno conformistico): ci riferiamo al tema della contraccezione. Giacché nella critica cattolica dei sistemi contraccettivi ‘non naturali’ è possibile cogliere alcune delle ‘ragioni’ che verranno utilizzate nella condanna dell’omosessualità e, prima ancora, del divorzio.

Ivano Lanzini

OSSERVATORIO CATTOLICO

L’ESPERIENZA RELIGIOSA E IL REATO DI OMOFOBIA

Il lettore che, con pazienza, ha seguito l’intreccio dei nostri articoli apparsi sotto la rubrica ‘Osservatorio cattolico’ avrà probabilmente notato l’esistenza di un filo rosso che li anima e ne definisce il senso ultimo. Si tratta di un ‘filo’ strategico che, a questo punto del nostro percorso, ci sembra utile sviluppare e chiarire nei suoi obiettivi nel contesto di una Rivista come suiGeneris che esplicitamente mette a tema l’intera problematica connessa alla fenomenologia dei legami affettivi ed erotici nei loro complessi aspetti psicologici, culturali e giuridici.

Stavamo terminando queste note introduttive e di chiarificazione metodologica, quando siamo venuti a conoscenza di un articolo di Gianfranco Amato, presidente della Associazione giuristi per la Vita, apparso sulla Bussola del 29 maggio u.s.. Si tratta della ricostruzione dell’intervento che l’avvocato Amato ha svolto presso la commissione Giustizia della Camera, all’interno delle audizioni che la suddetta commissione ha organizzato onde discutere il Ddl Zan concernente l’introduzione del reato di omofobia.

Si tratta di un intervento interessante e intellettualmente onesto, concettualmente rigoroso, degno della massima attenzione, perché condensa una linea di riflessione che ben rappresenta il punto di vista cattolico sul tema non solo del reato di omofobia ma, e non solo implicitamente, sul modo stesso di intendere l’omosessualità nei suoi aspetti giuridici, relazionali e psicologici.

Data la ricchezza dell’intervento, ci limiteremo agli aspetti di maggiore rilevanza psicologica – senza per questo non tener conto del taglio prevalentemente (ma non esclusivamente) giuridico delle argomentazioni dell’Avv. Amato.

A tal fine, utile è partire da una avvertenza che lo stesso Amato, con vigore, pone proprio in sede di conclusione del suo argomentare: ci riferiamo al principio-monito per cui “non si deve assolutamente… legiferare per finalità meramente ideologiche”. Principio sul quale non si può non concordare, e che, purtroppo, lo stesso Amato viene a contraddire in diversi momenti del suo discorso – che, lo diciamo subito, rimane pure ispirato ad un sano, condivisibile intento di tutelare “fondamentali libertà costituzionali quali quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso”.

Osserviamo subito, allora, come l’avvocato Amato usi con disinvoltura il termine ideologico – forse perché non prettamente connesso alla riflessione giuridica, ma a quella filosofica. Per Amato, infatti, ideologico sta per pensiero fazioso, infondato e sostanzialmente disonesto. In breve, contrario alla verità. Meglio, alla Verità. Sì perché, per Amato, si dà una Verità, per di più definitiva, sulla essenza perversa, immorale, ‘innaturale’ dell’omosessualità e quindi sul carattere intrinsecamente distruttivo della famiglia umana eterosessuale di qualsiasi ammissione, giuridicamente garantita, circa l’ammissibilità di una famiglia omosessuale, per non parlare della possibilità di concedere a tale famiglia la possibilità di adottare figli!

            Lo diciamo chiaramente: tutto questo, nel discorso di Amato, quasi non compare, in modo esplicito. Per quanto – come vedremo - questo sia il senso profondo, l’intento strategico dell’intero discorso. Con estrema perizia retorica, Amato, infatti si muove secondo una più ampia prospettiva: quella di dimostrare l’inconsistenza di qualsiasi legge che volesse introdurre il reato di omofobia (sono 4 attualmente le leggi in esame alla Camera!) evidenziando come del concetto-chiave di ‘omofobia’ non si dia alcuna definizione concettuale chiara, univoca e scientificamente fondata. Anche perché tale termine non è contemplato né nel DSM, né nell’ICD: e quindi sarebbe estraneo a qualsiasi classificazione patologica riconosciuta, riconoscibile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi, osserva Amato, in quanto “concetto amorfo e indefinibile’ quello di ‘omofobia’ non dovrebbe assolutamente essere introdotto e tantomeno configurato come reato. Non solo, ma siffatta sciagurata ipotesi, si presenterebbe come un gravissimo e pericoloso scivolamento verso la logica dei sistemi totalitari – nei quali la violazione flagrante del principio di legalità, per la quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento, veniva ad attuarsi proprio attraverso l’uso di definizione vaghe di reati dagli incerti confini, come il ”delitto di azione controrivoluzionaria” che, durante il periodo staliniano, veniva utilizzato per schiacciare qualsiasi forma di dissenso e opposizione, in forza del carattere prettamente soggettivo (leggi partitico) con cui il termine ‘controrivoluzionario’ veniva interpretato e applicato, giuridicamente.

Non c’è che dire, la mossa, degna di Gorgia, è ben fatta. Però è una mossa scoperta… scopertamente inconsistente.

Per due ragioni. Anzitutto, perché il termine ‘omofobia’ non è termine psicopatologico o psichiatrico. Non rimanda ad una patologia, nel senso della classica nosografia medica. Ecco perché non compare nel DSM!

Esso, al contrario e molto semplicemente, sta ad indicare il comportamento – culturalmente supportato – di disprezzo, denigrazione, discriminazione, insulto e offesa (fisica o morale) rivolto contro persone (uomini e donne) di orientamento omosessuale e, traslatamente, verso persone la cui identità di genere non coincide con quella biologica.

L’introduzione – sulle cui forme tecniche non è nostra competenza entrare – di un eventuale reato di ‘omofobia’ non rappresenta niente altro che una modalità di tutela e rispetta della piena dignità e libertà esistenziale di queste persone: il riconoscimento della loro piena eguaglianza giuridica. In breve, null’altro che un allargamento inclusivo della nostra stessa Costituzione – che appunto non tollera discriminazioni di sesso, religione, cultura, ‘razza’ ecc.

Questo e niente altro è il senso – culturale e, se vogliamo, anche sanamente politico e, ci pare, correttamente giuridico delle varie proposte in esame al Parlamento. Nulla a che vedere con la configurazione di reati di opinione e – soprattutto, giacché questo è il legittimo interesse dell’avvocato – di opinione e fede religiosa.

A meno che l’avvocato Amato non tema, paradossalmente, proprio questo: che il riconoscimento di uno specifico reato di ‘omotransfobia’, recando con sé l’implicito rafforzamento del principio del pieno rispetto giuridico-costituzionale e quindi culturale e di civiltà delle declinazioni dell’orientamento sessuale di uomini e donne, unitamente al rispetto dei vissuti psicosessuali che portano una persona a non riconoscersi nel proprio sesso biologico, metta capo a tre conseguenze più ampie e di natura culturale:

  1. da un lato ad una piena legittimazione non solo in termini di libertà giuridica, ma anche di riconoscimento giuridico dei legami affettivi omoerotici e della loro eventuale configurazione matrimoniale;

  2. dall’altro, alla derubricazione della posizione ufficiale e magisteriale della Chiesa Cattolica – della sua Verità – a semplice opinione, per quanto autorevole ed espressiva di una tradizione di pensiero, di costumi e fede di portata secolare;

  3. infine, che questa posizione cattolica possa essere oggetto di persecuzione, con la conseguenza di criminalizzare ogni proposta educativa coerente con i principi morali del cattolicesimo.

Questo, del resto, è il timore che la stessa C.E.I. ha ritenuto opportuno di ‘gridare di fronte a Dio e agli uomini’ con i suoi gridati interventi contro l’insieme di leggi sulla omotransfobia, appunto assunti come premessa per la limitazione di “fondamentali diritti alla libertà di educazione” (Cfr. Avvenire, 11 giugno scorso).

            Ancora una volta – ci rammarica il sottolinearlo, soprattutto perché siamo, come psicologi e psicoterapeuti,  molto sensibili al danno connesso alla limitazione del modo di pensare e di progettare modelli educativi, nel complesso e contraddittorio iter delle diverse agenzie educative (dalla famiglia alla scuola, dalle varie realtà associative, culturali  e politiche, alle configurazioni istituzionali, ivi incluse le varie confessioni e chiese) – dobbiamo constatare come sia la Chiesa (almeno a livello di C.E.I.) e vasti settori della cultura cattolica ‘di base’: dai suoi giornali (La Bussola, Tempi, per esempio), a Radio Maria, su fino ad alcuni vescovi ( cfr. Antonino Raspanti: cfr. Il fatto quotidiano, del 6 giugno u.s.) ed associazioni come AGAPO, e Genitori Oggi, a scadere nell’ideologico, per di più subdolamente e autoritariamente.

            Subdolamente perché, per l’ennesima volta si usa il pretesto della ‘ideologia gender’ nella versione (che a noi risulta unica,  e unicamente e paradossalmente cattolica) per cui il sesso biologico è del tutto inafferente alla dimensione emotivo-affettiva-cognitiva, così che si avrebbe il diritto di sentirsi maschio o femmina a piacere e a rivendicare, presso lo Stato, il diritto al riconoscimento di questa variabilità ultrasoggettiva. Tale ideologia, giudicata da Papa Francesco come una “bomba atomica” posta sotto l’istituto familiare, rappresenterebbe la nuova, ‘satanica’ (direbbe in uno dei suoi momenti più appassionati Padre Livio da Erba), colonizzazione culturale, il medium conformistico che porterebbe “ad una società senza differenze di sesso… così svuotando la base antropologica della famiglia” (Cfr. Amoris Laetitia).

            Ora, tutto questo nulla ha a che vedere con le leggi sulla omotransfobia. Anzitutto, perché tali (eventuali) leggi si limitano, doverosamente, a sanzionare il divieto e la punibilità di qualsiasi modalità di INSULTO, in tutte le sue forme nei confronti di persone di orientamento omosessuale e transessuali. Con Didier Eribon concordiamo appieno nell’evidenziare come proprio la categoria dell’insulto abbia rappresentato e rappresenti ancora oggi il commento ‘culturale’ che a lungo ha incorniciato i vissuti di persone omosessuali e (forse di più) transessuali (Cfr. Didier Eribon: Reflexions sur la question gay, Fayard, Paris, 1999). E a questo ‘insulto’ ha contribuito per secoli la Chiesa cattolica stessa : “Gli omosessuali e le lesbiche sono stati perseguitati… per il solo fatto di amare e volersi bene: una cosa illogica! (A.Maggi, teologo su La fede quotidiana, del 6 luglio 2016)

Nulla a che vedere quindi con la suddetta “teoria gender” – che anzi da questa legge viene contraddetta, per lo meno nei fatti, dal momento che l’omosessualità mostra non l’intercambiabilità dei sessi, ma la variazione dell’orientamento sessuale nel contesto della dimensione affettivo-erotico-amorosa: appunto, per riprendere Maggi, del volersi bene dentro un progetto di vita! Esattamente come la transessualità mostra la persistenza delle strutture identitarie maschio-femmina, dal momento che nella transessualità i sessi non vengono negati, ma ‘disperatamente’ ricomposti nella dicotomia (ancora oggi da comprendere e ben ‘spiegare’) corpo/mente o, meglio, corpo/anima.

Certamente, ma questo è un portato della libertà di pensiero e, in buona misura degli sviluppi delle ricerche biogenetiche, neuroscientifiche, psicologiche, psicoanalitiche, antropologiche, il riconoscimento pieno della “normalità” – nel senso della non intrinseca patologicità – dell’amore omosessuale e quindi della sua equivalenza, in ordine alla costruzione di validi legami affettivi, capaci anche di famiglia; e quindi il delinearsi di una cultura delle relazioni affettive più allargata e inclusiva e non vincolata dogmaticamente alla funzione procreativa – ma non per questo contraddittoria e tanto meno contrastante la famiglia etero [che rimane, di fatto e diritto, la modalità relazionale ancora dominante e condivisa socialmente] – colloca la cultura cattolica della famiglia, delle relazioni affettive, della procreazione, del suo senso di compartecipazione al piano-progetto divino ecc. nell’ambito importante - ma non più unico né moralmente convincente e comportamentalmente cogente – dell’opzione etica. Di UNA OPZIONE ETICA.

La Chiesa cattolica ha il sacrosanto diritto di ribadire, predicare, proclamare tale opzione come l’unica vera, l’unica Verità sull’uomo. Potrà tranquillamente continuare a citare i testi sacri nelle pagine (invero non molte, non semplici, talvolta ambigue e come tali riconosciute da altre letture confessionali cristiane) ove si sostiene la ‘strutturale immoralità’ dell’omosessuale nella sua dimensione ‘agita’, ovvero in quanto pratica erotico-relazionale. Potrà continuare nella riproposizione del suo modo di intendere ‘La letizia dell’amore’.

Così come l’Associazione dei Genitori e Amici di Persone Omosessuali potrà continuare, privatamente e pubblicamente, a recitare la seguente preghiera per i giovani figli omosessuali:

 

Preghiera dei genitori

Suggeriamo una preghiera per i genitori credenti con un/a figlio/a omosessuale. E’ adatta anche per i genitori non o poco credenti perché comunque invoca (quel)lo Spirito che da solo può guarire.

 

Oh Signore, Dio nostro, a te ci rivolgiamo in sofferenza,

per nostro/a figlio/a così ferito/a nel profondo del suo essere uomo/donna.

Invia il tuo Spirito Santo su di lui per aiutarlo/la

A riconoscere il tuo disegno,

Che maschi e femmine ci hai creati.

Oh Signore, ti preghiamo di darci la forza

di essere bravi genitori per nostro/a figlio/a

In questo momento così tormentato

Aiutaci ad amarlo/la come i genitori amano i propri figli

Aiutaci ad amarlo/la, anche con questa sua tendenza

che non ha scelto.

Invia il tuo Spirito Santo per guidarci nei nostri affetti, pensieri e azioni

Aiutaci a comprendere il limite di quello che è nelle nostre mani

Aiutaci a vivere con serenità la nostra relazione con lui

perché solo dall’amore può venire la guarigione.

Oh Signore, Dio nostro, dà serenità e forza al nostro matrimonio

Perché noi stessi riusciamo a essere uomo e donna come a te piace

E perché la nostra famiglia continui a essere

Attraverso la sua testimonianza una guida per il/la nostro/a figlio/a

Che affidiamo pienamente a te con questa preghiera.

 

Immensi ci paiono gli errori concettuali ed empirici di questa preghiera. Il più grave, e tutt’ora diffuso, è quello di non riconoscere che un uomo che ama un uomo è e rimane pienamente uomo e maschio; così come una donna, rimane pienamente donna e femmina nel suo amare un’altra donna. Ci addolora sentire parlare di ‘guarigione’ per ciò che non è malattia e soprattutto sentire affermare che l’amore guarisce quando non accoglie e rispetta.

Ancora di più, ci addolora il dolore che, proprio in questa drammatica e umanissima preghiera, appare nella sua straziante inaccettazione di ciò che, non scelto, si mostra intrinseco, intimo, ‘cuore del figlio/a’.

Ecco, la legge sulla omostransfobia vuole che questo cuore venga rispettato. Niente di più.

Ivano Lanzini

OSSERVATORIO CATTOLICO

lLA DIFFICILE SIMMETRIA

Sulle difficoltà di un dialogo tra verità cattoliche e ipotesi psicologiche in ordine alle problematiche sessuali (e non).

Prima parte

Chi, oggi, si proclamerebbe contrario al dialogo e, conseguentemente, all’ascolto dell’a/Altro? Attirandosi così l’accusa di intolleranza, di autoritarismo, di il-liberalismo? Chi, dopo aver ascoltato, non passerebbe alla fase del ‘ragionare assieme’ e, infine, a quella del proporre, alla luce dell’ascolto dialogico e razionalmente argomentato? Nessuno, pensiamo. Così non mettiamo assolutamente in dubbio che questo sia lo spirito che anima l’ultimo, importante documento (2 febbraio 2019) della Congregazione per l’Educazione Cattolica, che, infatti, recita, nel sottotitolo, il progetto programmatico “Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione”.

            E poiché si parla della costruzione di ‘una via per un dialogo’ ci pare ovvio dedurre che il dialogo si rivolga (anche) a chi sulla ‘questione gender’ abbia una posizione diversa da quella della Chiesa cattolica. Posizione che, in quanto espressione del punto di vista dell’Altro, dovrebbe, deduciamo ancora, essere posta, almeno metodologicamente, come dotata di una sua almeno virtuale legittimità. Se tale virtualità non venisse concessa, il dialogo non sussisterebbe. Perché ascoltare le ragioni di qualcuno se tali ragioni non vengono riconosciute come… ragioni, come argomenti portatori di qualche (almeno qualche elemento di) ‘verità’ che ci sfugge?

            Anzi, a essere ancora più precisi, perché ci si ‘avvii’ sulla strada del dialogo, occorre proprio che ciascuno dei dialoganti sia disponibile ad una rinuncia metodologica: quella di essere in possesso – in ordine alla tematica in discussione – di tutta la verità, o dell’essenziale della verità. Se non ci fosse tale rinuncia, il dialogo si ridurrebbe ad esercizio diplomatico, a tolleranti, quanto ipocrite e formali concessioni all’altro. Un po’ come purtroppo capita talvolta di assistere in certi congressi dove biologi e psichiatri riduzionisti si trovano a ‘dialogare’ con psicologi e sociologi a loro volta riduzionisti sul tema della ‘natura della sofferenza mentale’. Riuscendo a mostrare come sia possibile parlare senza ascoltare l’altro. Come sia possibile, insomma, essere supponentemente ‘accoglienti’, arrogantemente disponibili al confronto, sistematicamente aperti ad ogni chiusura sostanziale.

            Ora questo è proprio quello che ci sembra accada scorrendo le sequenze logico-argomentative che strutturano l’ascolto dialogico del testo della Congregazione. Che, certo, manifesta una buona ‘disposizione d’animo’, sorretta però da pre-messe e pre-comprensioni non solo forti, ma date come assolute. Assolutamente vere. Così assolutamente vere che non è possibile, agli estensori del testo, nemmeno essere sfiorati dalla possibilità – diciamo mera possibilità – che qualcosa non torni o non sia adeguatamente giustificato. O che richieda almeno delle integrazioni anche correttive.

            Non possiamo, nei limiti spazio-temporali concessici, andare ad una disamina puntuale del Testo della congregazione (su cui avremo comunque modo di tornare, focalizzandoci su aspetti più contenutistici e meno metodologici). Ci limiteremo ad evidenziarne alcuni passaggi, ove più evidente ci pare l’incapacità/impossibilità da parte Cattolica di un dialogo  reale con un un ‘Altro’ che vogliamo qui chiamare laico-razionale (ma niente affatto ateistico o anti-religioso) nonché interessato, anche per ragioni professionali (psicologiche, psicoterapeutiche) a comprendere bene la complessità della fenomenologia sessuale umana. Specie quando e se quest’ultima viene ad essere riletta in una prospettiva carica di implicazioni e ‘applicazioni’ morali e giuridiche.

            A tal fine, scandiremo queste nostre osservazioni secondo la sequenza indicata dal testo stesso della Congregazione.

            Abbiamo visto che si dà dialogo non perché si parla ma se e quando “alla parola si accompagna anche l’ascolto e dove, nell’ascolto, si attua  un ‘incontro’ , nell’incontro un ‘rapporto’ e nel ‘rapporto’, comprensione”. Sono parole di Joseph Ratzinger[1] che noi accogliamo e condividiamo appieno come adeguate a fondare un reale dialogo. Al punto, da consentire con le ulteriori puntualizzazione che lo stesso Pontefice sviluppa per meglio precisare la connotazione più intima dell’ascoltare, da lui colta in “un processo di apertura… in un farsi-aperti per l’altro ente e per l’altra persona”. Ci troviamo qui di fronte ad una vera e difficile “arte”, ad una ‘capacità’ affatto peculiare, perché implicante “un poter essere nel quale la persona è chiamata in causa nella sua interezza”. E’ in questo modo, osserva con perspicacia Benedetto XVI, che possiamo definire l’ascoltare come un “conoscere e riconoscere l’altro, lasciarlo penetrare nello spazio del proprio Io, essere disponibili ad accogliere la parola e in ciò l’essere dell’altro nel proprio e così, reciprocamente, immedesimarsi a lui”.[2]

            Pensiamo che la netta maggioranza, se non la totalità degli psicologi e degli psicoterapeuti (specie se di formazione psicodinamica e fenomenologica) non potrà non convenire sulla pregnanza metodologica di queste parole e convenire persino con il loro sviluppo più impegnativo, che porta il Pontefice ad asserire: “Quando parliamo di dialogo in senso vero e proprio [N.B.], si intende un discorso in cui viene alla luce qualcosa dell’essere stesso, della persona stessa, così che non solo aumentano le coordinate del sapere… bensì viene toccata la nostra stessa umanità e il poter-essere dell’uomo viene chiarificato e approfondito”. [3]

            Qualcosa del genere, di questo genere, che quindi permette, consente, promuove, per il tramite dell’ascolto reciproco, un accedere all’intimo (intus) dell’altro, un favorire un palesarsi di quell’intus ad entrambi i dialoganti, entro una postura esistenziale che accoglie con serietà e rigore la parola dell’altro, perché in tale parole viene riconosciuto e rispettato ‘il suo essere’, e per lo meno, il suo essere-così; bene qualcosa di tutto questo, come psicoterapeuti, sappiamo e vediamo accadere dentro ogni buona relazione terapeutica. Ove l’asimmetria dei saperi non implica una asimmetria dei poteri, perché entrambi i ‘dialoganti’ si ri-conoscono uomini/donne che abbisognano di capire e capirsi. Di com-prendersi.

            Ci aspetteremmo, alla luce di tutto questo ‘dialogare per ascolto’ e questo 'ascolto per dialogare’ – che, come abbiamo visto, trova riscontro anche in autorevoli parole papali – ci aspetteremmo un atteggiamento coerente proprio nel Documento della Congregazione. Tanto più che è in gioco quel ‘gravissimum educationis’ che, sotto forma di ‘emergenza educativa’, impegna oggi ogni agenzia privata e/o pubblica che abbia a cuore la formazione dell’uomo e del cittadino.

            Orbene, tale coerenza subito pare svanire a partire dall’Introduzione del documento, laddove si nota e denuncia come, in riferimento “ai temi dell’affettività e della sessualità … in molti casi vengono strutturati percorsi educativi che [qui il documento cita un passo del Discorso ai membri del Corpo diplomatico, tenuto da Benedetto XVI nel gennaio del 2001] “trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono una antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”’. E si prosegue asserendo come la Chiesa si trovi ad impostare la propria ‘missione educativa’ nella forma di una sfida che, per quanto attiene al contesto affettivo e sessuale, trova come ‘avversario’ “una ideologia, genericamente chiamata gender che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna… [una ideologia] che prospetta una società senza differenze di sesso e svuota la base antropologica della famiglia”. Non solo, la forza e la pervasività di tale ideologia del gender sarebbe tale  da indurre [e qui siamo alla citazione di passi tratti dalla Amoris Laetitia di Bergoglio!] la costruzione di “progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale [N.B.] e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina”… così che “l’identità umana viene consegnata a un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo”.

            Che dire di siffatto incipit?  Molto, se ci potessimo consentire una analisi in/di dettaglio. Abbastanza e sinteticamente, limitandoci ai nostri obiettivi ‘introduttivi’ ad una analisi che ci impegnerà ancora.

            E quindi: È falso – e chi scrive ha alle spalle una attività più che ventennale di lavoro professionale sia nella formazione di psicologi e insegnanti alla psicologia dell’educazione affettivo-sessuale che di interventi diretti con adolescenti di scuole medie e superiori – che lo Stato promuova “strutturati percorsi” su queste tematiche e che tali percorsi, ‘presunti neutri’ promuovano ‘una antropologia contraria alla fede e alla retta ragione’.

            Ed è falso per due differenti ragioni: la prima, è che, a partire dall’affossamento (1994: governo Amato!) dell’unica e ultima proposta di tentativo di introduzione nella scuola italiana di percorsi di ‘educazione alla affettività’, lo Stato e tutti i governi da allora succedutisi hanno brillato per latitanza e sudditanza alle pressioni della gerarchia cattolica e dei suoi diluiti ‘rappresentanti oltretevere’; così che quel poco che si è fatto, si è fatto per generosa disponibilità di presidi, di associazioni di genitori e di (pochi purtroppo) psicologi privati e qualche unità ASSL!!!

            La seconda ragione è che tali percorsi – anche per l’esiguità delle ore a disposizione – si sono ampiamente caratterizzati per un taglio, da un lato, informativo-descrittivo delle dinamiche bio-psico-sociali che strutturano l’affettività e la sessualità umana; dall’altro perché l’orizzonte teorico e metodologico di riferimento è stato nella stragrande maggioranza dei casi quello – empirico – delle discipline biologiche e soprattutto psicologiche. E questo nel rispetto assoluto dell’autonomia dei piani valoriali degli utenti e delle loro famiglie – sempre coinvolte nella conoscenza e nell’assenso (o eventuale, raro, dissenso) alle proposte avanzate da psicologi e personale ASSL.

            Il fatto è – ed questo l’Hic Rhodus del Documento – che il rispetto dell’autonomia valoriale e quindi della specifica dimensione etica insita nelle scelte attinenti alla vita sessuale e affettiva di pre-adolescenti, adolescenti, giovani adulti (e anche di genitori: non di rado ho avuto il piacere di intrattenere proprio con loro incontri e conferenze sulla fenomenologia della vita sessuale!) viene dalla Congregazione (e dalla Chiesa tutta) visto con sospetto, diffidenza e dissenso teoretico. Meglio: dogmatico. Si perché, vincolante per la Chiesa, è che ogni discorso sulla sessualità umana debba essere rapportato sistematicamente alla ‘visione e concezione della persona umana” quindi ad una macro-teoria antropologica. In breve, deve sempre e sistematicamente essere connesso ad un impianto etico-morale, a principi fondamentali. Teoreticamente: ad una precisa metafisica. Il semplice pretendere di non fare riferimento a tutto ciò è già indice di uno scivolamento relativistico e implicitamente anti-cristiano. Come mi disse un docente di religione, con l’efficacia che solo i parroci ruspanti, alla don Camillo hanno [e che oggi trova riscontro in Padre Livio di Radio Maria], uno psicologo “non può parlare di sesso, di amore, di procreazione se non partendo dal peccato originale, dalla condizione decaduta dell’uomo e dal senso del peccato”. Al mio far notare al buon parroco e insegnante di religione che questo modo di parlare è perfettamente legittimo dentro un discorso di fede e che quindi può trovare il suo spazio più adeguato in un contesto religioso (parrocchiale e non) o persino dentro l’ora di religione se e quando si vuole parlare della morale sessuale dal punto di vista cattolico, mi sentii rispondere [correva l’anno 2008] che la Chiesa, in quanto Maestra amorevole, ispirata da Dio, non può rimanere neutra quando si parla dell’uomo prescindendo dalla sua creaturalità e quando si dicono cose che vanno contro la legge morale di natura, iscritta nell’anima di ciascuno e che ogni uomo retto sa e riconosce”. Rammento ancora il tono intenso e partecipato delle parole del buon parroco (laureato in filosofia) e la sua sicurezza dottrinale oltre che il suo pathos pastorale.

Mi resi conto che, a suo modo, aveva ragione: non è tollerabile, per chi possiede la Verità, che questa venga metodologicamente posta tra parentesi e non assunta come punto di partenza per ogni discorso sull’uomo. Si tratterebbe di un vero scandalo. Ma, e questo mi permisi di farlo notare al parroco-insegnante, questo è lo scandalo della libertà di pensiero. In forza della quale il credente è tutelato appieno nelle scelte valoriali fondamentali e fondanti il suo senso esistenziale. Ed è giusto che il credente sia fedele… alla sua fede. Ma sarebbe del tutto inconcepibile che uno psicologo parlasse della sessualità umana partendo dalla creaturalità dell’uomo, dalla sua condizione dannata se priva/ta del messaggio cristiano, dalla sua visione della sessualità vincolata moralmente dalla coniugalità e dalla necessaria apertura alla fecondità ecc. e sarebbe inconcepibile e anti-deontologico per tre ragioni fondamentali: a) anzitutto, perché il suo è un sapere ad intenzionalità scientifica, perciò consapevole del suo doversi fondare empiricamente e attraverso un dialogo argomentativo e consensuale tra specialisti; b) perché tale sapere è un sapere umile, che non ha la pretesa di essere risposta a quesiti di natura metafisica o di etica fondamentale: tali quesiti vengono infatti, nella ricerca e nella pratica clinica, metodologicamente ‘rinviati’ alla coscienza e alla cultura del paziente; c) infine, perché trattandosi, nel caso delle assunzioni circa la creaturalità, il peccato mortale, il vincolo coniugale come condizione della pratica sessuale ecc, di assunzioni per assenso di/per fede, esse impedirebbero un reale dialogo giacché questo implicherebbe un preliminare dibattito sulla ragionevolezza di tale assenso, nonché dell’assenso per fede di… qualsiasi altra fede.

             E, del resto, come è possibile impostare quel dialogo “per ascolto”, poc’anzi tratteggiato usando le parole del Papa Emerito, se la premessa di qualsiasi discorso sulla sessualità umana richiede l’accettazione “dell’esistenza di un dono originario che ci precede ed è costitutivo della nostra identità personale?” (p.9)

            Parimenti, come è possibile chiedere all’interlocutore con tono tassativo – entro un percorso dialogico tra prospettive differenti – che si riconosca che “in quanto ordine specifico dell’esistenza, che resta in evidente [sic!] rapporto con la Causa prima, con Dio creatore, l’ordine della natura non è più un ordine biologico”? (p.12 – qui il riferimento è ad “Amore e responsabilità. Morale sessuale e vita interpersonale” di K. Wojtila, Casale Monferrato, 2008!).

            Vedo che dopo 11 anni, la Chiesa non ha fatto passi avanti. Pretende un dialogo a patto che la sua antropologia sia riconosciuta, di fatto o implicitamente, come vera o l’unica. Anzi, come l’unica veramente e rettamente razionale. Già perché si pretende depositaria anche della ‘retta ragione’. Un po’ come una vecchia sinistra si riteneva giudice dei ‘veri e sinceri democratici’.

            Ci pare che siffatto atteggiamento – intellettuale e relazionale – sia un classico esempio di vera mancanza di rispetto. Se, con tale termine, come rammentato da Monsignor Galantino sul Domenicale del Sole24 ore del 13 ottobre u.s., dobbiamo intendere quella ‘dimensione orizzontale [nel dialogo] che si fonda sulla uguale dignità delle persone… e sul bisogno di doversi prendere il tempo per accorgersi degli altri, per conoscere chi o cosa si ha di fronte, cosa pensa e cosa di conseguenza ci domanda. E’ questa la prima forma di rispetto da esercitare. Non solo nei confronti della persona fisica, ma anche nei confronti dei suoi diritti e dei suoi sentimenti… che valgono quanto i miei”.

            Ma il luogo ove il sentiero del dialogo (e del rispetto) si fa più tortuoso e accidentato è quello in cui il documento tratteggia denunciandola e criticandola aspramente la teoria/ideologia del gender. E, si noti bene, qui la tortuosità non risiede tanto nel fatto che la Congregazione per l’educazione cattolica si opponga a ideologie che – come già riportato all’inizio -“negano la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna… che prospettano una società senza differenze di sesso … che svuotano la base antropologica della famiglia… ecc”. Quanto nel fatto – del resto già ben denunciato più volte dall’Ordine degli psicologi – che teorie… del ‘genere’ paiono essere più la costruzione di un falso bersaglio o ‘nemico’ contro cui muovere ovvie condanne o sensati dissensi… allo scopo di non confrontarsi con le acquisizioni più interessanti e culturalmente emancipative, nonché scientificamente ben corroborate, che le discipline psicologiche e sociologiche (ma anche bio-genetiche) sono venute definendo grazie allo stimolo veramente rivoluzionario dei gender studies di matrice americana del periodo fine anni ’60-'70.

            Acquisizioni concernenti a) non l’inafferenza del biologico (del corpo sessuato) allo psicologico (campo dell’identità personale) bensì l’impatto strutturale che le differenze di genere indotte socio-culturalmente hanno proprio sui processi (consci e non) intrapsichici e interpsichici di costruzione del soggettivo percepirsi come uomini e donne; b) concernenti quindi il darsi di evidenze (questa volta ad altissimo tasso corroborativo) di come il maschile e il femminile, tanto come categorie concettuali, quanto come vissuti soggettivi, pur connessi al dato biologico (al SEX), ci parlino molto di più dei commenti socioculturali e di potere che gli uomini (in quanto maschi) hanno prodotto sulle donne. Con conseguenze oppressive e di vera e propria adulterazione dei processi di costruzione della personalità della donna; c) concernenti, “infine”, il carattere di variabile naturale – i.e. non patologica – dell’omosessualità in quanto orientamento affettivo-sessuale e la piena legittimazione dell’amore omosessuale come amore maturo, oblativo e niente affatto narcisistico – e, in ogni caso, passibile di distorsioni immature, egocentriche e narcisistiche nello stesso modo e misura reperibile nell’amore eterosessuale.

            Per fare solo un piccolo sintomatico esempio di cosa abbiano permesso di capire meglio della natura e della complessità fenomenologica che struttura le differenze tra ‘uomini’ e ‘donne’, vogliamo solo citare, traendolo da un pregevole lavoro di Laura Ronchetti[4], il caso di una posizione che l’On. Aldo Moro tenne l’8 ottobre 1946, nella Prima sottocommissione della Commissione per la Costituzione. Quindi in un luogo e in un momento di grande tensione morale e culturale del Paese. Bene, l’On. Moro(in ciò sostenuto dal collega Ottavio Mastrojanni) si batté perché la “funzione familiare” delle donne lavoratrici venisse definita “essenziale”: ovvero costitutiva della donna, dell’essere donna, ovvero ancora tale da essere assunta come vincolo biologico e naturale della donna proprio in quanto donna. A sostegno di questa tesi, cioè dell’essenzialità della funzione familiare della donna”, il collega Mastrojanni osserva che “il fenomeno dilagante dell’attività della donna nel campo sociale e politico, come nel campo del lavoro comune, ha portato come conseguenza l’indebolimento della compagine familiare e dell’educazione dei figli…”, mentre “la funzione naturale [n.b.] della donna è quella che la natura le ha attribuito, comprendente non solo la procreazione, ma anche la difesa [sic!] e l’educazione dei figli”. Per l’on. Mastrojanni, togliere quell’”essenziale” comporterebbe “ammettere il principio che si possa anteporre alla funzione naturale biologica della donna, la funzione economica e sociale”. Per questo, prosegue l’Onorevole, “la parola essenziale ha un significato dal quale non si può prescindere, nel senso che si deve ritenere che la donna rimanga quanto è più possibile nella sua funzione naturale, e che il resto della sua attività nella vita pubblica e lavorativa sia considerato come accessorie e non come essenziali” (p.144)

            Siamo certi che, leggendo queste parole, qualsiasi giovane donna italiana rimarrebbe allibita e, forse, anche offesa. Sarebbe però un errore ritenere che si tratti di ‘acqua passata’. Nella posizione [cattolica] di Moro e Mastrojanni non si riflette solo una ‘mentalità datata’, ma una forma mentis concettualmente ben strutturata implicante una modalità di ‘ragionare’ sulle cose umane – in questo caso, su quelle ‘cose umanissime’ che sono, dovrebbero essere, le qualità costitutive dell’essere donna – che pretende basarsi su verità assolute, e assolute de-finizioni dell’altro (dell’altra) spacciate come ‘naturali’ ‘evidenti’ razionali’ ‘oggettive’, quando in realtà esprimono rapporti di potere, quindi violenti. Come violenta è la proclamazione della Verità sull’Altro.

            Si noti: qui non è in discussione il diritto della Chiesa cattolica di ritenersi portatrice di Verità, e quindi di discorsi ‘essenziali’. Semplicemente, si vuole sottolineare: a) come assumere tali Verità come premesse per un dialogo significa ‘barare’ o sabotare il dialogo; b) che, nel caso specifico, delle relazioni affettivo-sessuali tra uomini e donne (etero- o omosessuali), della natura e senso della funzione procreativa in relazione alle dinamiche erotico-affettive della vita sessuale, del carattere dinamico ed evolutivo dell’istituto famigliare, e dei nuovi legami affettivi, dell’omosessualità, della fecondazione assistita, della contraccezione e del suo significato umano e simbolico, ecc. Nel caso di queste problematiche, qualsiasi posizione che si ponga come essenzialistica non solo impedisce una fruttuosa collaborazione tra impostazioni e prospettive diverse, ma rischia di rimettere in gioco quelle dinamiche tanto inconsistenti e ridicole, quanto pericolose perché violente che abbiamo ‘rappresentato’ col piccolo paradigmatico esempio tratto da un dibattito costituzionale, peraltro tra persone serie e di indubbio onestà morale. Degne per questo, da parte di chi scrive, del massimo rispetto. Persone che, in nome di una assunzione equativa - tanto dogmatica quanto ingenua ed epistemologicamente inconsistente (o per lo meno, estremamente dubbia) - tra ordine biologico, naturale, razionale e divino (metafisicamente fondativo) venivano e (se si guarda ai vari movimenti ‘pro-famiglia’) vengono a spacciare come essenziale ciò che è storico, biologico ciò che è culturale, naturale ciò che è razionale.

            Forse è vero che Dio “li creò maschio e femmina”, forse fu il punto di partenza: altra cosa è stato ed però il divenire uomini e donne. Proprio sulla problematizzazione critica dei percorsi che portano un maschietto ed una femminuccia a diventare bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne; proprio sulla complessità psicologica, sociale e culturale che struttura tali percorsi; proprio sul loro esprimere una dialettica che non è solo affettivo-sessuale ma anche di potere, soprattutto del potere di definire l’essenza dell’altro; proprio su tutto questo hanno avuto ed hanno a che fare i gender studies che, da questo punto di vista, hanno rappresentato una rivoluzione copernicana nel modo non di definire ma di ragionare e riflettere sulla fenomenologia dei vissuti, dei comportamenti, degli orientamenti e delle (costruzione delle) identità sessuali.

            E’ chiedere troppo alla Congregazione di confrontarsi con questa impostazione metodologica che invita a porre tra parentesi pre-assunzioni ‘assolute’ di qualsiasi natura esse siano?

            Non sarebbe questo un modo, anzi una occasione – auspicata recentemente e autorevolmente anche da Charles Taylor (di certo non sospettabile di anticlericalismo e irreligiosità)[5] - perché “il pluralismo …possa diventare per i cristiani un invito ad ascoltare e a collaborare con gli altri”?[6] (cfr. Il Foglio del 9 novembre u.s.)

            Ed è chiedere troppo quindi di confrontarsi con i dati e le elaborazioni cliniche provenienti dalle ricerche psicologiche, psicoanalitiche, socio-culturali che trattano della fenomenologia della sessualità umana e che nulla hanno a che vedere con una generica quanto inconsistente e fantasmatica ideologia del gender?

Ivano Lanzini

CREDO NE INTELLIGAM

Osservazioni psicoanalitiche a proposito di un recente contributo del Papa Emerito sugli abusi sessuali nella Chiesa.

                Tra il 21 e il 24 febbraio u.s. i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo si sono riuniti, su impulso di Papa Francesco, “per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori”. A questa riunione Benedetto XVI – sue sono le parole riportate poco sopra – ha dato un contributo mediante un lavoro scritto, concepito per essere poi pubblicato su Klerusblatt, un periodico bavarese destinato soprattutto a sacerdoti.

                Abbiamo letto con attenzione, fiducia  e simpatia intellettuale la decina di cartelle del contributo papale per due ragioni fondamentali: anzitutto, per l’indubbia statura culturale dell’ex Pontefice sia in campo teologico che filosofico, inoltre perché dobbiamo proprio a Ratzinger l’aver dato l’avvio ad una riforma di parti del Diritto Canonico che hanno consentito una maggiore trasparenza e severità da parte della Chiesa nella ‘lotta’ (individuazione e denuncia) al fenomeno drammatico e tragicamente ubiquitario – vero ‘universalismo’ perverso -della pedofilia in ambito ecclesiastico.

                Ci aspettavamo quindi, con ragione, una ricognizione attenta e meditata, capace di dare una risposta più strutturata e puntuale alle cause di tale fenomeno – e non solo per lo ‘scandalo’ che ha portato, come riconosciuto con dolore e preoccupazione Benedetto XVI, non pochi cattolici e persino dei sacerdoti  ‘a mettere in discussione la fede nella Chiesa come tale’, ma anche e, più analiticamente, perché tale fenomeno pare collegarsi, più profondamente al modo in cui la Chiesa tratta l’intera problematica della sessualità del clero (vuoi in rapporto al problema del celibato e, soprattutto, al problema della ormai acclarata diffusa omosessualità in settori non marginali del Magistero: dal sacerdote ai vescovi).

                Ovviamente, non ci è qui possibile entrare nello specifico di tutti i passaggi entro cui si snoda  la riflessione di Benedetto XVI. Tantomeno di collocarci sul piano del suo merito stricto sensu teologico. Ci limiteremo ad esporre le ragioni che, per una lettura psicoanalitica – compiutamente laica, secondo il migliore spirito freudiano[1] - stanno a fondamento per un verso di una profonda delusione, dall’altro e più significativamente, della presa d’atto di come la ‘questione sessuale’: nei suoi aspetti teorici (psicologici, sociologici, antropologici) ed esistenziali (la concreta vita sessuale delle persone) rimanga una vera ‘pietra d’inciampo’ – la ‘pietra angolare’ che sorregge una impalcatura dogmatica incapace di un vero dialogo con i contributi delle scienze sociali e della cultura moderna nelle sue espressioni più alte e colte (e non nelle caricature che di essa cultura non pochi esponenti del Magistero amano fare, per la costruzione di un bersaglio facile … e inesistente!).

                Delusione: quando una Istituzione – e la Chiesa Cattolica è una delle massime espressioni dell’”Istituzionalità” – viene a scoprire al proprio interno l’esistenza di comportamenti, da parte di suoi membri collocati a tutti i livelli della gerarchia, di responsabilità e autorevolezza, che contraddicono gravemente e anzi pervertono alcuni dei principi morali fondanti la stessa ragion d’essere dell’Istituzione; e quando la stessa istituzione prende atto di come siffatti comportamenti siano stati occultati, facendo sì che i loro autori non solo non venissero individuati e puniti, ma potessero proseguire nella loro ‘carriera gerarchica’; ecco quando una Istituzione si trova di fronte a tutto questo …  non dovrebbe tentare di rintracciare le cause di un fenomeno così imponente, nel proprio sistema di funzionamento, nella logica di ‘selezione’ dei suoi membri e nei fondamenti o nelle falle culturali che hanno consentito il protrarsi nel tempo di siffatto fenomeno? E non dovrebbe, in ogni caso, cercare di comprendere bene e da vicino la natura del fenomeno? La sua qualità complessiva: psicologica, sociologica, antropologica, nonché  poi giuridica, etica e, in ultima istanza, ‘filosofica’ e, sì, in questo caso, anche teologica?

                Bene: negli “appunti” di benedetto XVII non c’è nulla di tutto questo. Nulla, intendo, che riguardi ‘il cosa-come-perché sia accaduto quello che è accaduto’  all’interno della Chiesa. Tutto è riportato sostanzialmente fuori. In quel fuori che è la società laica e la sua cultura laica. In quel fuori sociale e culturale che Benedetto colloca “nel ventennio 1960-1980” e che trova nel ’68 il suo apice più eclatante e vistoso.

                Cosa sarebbe successo in quel periodo? Tutto il ‘male’ possibile. O meglio, le premesse teoriche e pratiche, culturali e sociali, ‘politiche’ e ‘massmediali’ di un rovesciamento complessivo dei fondamenti oggettivi della morale – in primis di quella sessuale. “I criteri validi sino a quel momento [sino alle soglie degli anni Sessanta] in tema di sessualità sono venuti meno completamente….”. Ad introdurre questo sommovimento il Papa Emerito individua questi fattori: 1) “L’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità”; 2) l’esplosione di manifesti (per le strade, nei cinema, nelle scuole) e immagini in cui la sessualità veniva esposta in modi espliciti (ad esempio “persone completamente nude abbracciate strettamente”; 3) la teorizzazione di una “libertà sessuale intollerante di alcuna norma” – al punto che “la pedofilia è stata diagnosticata [sic!!!] come permessa e conveniente”. A seguito di questo clima complessivo, egemonico ecco allora il comparire fenomeni a ricaduta distruttiva per la Chiesa. Ecco l’elenco di questi nuovi fenomeni: a) il “collasso della teologia morale cattolica”, caratterizzato da un lato dall’abbandono pressoché totale della “opzione giusnaturalistica” in pro’ di una morale fondata “completamente sulla sola Bibbia”; in questo modo b) si arrivò alla tesi per cui la morale “dovesse essere definita solo in base agli scopi dell’agire umano … non poteva esserci [per questa impostazione etica] qualcosa di assolutamente buono né tantomeno… di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative”; c) il determinarsi quindi di un “processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale …[con] una radicalità come mai c’era stata” che ha prodotto una conseguente “dissoluzione dell’autorità della Chiesa in materia morale” la quale non poteva che “ripercuotersi nei diversi spazi di vita della Chiesa” stessa; 7) la comparsa “in diversi seminari di … club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari” – si arrivò al punto che un “vescovo giunse a mostrare ai seminaristi film pornografici” e che “in non pochi seminari, studenti sorpresi  a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio”.

                A seguito di quanti visto in 1-7, eccoci “finalmente” all’esplosione della “questione della pedofilia”, che, osserva il Papa emerito, diviene “scottante solo nella seconda metà degli anni ‘80”. Divenne “scottante”, ci permettiamo di aggiungere qui e subito, nel senso che divenne progressivamente pubblica, suscitando scandalo per quantità e qualità dei “chierici abusanti i minori”, e per l’aumento impressionante di evidenze documentali dell’esistenza di una sistematica copertura del fenomeno da parte di settori importantissimi della gerarchia cattolica. E/o della loro, non meno scandalosa, incapacità a farvi fronte con misure di prevenzione, protezione e tutela degli ‘abusati’ – tutti (e tutte) vittime di uno stupro fisico e morale ad altissimo impatto traumatico.

                Ora se, con pazienza, il lettore riconsiderasse attentamente l’articolata ricostruzione papale delle ‘cause’ del fenomeno della pedofilia nel clero si accorgerebbe:

  1. Che all’origine di tale fenomeno (cfr. 1-3) vi è un fattore prettamente culturale: il crollo dei “criteri validi in tema di sessualità” indotto da una cultura individualista, egoista, anarchica, tutta incentrata sull’esaltazione di un ‘diritto alla libertà totale’, ad una libertà, in ultima analisi, espressione del puro diritto al proprio piacere;

  2. Che proprio questa cultura soggettivistica e relativistica avrebbe infettato – per il tramite dei sistemi massmediali e per scelte politiche di governi laici – la stessa Chiesa, corrompendone teologi e vescovi, ovvero asservendoli ad una concezione non più cristiana della morale, in quanto sganciata da assi valoriali assoluti, perché così voluti da Dio, e perciò non negoziabili.

  3. Infine, che questo pervertimento della fede nella Chiesa sarebbe a sua volta all’origine del diffondersi dell’omosessualità [Papa Ratzinger ci rende noto che le stesse gerarchie cattoliche sapevano della comparsa addirittura di ‘club omosessuali’ nei seminari] tra novizi, sacerdoti e vescovi. E, infine, sarebbe causa della perversione pedofila.

Bene, se ora, alla luce di a+b+c tentiamo di rispondere al quesito che il papa stesso, nella parte conclusiva e propositiva del suo contributo papale, riassume con queste parole: “Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere?”, non possiamo che concordare con la risposta dello stesso Papa che dice “In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio”, e quindi nella mancanza di fede, o in un suo gravissimo indebolimento. Palesato perfino dal fatto che “noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare [più] di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica”.

E’ questo il tragico ‘effetto finale’ di una cultura e di una società, quella Europea e Occidentale,  “…. Dove Dio stesso viene visto come affare di partito, di un piccolo gruppo e non può più essere assunto [qui il Papa fa polemico riferimento alla Costituzione Europea] come criterio e misura [si noti bene!] della comunità nel suo complesso. In questa decisione [di espungere Dio da ogni carta costituzionale et similia] si rispecchia – nota con amarezza Ratzinger – la situazione dell’Occidente, nel quale dio è divenuto fatto privato di una minoranza”.

                Con assonanza nietzchiana, il Papa emerito osserva che “la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male”. Accade che in questa società privata di Dio “nella sua sfera pubblica… [diviene una ] società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In momenti particolari diventa improvvisamente evidente che ciò che è male e distrugge l’uomo è diventato ovvio. E’ questo il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non tanto tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre di più. E ora …. riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli”.

                Pensiamo sia ora chiaro al lettore il senso profondo della nostra profonda delusione. Ci aspettavamo una ricognizione sul funzionamento reale, concreto, del ‘sistema Chiesa”, sui processi di formazione/selezione di sacerdoti; ci aspettavamo una analisi – almeno un inizio di analisi – sulla relazione tra i vissuti affettivi dei sacerdoti e dei vescovi e la cultura religiosa entro cui tali vissuti sono commentati e ‘ordinati’.  Niente di tutto questo. Per Ratzinger i sacerdoti, anche quelli che abusano, paiono ‘pure anime disincarnate’ – senza corpo ne contesto sociale e psico-affettivo.

                Facile, ma incredibilmente fallace al limite del trucco paralogistico, diviene allora il sillogimo ratzingeriano: a) senza Dio (e la Chiesa, custode fedele della sua Parola che distingue il Bene dal Male) una società è priva di criteri etici affidabili e quindi inevitabilmente esposta al rischio dell’auto-distruzione; b) la società moderna-contemporanea ha escluso Dio dalla sfera pubblica; c) la società moderna-contemporanea produce inevitabilmente comportamenti immorali e auto-distruttivi.

                Insomma, se dio è la Bussola che ci dà orientamento, e se noi buttiamo via quella bussola, allora saremo disorientati e smarriti.

                Quindi, la causa della pedofilia risiede anzitutto ed essenzialmente nella perdita della fede o, meglio, nell’estromissione di Dio dalla sfera pubblica. E, ci viene da aggiungere, poiché è per il tramite della Chiesa che Dio comunica la sua Parola di Verità al mondo, diviene legittimo pensare che Benedetto XVI … pensi che una cura efficace per la pedofilia et similia sia un ritorno della Chiesa [Cattolica, ovviamente]nella sfera pubblica.  Viene quasi spontaneo avvertire l’eco di antiche movenze concettuali di matrice medioevale, decisamente pre-moderne.[2] Oltre che la persistenza di una agostiniana radicale sfiducia nella capacità umana di produrre qualcosa di veramente buono, bello e vero (ovviamente senza alcuna pretesa di maiuscole!).

                Ma ciò che maggiormente colpisce è che l’esito ultimo dell’intero contributo ratzingeriano pare proprio configurarsi come uno stratagemma casuistico , finalizzato di fatto ad assolvere la chiesa dalle sue concrete responsabilità culturali, per scaricarle sulla società.

Non a caso, la parte finale degli ‘appunti’sembra un’abile contromossa: non è la Chiesa Cattolica che deve “chiedere scusa” alle vittime innocenti e credenti degli abusi e quindi alla società che alle strutture cattoliche aveva conferito credito e merito; ma è la Chiesa che deve difendersi dall’attacco screditante che la società sta diabolicamente portando contro di lei, utilizzando il caso della pedofilia. Non dobbiamo sorprenderci allora se Papa Ratzinger parli di una “attualità dell’Apocalisse” là ove il sacro testo denuncia come “l’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così allontanarci da essa”.

                Ovviamente, il senso di questo nostro ‘commento a latere’ al testo papale non ha nulla a che veder con intenzioni screditanti e tanto meno generalizzanti. Vero l’opposto: esprime l’amarezza di una speranza … vanificata. Quella di sentire da una voce autorevole – come è accaduto altre volte, come nel caso del compianto Cardinal Martini [che sconsolatamente osservava come la Chiesa fosse ferma a due secoli addietro ] – un invito a rivedere le premesse antropologiche, queste sì ancora il larga misura ante-moderne - su cui si fonda l’intera visione cattolica della sessualità umana, con particolare riferimento alle tematiche dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. La mancanza di siffatta revisione e, prima ancora, di un dialogo reale e non diplomatico con i contributi che le discipline psicologiche e sociologiche hanno portato e supportato con dovizia di dati empirici su questi temi, obbligherà la Chiesa ad una posizione di retroguardia, producendo in quei suoi fedeli omosessuali (sacerdoti e non) stati di sofferenza e dolore mentale – che spesso non vengono narrati nel confessionale (ove talvolta trovano un ‘orecchio’ ipocritamente misericordioso ma giudicante/condannante)[3] ma nella stanza della psicoterapia. E pensare – ironia della storia – che proprio nel periodo ’60-’80 si determinava da parte cattolica (in sede di teologia dogmatica e pastorale) un atteggiamento più sensibile alla dimensione e alla cultura psico-pedagogica, che ha portato, tra l’altro, ad un modo diverso e più ‘dialettico’ nel proporre, tramite la costruzione di un Nuovo catechismo, le verità della fede, superando in buona parte la tradizione didattica del neo-tomismo, troppo legata a metodologie deduttivistiche e quindi autoritarie, a vantaggio di una ripresa di contatto con l’esegesi biblica , più induttiva e dialogante.

                Che una simile revisione non sia affatto contraddittoria con la fede in quella “luce di Dio che anche oggi non è tramontata” è cosa che parrebbe ‘credibile’. Di sicuro, meritevole di attenta considerazione da parte di chi è sinceramente intenzionato da una buona volontà di dialogo e comprensione.      


                        [1] Non si dimentichi come Freud, nel carteggio col pastore protestante Pfister, abbia con chiarezza connotato la disciplina psicoanalitica come ‘teologicamente’ neutra, in quanto operante entro una metodologia ad intenzionalità scientifica. L’ateismo di Freud, come egli stesso ha dichiarato, è una sua questione privata. Oggi diremmo, una sua idiosincrasia – essendo l’ateismo una posizione filosofica, peraltro tutt’altro che ‘ovvia’ e anzi non priva di debolezza teoretiche che dovrebbero rendere i nostri ‘atei combattenti’, à la Odifreddi, meno arroganti e molto meno certi delle loro sicurezze epistemiche ed ‘ontologiche’.


                        [2] Oltre che la persistenza di una agostiniana radicale sfiducia nella capacità umana di produrre qualcosa di veramente buono, bello e vero (ovviamente senza alcuna pretesa di maiuscole!).
 

                        [3] Rinviamo, a proposito di questo ‘orecchio ipocrita e giudicante’ al nostro precedente articolo su suiGeneris e alle stesse parole di padre James Martin nel suo Building a Bridge!

Ivano Lanzini

BUILDING A BRIDGE. ON WHICH BANKS? OMOSESSUALITA’:

UNA QUESTIONE (ANCORA)  SPINOSA NELLA CHIESA CATTOLICA.

                E’ appena uscito, per i tipi della Marcianum Press, la traduzione italiana di un testo: Building a bridge. How the Church and the LGBT Community can enter into a Relationship of Respect, Compassion and sensitivity, (tradotto come Un ponte da costruire tra Chiesa e persone LGBT) scritto da Padre James Martin, gesuita, Direttore della Rivista America Magazine e consultore nominato da Papa Francesco della comunicazione vaticana.

                Si tratta di un testo che sta avendo vasta eco negli Usa e nel mondo (occidentale) e che buona parte della stampa, anche laica, sembra accogliere positivamente per le aperture che l’Autore mostra nei confronti della comunità LGBT soprattutto cattolica (ma non solo). Insomma, ci troveremmo di fronte ad un “groundbreaking book” capace, finalmente, di aiutare vescovi, sacerdoti e “all pastoral Church leaders” a costruire un atteggiamento fatto di reali “respect, compassion and sensitivity” verso la realtà dolorosa, fatta di “esclusion, insults, rejection” in cui le persone LGBT si sono spesso trovate subendo non lievi patimenti  da parte di settori non marginali della “Institutional Church”. Inoltre, come commentano il Cardinal Kevin Farrel, Prefetto del Dicastero Vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita, e il Cardinal Joseph Tobin, Arcivescovo di Newark, abbiamo tra le mani un testo ‘brave, prophetic, inspiring” capace di aiutare gli “LGBT Catholics feel more at home in what is, after all, their Church”.

                Ora, ci pare doveroso asserire e ovviamente dimostrare, con la massima onestà intellettuale e nello stesso spirito di rispetto che anima il lavoro di Padre Martin verso la comunità LGBT, come Building Bridge non sia altro che l’ennesimo tentativo di rispondere in chiave pastorale e quindi sul versante della comprensione-compassione verso le umane debolezze a un problema: quella della legittimità morale e quindi della piena e paritaria appartenenza delle persone omosessuali – nella concretezza della loro vita sessuale – alla chiesa cattolica.

                Questo è proprio ciò Padre Martin, ancora una volta, non fa, non può e non vuole assolutamente fare, rimanendo rigorosamente rispettoso della dogmatica etica cattolica e, anzi, asserendo, in una lunga intervista concessa al Corriere della Sera proprio alla vigilia della pubblicazione del suo libro (20 maggio 2018) di considera come “l’accusa la più ingiusta” rivolta al suo lavoro quella che “il libro vada contro gli insegnamenti della Chiesa. Assolutamente no!” E aggiunge che in esso “non vengono messi in discussione gli insegnamenti circa le relazioni o il matrimonio dello stesso sesso”.

                Di fronte all’osservazione che, nella stessa intervista, Gian Guido Vecchi gli fa, ricordando che il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2358 – ed. typica), ribadisce che l’orientamento omosessuale rappresenta una “inclinazione oggettivamente disordinata”, padre Martin risponde con una mossa che non possiamo non qualificare come ‘gesuitica’ e, in fondo, offensiva. Tale mossa – una vera manovra scacchistica – 1) inizia confidando al giornalista  che molte persone Lgbt gli “hanno riferito che questa frase ferisce profondamente (nel libro, la qualifica come “needlessly hurtful and cruel”: inutilmente doloroso crudele”, pg. 46,47); 2) prosegue osservando che si tratta di una “terminologia teologica con un significato preciso che viene dalla filosofia tomistica” (così ‘scordandosi’ che quella terminologia non l’ha scritta S. Tommaso nel medioevo, ma il Magistero Cattolico nel 1997 nel suo Catechismo! E, cosa ancor più interessante, dimenticando di dirci quale sarebbe allora il suo ‘significato preciso’, moderno e attuale); 3) continua con un piccolo capolavoro ermeneutico: “per una persona Lgbt quella frase vuol dire che una parte essenziale di sé – quella che ama, anche se con un amore mai espresso sessualmente – è disordinata”. Quindi, per Padre Martin un omosessuale cattolico vorrebbe che la chiesa, finalmente e definitivamente, riconoscesse la legittimità del suo amore omosessuale “mai espresso sessualmente”. Ora, siamo al ridicolo: un omosessuale cattolico – e chi scrive ha sufficiente esperienza clinica e terapeutica per dichiararlo – desidera che invece sia riconosciuta piena legittimità all’espressione sessuale di quell’amore, proprio in quanto frutto di un amore. Cosa che invece – lo abbiamo ampiamente evidenziato, anche su questa Rivista [1] – la Chiesa Cattolica, al di là di ogni compassione e  rispetto,  non fa e non può ‘oggettivamente’ fare, finchè rimane ancorata ad una dogmatica etica derivata non dal tomismo (soltanto) ma da  una (certa magistrale) interpretazione delle Scritture.

                Così ci pare, al tempo stesso commovente e ridicolo, che padre Martin, raccontando di conoscere un suo  amico gay “che da vent’anni  si è preso cura del suo compagno”, convenga che “questa senza dubbio è una forma d’amore – un amore capace di sacrificio.” E concluda: “ci dobbiamo chiedere: cosa ci sta insegnando qui lo Spirito Santo?”

                Non siamo noi a rispondere in vece dello Spirito Santo: ma ci vien voglia di far notare – al lettore ingenuo – la rilevante ambiguità di quel “qui”: perché se ‘qui’ si riferisce all’amore-capace-di-sacrificio, allora padre Martin, per l’ennesima volta, gioca ‘da baro’ (o, se vogliamo una espressione colta, ‘paralogisticamente’): perché questo amore è già dichiarato legittimo dalla Chiesa cattolica. Questo è il motivo, tra l’altro, per cui padre Martin non esita a riconoscere la presenza di “hundreds, thousands of gay clergy, lesbian women of religious order” (p. 31) che praticano santamente la loro missione anche  grazie attraverso questo ‘amore-senza-sesso’. Se invece ‘qui’ dovesse riferirsi – come padre Martin non vuole fare, pena l’anatema – a quell’amore che stava e sta alla base della relazione ventennale di coppia del suo amico: quindi ad  un amore fatto anche di tenerezza, affetto e desiderio sessuale, un amore umano, integrale, perché fatto di anima-e-carne – beh allora, forse lo Spirito Santo dovrebbe suggerire qualche modifica sostanziale all’articolo 2358!

                E’ proprio perché padre Martin – nel costruire il suo ponte verso la comunità LGBT – resta ben saldo sulla sponda del divieto alla espressione sessuale dell’amore omosessuale, che può dilungarsi in importanti e  umanamente apprezzabili riconoscimenti della dignità delle persone omosessuali in quanto persone. Senza fare alcun reale, serio – teologicamente e dottrinalmente – passo in avanti. Cosa per di più paradossale per un sacerdote che, proprio nelle pagine iniziali, programmatiche del suo libro, asserisce che “the process of coming to undesrtand one’s identity assa Lgbt person is easier that it was just a few decades ago”(il processo del farsi più comprensibile la costruzione dell’identità lgbt di una person è più facile di quanto lo fosse solo qualche decennio fa :pag.9) . Se le cose stessero veramente così per padre Martin, allora dovrebbe riconoscere, come peraltro fatto da altre comunità cristiane protestanti (luterane, anglicane, metodiste) che non si può assolutamente più intendere (understand) l’orientamento omosessuale nei termini di un mero comportamento sodomitico (come era ai tempi di S. paolo, S. Agostino, S. Tommaso ecc), bensì come l’espressione di strutturati vissuti che vengono a svilupparsi precocemente e inconsapevolmente, permeando di sé l’intera sensibilità amorosa ed erotica del soggetto , così da esprimere un aspetto ‘essenziale’ della sua personalità.

                Ritenere tutto questo ‘disordinato’ – ‘ontologicamente’ alieno rispetto al pieno di Dio – rappresenta la codificazione di una squalificante definizione personologica: in parole semplici: un violenta definizione di alterità del Soggetto al piano di Dio (in quanto strutturalmente connesso all’eterosessualità e ad una sessulità essenzialmente procreativa) . Alterità che può essere ricomposta quindi al prezzo di una  mutilazione esistenziale: appunto, a condizione che le persone omosessuali rinuncino ad esprimere sessualmente … non solo il loro modo di amore, ma loro stessi, giacchè noi siamo ciò/come amiamo. E, come le risultanti cliniche della psicologia, della psicoterapia e della psicoanalisi (nocnhè della sessuologia e della psichiatria) dimostrano è sicuramente e soprattutto nel “come” amiamo che va a collocarsi il patologico, il  disordinato e persino il ‘perverso’.

                Avanziamo qui la modesta ipotesi che sia  proprio la storica diffidenza cattolica (agostiniana come matrice, tommasianamente solo diluita) verso la carne, il corpo e la sessualità – ossessivamente connessa e giustificata dalla finalità procreativa e incardinata nel matrimonio come unica modalità di strutturare stabili rapporti affettivi – la ragione per cui a padre Martin e alla Chiesa che lui chiama ‘Istituzionale’ risulti difficile, ostico, disturbante riconoscere la bontà della sessualità amorosa tra due uomini o due donne. Esito paradossale, per una prospettiva spirituale che fa dell’amore, anzi dell’Amore l’essenza stessa del divino.

                E’ noto che l’apostolo Paolo, nella 2^ lettera ai Corinzi, dopo aver riferito delle sue esperienze estatiche e della sua intimità con Dio, confessasse come Dio stesso, per renderlo consapevole della sua umana debolezza e così non insuperbisse, facesse sì che fosse tormentato da ‘una spina, un fascio di spine nella carne”. Per secoli si è dibattuto sulla natura di questa ‘spina’. Agostino la lesse (ovviamente – ci viene da dire, proiettivamente – in chiave sessuale) altri la interpretarono in termini morali, esistenziali o semplicemente fisici. Ci guardiamo bene da osare un tentativo di interpretazione (che poi esulerebbe davvero dalle nostre intenzioni e competenze).

                Di una cosa però siamo certi: che la questione omosessuale è forse una delle spine più pungenti per la teologia cattolica e per la Chiesa cattolica. Anche se, purtroppo, dobbiamo constatare, come psicoterapeuti, che forse ancora più pungente è la ferita che quell’articolo 2358 infierisce nell’anima di molti omosessuali cattolici, dimidiati dal desiderio di vivere i propri amori all’interno del loro voler continuare ad amare la loro Chiesa. Con la conseguenza di interiorizzare un conflitto che – come lo stesso padre Martin riconosce – può persino portare al suicidio.

                Per queste ragioni, il testo di padre Martin, sicuramente animato da buone intenzioni, fallisce l’obiettivo che vuol raggiungere: non accorgendosi di come lo stesso titolo, pur alludendo alla possibilità di un incontro – il ponte – implicitamente ribadisce l’esistenza di due sponde: appunto, di due realtà distanti/opposte. Sempre per queste stesse ragioni, paiono stonati e poco ‘equilibrati’ gli esercizi di meditazione che padre Martin include nella seconda parte del testo, indirizzandoli alla comunità LGBT cattolica perché anche lei ascolti con rispetto, compassione e sensibilità la voce del Magistero. Di un Magistero che, come Building Bridge documenta e prova, non pare ancora capace di ascoltare realmente il senso della domanda ‘ontologica’ di accoglienza integrale (sessuata) che proviene da quella comunità (cattolica e non). Qui, all’altezza di questa domanda, ci pare debba davvero collocarsi l’interrogativo di padre Martin: ‘cosa ci sta insegnando lo Spirito Santo?”.​

Ivano Lanzini
 

“Se Cristo è tutto”: il ritorno del rimosso nella ‘psicologia cattolica’. Note epistemologiche ‘caritatevoli’

dott. Ivano Lanzini

            Che, dal punto di vista di molti cattolici di ogni ordine e grado (dal semplice fedele a molti vescovi e cardinali e almeno due degli ultimi papi), la società attuale sia essenzialmente scristianizzata, segnata dalla ‘dittatura del relativismo’, dallo smarrimento di ‘veri e fondati’ valori morali, dalla precarizzazione dei legami coniugali che minano la famiglia e sconvolgono il ‘naturale’ orientamento dei sessi, e in generale da una riduzione del cristianesimo a pratica sociale e mero messaggio etico-morale è un fatto noto, documentato da numerosi interventi del Magistero.

            Nella Evangelii Gaudium, papa Francesco proprio a questo riguardo viene a osservare preoccupato come “ la formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentino un’importante sfida pastorale” (E.G. n. 102, 2013); preoccupazione che riprende, dimostrandone la perdurante attualità, quell’altra più accorata e per noi psicologi e psicoterapeuti interessante, di Giovanni Paolo II, che nel suo Discorso al tribunale della Sacra Rota del 1987, denunciava come “…la visione antropologica, da cui muovono numerose correnti nel campo delle scienze psicologiche del tempo moderno sia decisamente… inconciliabile con gli elementi essenziali dell’antropologia cristiana, perché chiusa ai valori che trascendono il dato immanente e che permettono all’uomo di orientarsi verso l’amore di Dio” (AAS, LXXIX, 1453-1459).

            Ovviamente, ci troviamo qui di fronte a una lettura della realtà culturale della nostra società del tutto legittima e più che rispettabile, rappresentando essa un punto di vista autorevole e rappresentativo di una tradizione religiosa di notevole portata e significato nella storia del nostro paese.

            Una lettura sulla quale, in quanto psicologi e psicoterapeuti, non possiamo né dobbiamo entrare nel merito – giacché entrare nel merito implicherebbe un mettere sotto esame un punto di vista che ha nella fede, anzi in una fede specifica, quella cattolica apostolica, il suo fondamento più autentico e genuino. E poiché la psicologia e la psicoterapia nel suo insieme sono pratiche specialistico-disciplinari ad intenzionalità scientifica (e quindi collocate sul piano di una indagine empirica dei processi emotivi, affettivi, cognitivi e relazionali dell’uomo), entrare nel merito significherebbe non rispettare la distinzione metodologica di Steven Jay Gould dei NOMA (dei non overlapping magisteria) per cui scienza e religione dicono di cose diverse ed epistemicamente e metodologicamente in-afferenti.[1]

            Tuttavia possiamo esprimere anche noi una nostra sensata preoccupazione nei confronti di alcune tendenze culturali interne a quei settori del cattolicesimo che traggono dalle parole papali da noi riportate indicazioni teoriche e applicative al campo della psicologia e della psicoterapia che, se messe in pratica, ci pare porterebbero danno non lieve tanto alle nostre discipline quanto, ci pare, anche a quel cattolicesimo maturo e conciliare che della laicità ha fatto una scelta compiuta e definitiva. Danno che sarebbe per di più particolarmente gravoso nel settore della fenomenologia dell’identità, dell’orientamento sessuale, dei nuovi legami affettivi ecc.

            Non ci riferiamo qui tanto a quelle espressioni più manifestamente aggressive e ideologicamente agguerrite che hanno dato vita a movimenti tipo ‘difendiamo i nostri figli’,  quanto a posizioni più colte, come per esempio quelle portate avanti da Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta serio e appassionato, che vorrebbero legittimare la costruzione di una ‘psicologia cattolica’ finalizzata a: da un lato, contrapporsi alle derive ‘laicistiche’ e in fondo ‘anticristiane’ presenti nelle premesse antropologiche della psicoanalisi, della psicologia umanistica, del cognitivismo scientista ecc; dall’altro lato, a fare in modo che lo psicoterapeuta cattolico non sia più costretto a “scindersi, ossia ad essere cattolico nella preghiera quotidiana, nella frequenza ai sacramenti … e chiudere tutto questo fuori dalla stanza di terapia[2]”, ma possa essere coerentemente “intero” e “integro”: uno psicologo cattolico per il quale la fede ‘ha a che fare con la psicologia’ .

            Ovviamente, questo ‘aver a che fare’, per Marchesini non implica battezzare la psicologia, bensì rifondare la psicologia innestandola su premesse filosofico-antropologiche coerenti con le Verità cattoliche. Simile innesto, secondo Marchesini (e altri)[3], sarebbe più che legittimo perché ogni teoria psicologica – da quelle psicoanalitiche freudiane, adleriane, junghiane, a quelle masloviane, rogersiane, beckiane, batesoniane ecc. – esprime in realtà una visione dell’uomo, una weltanschauung e quindi una metafisica che veicola, controlla e, secondo l’autore, distorce riduttivamente i dati clinici, arrivando ad una naturalizzazione scientistica dell’uomo. La psicologia cattolica, auspicata da Marchesini et al. avrebbe il vantaggio di essere esplicita, coerente, chiara, onesta e, soprattutto, vera. Ovviamente, della verità del Vangelo, della filosofia e teologia cattoliche (la Riforma protestante è sistematicamente ignorata da questi psicologi-filosofi cattolici; ci verrebbe da dire, sintomaticamente: fare i conti con la Riforma è in effetti pericoloso. Si tratta, infatti, di una riforma della stessa antropologia cristiana in nome di Verità derivate dagli stessi testi! A quando quindi una psicologia luterana? O calvinista? O neo-evangelica?).[4]

            Al di là delle apparenze, la novità di queste tendenze risiede nella loro vetustà. Esse, infatti, riprendono sostanzialmente due pregresse prospettive culturali: la più recente è quella presente in alcuni aspetti del pensiero di don Giussani; la più antica, meno nota e decisamente più colta è rappresentata dall’opera di Rudolf Allers, un originale e stimolante psichiatra austriaco, che ha avuto modo di conoscere da vicino Freud[5] e Adler, che è stato anche maestro di Vicktor Frankl e che ha dedicato tutta la vita professionale all’obiettivo di fondare una “psicologia medica cattolica [come] sintesi delle verità contenute nei sistemi già esistenti e inaccettabili, visto il loro puro materialismo e le verità della filosofia e della teologia cattolica. Questo lavoro di sintesi non può essere compiuto che da persone istruite e nella medicina o psicologia e nella filosofia… questo lavoro deve essere fatto da medici specialisti di psichiatria, dunque da scienziati cattolici laici”[6]- ove per ‘laici’ qui si intende ‘non sacerdoti, non chierici’.

            Non è un caso, a testimonianza di queste antiche origini, che Marchesini, in pieno accordo con Allers, utilizzi sistematicamente il pensiero di Tommaso come referente filosofico strategico per la sua psicologia ‘cattolica’; e, sul piano esistenziale e quasi-clinico, riformuli la domanda giussaniana: “Se Cristo è tutto, che cosa c’entra con la… psicologia?”. Ovvero: se Cristo è la verità “che rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”[7] come può la psicologia prescindere da Lui? Come può lo psicoterapeuta ‘lasciar fuori dalla stanza’ questa verità sull’uomo, che “illumina il suo mistero”?[8] Come può la psicologia non riferirsi a quella ragionata illustrazione razionale della fede e della verità sull’uomo contenuta nella filosofia tomistica? Come può non essere e tornare “ancilla” di questa filosofia e teologia?

            Vogliamo essere chiari: se ci trovassimo di fronte ad esercizi puramente letterari e accademicamente filosofici, potremmo tranquillamente soprassedere a tutto questo. Il fatto però è che il progetto di Marchesini, come si è accennato, ci pare ‘veramente’ dannoso. Non solo per il suo arcaismo. Ma perché rappresenta un salto all’indietro di almeno 40 anni. Nonché perché si fonda su discorsi paralogistici più che logici.

            Nessuno nega la dipendenza di qualsiasi teoria o modello psicologico di mente e di ‘terapia’ da premesse epistemico-filosofiche, a loro volta inevitabilmente connesse ad implicazione antropologiche e visioni del mondo. Tale dipendenza è inevitabile. E agisce come una sorta di pregiudizio cognitivo. Rappresenta, insomma, una inevitabile semplificazione di una realtà che è complessa. Per questo, come ricorda un teologo e filosofo e biologo (purtroppo anglicano) “ogni visione del mondo, religiosa e non, ha il suo tallone d’Achille.”[9] Si tratta di minimizzarne gli effetti. “Il senso ultimo del metodo scientifico  è di ridurre… questo pregiudizio”[10]. Ovviamente, nel campo clinico questo risulta decisamente più complesso e difficoltoso: non abbiamo a che fare con ‘oggetti discreti e manipolabili’ ma con la polifonia(o acofonia) di dinamismi emotivi, affettivi, cognitivi (consci e non), nonché di sistemi relazionali sfrangiati e intrecciati tra loro. Con realtà processuali ove 'l’essere’ non si dà immediatamente, ma mediatamente e dove l’agire a volte pare precedere 'l’essere'.

            Tutta la psicologia contemporanea si sta gradualmente spostando sul versante di una forte consapevolezza epistemica e quindi su modalità di lavoro orientate ai problemi più che alle dottrine. Certo, a non pochi piace definirsi dogmaticamente freudiani, lacaniani o bioniani, altri impazziscono per Bowlby o Beck o Berne o Erickson. Si tratta però di operazioni spesso vicine al marketing, o espressioni di bisogni assicurativo-semplificativi non ancora elaborati. Nella realtà della ricerca e della pratica e della comunicazione interspecialistica, la psicologia contemporanea ha fatto enormi progressi nell’evidenziazione di strutture fenomeniche comuni sulle quali costruire linguaggi condivisi e, in ogni caso, dotati di una referenzialità empirica accertabile.

            Certo, tutto questo ha significato una maggiore consapevolezza dei limiti del nostro sapere, una migliore gestione dell’incertezza, una più ampia capacità di lavorare nel dubbio e attraverso il dubbio e il relativo. E la cosa che, come psicologi clinici, ci conforta è che qualcosa di simile è reperibile anche nella più avanzata ricerca teologica, che Marchesini probabilmente considera quasi eretica. Ci chiediamo, infatti, quale compatibilità abbia il suo progetto di un psicologia cattolico-allersiana con prese d’atto teologiche di rilievo[11] come questa: “E’ l’impianto teorico dell’antropologia cristiana che deve essere ripensato, perché si possa far luce sul modo di utilizzare i dati delle scienze psicologiche”[12]. O ancora: “Molti psicologi cattolici leggono Freud  con le lenti di Tommaso, mentre occorre far evolvere il pensiero di Tommaso, nella direzione indicata dalle scoperte freudiane”. E che dire poi dell’asserzione – che a noi pare di una esemplare chiarezza e di una laicità epistemicamente precisa – per cui “La vita di fede facilita e potenzia la crescita umana, ma non ne costituisce una specifica connotazione”[13]. Non ci troviamo qui di fronte ad una posizione equilibrata, alla capacità di distinguere la diversità – vogliamo dire anche ontologica? – dei piani disciplinari? E quindi capace di permettere allo psicologo e psicoterapeuta cristiano e cattolico di operare laicamente, senza scissioni e, soprattutto, senza invasioni  teologiche? Non è sufficiente allo psicologo credente la sua fede in quel Cristo-tutto? O forse è la sua fede che vacilla? Divenendo così incontinente? Ovvero enfatica: bisognosa di dirsi e di dire. Incapace di trovare un suo limite nell’Altro? Quel limite che fonda il Rispetto della Persona che è l’Altro? E che trascende ogni nostra definizione?

            Stupisce – e qui ci permettiamo un commento meta-psicologico non privo di una sua tensione ‘spirituale' – stupisce come Marchesini (et Al.) non si accorga anzitutto che il (suo) Cristo è già presente nella stanza d’analisi: è presente nel modo sensibile di ascoltare il suo paziente, accogliendolo e rispettandolo proprio nelle sue eccedenze non/anticristiane, nella sua indifferenza a tematiche religiose, nella sua riduzione del ‘peccato’ alla colpa. In questo accoglierlo Marchesini, come ogni bravo psicologo (credente o non) applicherà quel fondamentale precetto gesuano: ‘nolite judicare’. Precetto che, per il credente, significa rinviare a Dio e a Dio soltanto il ‘diritto’ del giudizio: del dire la verità sul ‘chi è’ della Persona sofferente che ha di fronte. Per lo psicologo laico, quel precetto rappresenta la traduzione etica di un criterio epistemico-ontologico ormai accettato e corroborato: quello per cui l’uomo è ente così complesso da non essere comprensibile pienamente nella totalità delle teorie e dei modelli psicologici disponibili. Criterio che, a sua volta, implica che quell’Altro che è il paziente possiede una intrinseca trascendenza meta-scientifica, di fronte alla quale occorre la serietà del silenzio e la disponibilità dell’amore – come ci pare avvenga in un bel recente lavoro di due cattolici (una psicoanalista e un teologo) Beatrice Brogliato e Damiano Migliorini[14] su ‘L’amore omosessuale?' In cui la dimensione della fede cattolica viene metodologicamente ad accostarsi e dialetticamente persino a nutrirsi dei dati della clinica psicologica e psicodinamica, così da usare criticamente “psicoanalisi, teologia e pastorale [per un] dialogo e per una nuova sintesi”.

            Dialogo: parola antica che esclude il possesso assoluta di assolute verità. Per questo, in epistemologia, il dialogo è anche considerato ‘principio di carità’ applicabile ovunque: in logica, in ermeneutica, nello stesso dibattito scientifico.

            Non sembri provocatorio: ma il luterano “Hier Stehe Ich. Ich kannt nicht anders’ sembra – se colto non come critica distruttiva del principio di autorità, ma come ingresso di una soggettività che non pretende più una Verità assoluta (non in quanto in-esistente ma indefinitamente approssimabile) – ci pare un invito ancora ricco di potenzialità. Carico di carità, come oggi si ama dire, produttore di ‘misericordia’.            

Una delle maggiori difficoltà che si incontrano nel dialogo tra psicologia e morale sessuale cattolica risiede nella complessa quanto implicita rete di forti pre-assunzioni di natura "ontologica" che permeano tale morale. E che, in quanto fondate su una ragione fideistica (questa la corretta traduzione del binomio retorico “Fides&Ratio”), di fatto pongono l'interlocutore laico - ragionevolmente 'perplesso' dinanzi a qualsiasi assunzione assoluta di 'Verità' - nella condizione di 'obbedire' o di osare (kantianamente) di dissentire pensando con la propria testa. O, meglio, sulla base di riscontri empirici e di argomenti non assiomatici.   

         Ovviamente, non si vuole qui sostenere, come purtroppo fanno alcuni ‘atei dogmatici’ (anche nostrani), una contrapposizione verticale o radicale tra punto di vista cattolico e punto di vista laico, come se il primo fosse l’unico dotato di pre-assunzioni ontologiche e valoriali e il secondo fosse ‘immacolato’ e ‘vergine’. Anzi, teniamo qui a precisare che la pre-assunzione ateistica (tipica di Dennet, Dawkins, Odifreddi ecc,) è appunto una pre-assunzione, per di più dogmatica e, quel che più conta, non rigorosamente supportabile.

         A nostro parere, la distinzione – utile per chi si pone con atteggiamento    critico-discriminativo (in senso sanamente kantiano) e con intenzione ‘buona’ – è invece da intendersi come differenza tra pre-assunzioni forti e, in ultima istanza, rinvianti ad una verità accolta per gratiam, e pre-assunzioni deboli, revocabili, metodologicamente escludenti tanto l’opzione ateistica quanto quella fideistica.

           Fatta questa premessa, ci limiteremo in questa sede ad esaminare una preassunzione-chiave: vera architrave del pensiero cattolico sulla morale e sullo stesso destino umano. Ci riferiamo all'assunto creaturale. In forza del quale siamo de-finiti appunto “enti creati”: ab origine, nella duplice connotazione fisica e spirituale. Poi, nella nostra essenziale natura spirituale che ci costituisce 'ad immagine di Dio'. Tale essenza è, come noto, la nostra anima. Stando così le 'cose' appare inevitabile la conseguenza ontologica di collocare la sessualità umana come modalità di cooperazione dell'uomo con il Dio creatore. Fare l’amore diviene, in questa prospettiva, qualcosa di qualitativamente diverso dal fare un'esperienza relazionale con un'altra persona; dal procedere per approssimazioni successive al comprendere la differenza tra bisogno e desiderio sessuale e quindi tra attrazione narcisistica e maturazione donativa. Amare vuol dire, nella prospettiva morale cattolica, ‘consegnarsi ad un progetto divino’. Anzi, rinnovare tale ‘consegna’ sussumendo la relazione matrimoniale entro la più profonda relazione con Dio: “Chi ama padre e madre [figlio o figlia, marito o moglie] più di me non è degno di me’.

         E’ fondamentale tenere presente, nella concreta esperienza dell’aiuto psicologico al (sinceramente) credente, questo quadro concettuale, perché, se vissuto, diventa una cornice esistenziale di grande rilievo emozionale ed affettivo, oltre che cognitivo. Una cornice che richiede, da parte del terapeuta, una capacità di accoglienza sincera e rispettosa. A sua volta collegata al saper contenere ogni pre-assunzione non religiosa in modi realmente autentici. Per intenderci, in modi non banalmente politically correct. Che risulterebbero quali forme di tolleranza diplomatica e, in fondo, arrogante. Fondamentale diviene, insomma, conservare l’orizzonte di senso tracciato dal paziente dandogli/le la possibilità di confrontarlo – di confermarlo o meno – con la realtà dei suoi genuini bisogni emotivi ed affettivi ed erotico-sessuali. Ove per ‘genuini, non si devono intendere quelli pre-supposti dalle teorie psicologiche del terapeuta, bensì quelli che si evidenziano nel libero declinarsi del paziente nella trama delle sue esperienze relazionali: dall’infanzia alla maturità.

         Solo in questo modo, il paziente, in quanto credente, potrà essere posto nella condizione di una riflessione: di un ri-pensamento della congruenza tra i suoi vissuti e il suo sistema valoriale. In modo niente affatto dissimile a quello che avviene, o dovrebbe avvenire, in qualsiasi quadro concettuale valoriale o ideologico (laico e non). La laicità in psicologia e psicoterapia non essendo una opzione prima facie filosofica, bensì un criterio metodologico intimamente connesso alla logica dell’indagine ‘scientifica’. Che nulla vieta ed esclude (in assoluto) ma di tutto chiede, pacatamente, ragione, attendibilità e dubitabilità.

Ivano Lanzini

Note(cliniche) a latere su sessualità e antropologia cattolica

Una delle maggiori difficoltà che si incontrano nel dialogo tra psicologia e morale sessuale cattolica risiede nella complessa quanto implicita rete di forti pre-assunzioni di natura "ontologica" che permeano tale morale. E che, in quanto fondate su una ragione fideistica (questa la corretta traduzione del binomio retorico “Fides&Ratio”), di fatto pongono l'interlocutore laico - ragionevolmente 'perplesso' dinanzi a qualsiasi assunzione assoluta di 'Verità' - nella condizione di 'obbedire' o di osare (kantianamente) di dissentire pensando con la propria testa. O, meglio, sulla base di riscontri empirici e di argomenti non assiomatici.   

         Ovviamente, non si vuole qui sostenere, come purtroppo fanno alcuni ‘atei dogmatici’ (anche nostrani), una contrapposizione verticale o radicale tra punto di vista cattolico e punto di vista laico, come se il primo fosse l’unico dotato di pre-assunzioni ontologiche e valoriali e il secondo fosse ‘immacolato’ e ‘vergine’. Anzi, teniamo qui a precisare che la pre-assunzione ateistica (tipica di Dennet, Dawkins, Odifreddi ecc,) è appunto una pre-assunzione, per di più dogmatica e, quel che più conta, non rigorosamente supportabile.

         A nostro parere, la distinzione – utile per chi si pone con atteggiamento    critico-discriminativo (in senso sanamente kantiano) e con intenzione ‘buona’ – è invece da intendersi come differenza tra pre-assunzioni forti e, in ultima istanza, rinvianti ad una verità accolta per gratiam, e pre-assunzioni deboli, revocabili, metodologicamente escludenti tanto l’opzione ateistica quanto quella fideistica.

           Fatta questa premessa, ci limiteremo in questa sede ad esaminare una preassunzione-chiave: vera architrave del pensiero cattolico sulla morale e sullo stesso destino umano. Ci riferiamo all'assunto creaturale. In forza del quale siamo de-finiti appunto “enti creati”: ab origine, nella duplice connotazione fisica e spirituale. Poi, nella nostra essenziale natura spirituale che ci costituisce 'ad immagine di Dio'. Tale essenza è, come noto, la nostra anima. Stando così le 'cose' appare inevitabile la conseguenza ontologica di collocare la sessualità umana come modalità di cooperazione dell'uomo con il Dio creatore. Fare l’amore diviene, in questa prospettiva, qualcosa di qualitativamente diverso dal fare un'esperienza relazionale con un'altra persona; dal procedere per approssimazioni successive al comprendere la differenza tra bisogno e desiderio sessuale e quindi tra attrazione narcisistica e maturazione donativa. Amare vuol dire, nella prospettiva morale cattolica, ‘consegnarsi ad un progetto divino’. Anzi, rinnovare tale ‘consegna’ sussumendo la relazione matrimoniale entro la più profonda relazione con Dio: “Chi ama padre e madre [figlio o figlia, marito o moglie] più di me non è degno di me’.

         E’ fondamentale tenere presente, nella concreta esperienza dell’aiuto psicologico al (sinceramente) credente, questo quadro concettuale, perché, se vissuto, diventa una cornice esistenziale di grande rilievo emozionale ed affettivo, oltre che cognitivo. Una cornice che richiede, da parte del terapeuta, una capacità di accoglienza sincera e rispettosa. A sua volta collegata al saper contenere ogni pre-assunzione non religiosa in modi realmente autentici. Per intenderci, in modi non banalmente politically correct. Che risulterebbero quali forme di tolleranza diplomatica e, in fondo, arrogante. Fondamentale diviene, insomma, conservare l’orizzonte di senso tracciato dal paziente dandogli/le la possibilità di confrontarlo – di confermarlo o meno – con la realtà dei suoi genuini bisogni emotivi ed affettivi ed erotico-sessuali. Ove per ‘genuini, non si devono intendere quelli pre-supposti dalle teorie psicologiche del terapeuta, bensì quelli che si evidenziano nel libero declinarsi del paziente nella trama delle sue esperienze relazionali: dall’infanzia alla maturità.

         Solo in questo modo, il paziente, in quanto credente, potrà essere posto nella condizione di una riflessione: di un ri-pensamento della congruenza tra i suoi vissuti e il suo sistema valoriale. In modo niente affatto dissimile a quello che avviene, o dovrebbe avvenire, in qualsiasi quadro concettuale valoriale o ideologico (laico e non). La laicità in psicologia e psicoterapia non essendo una opzione prima facie filosofica, bensì un criterio metodologico intimamente connesso alla logica dell’indagine ‘scientifica’. Che nulla vieta ed esclude (in assoluto) ma di tutto chiede, pacatamente, ragione, attendibilità e dubitabilità.

Ivano Lanzini

 

Let people dream their own dreamsUna noterelle laica in un modo reincantato

 

«Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione. È necessario proclamare l’irrinunciabile verità del matrimonio. La famiglia fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo appartiene al sogno di Dio». Così veniva affermando Papa Francesco il 22 Gennaio 2016 all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Sacra Rota.

Parole chiare. Nette. Semplici. Che è bene conoscere e delle quali è importante comprendere valore e limiti. Sì: limiti. Si tratta di parole che, infatti, ben definiscono una visione della famiglia rigorosamente ‘limitata’ o, se vogliamo, circoscritta entro una visione del mondo e un’antropologia prettamente cattoliche. Cioè religiose. Cioè fondate, in ultima, fondamentale istanza su una fede.

Parole che quindi di quella fede sono testimonianza autorevole e che ai credenti in/di quella fede giustamente si rivolgono. E noi ci auguriamo di cuore – per il loro bene spirituale – che i fedeli cattolici siano all’altezza di questa visione religiosa, ‘divinamente fondata’, della famiglia.

Detto questo, è inevitabile aggiungere – come nota e memento per i nostri legislatori e per tutti coloro che paiono aver smarrito l’abc del pensiero laico – che si danno ‘visioni’ ben diverse della famiglia, differenti concezioni della sua natura e finalità, fondate su analisi dei processi psicologici, sociali e culturali del suo formarsi, crescere, trasformarsi e ridefinirsi. Analisi che, non essendo dedotte da preconfezioni fideistico-religiose, sono in grado di prendere atto del darsi modi, forme e fini diversi entro la realtà delle dinamiche famigliari.

Consideriamo:

  1. che una coniugalità è dissolubile: e questo non come effetto di una colpa o disastro o fallimento, ma per la responsabile assunzione del diritto a modificare un patto quando questo viene a impedire o ostacolare la crescita umana di uno dei contraenti;

  2. che tale dissolubilità non implica ma anzi rafforza l’impegno della parentalità, in base alla quale mogli e mariti ‘passano’ ma papà e mamme restano;

  3. che la procreatività della famiglia è una opzione libera non un dettame o un obbligo e che quindi implica una visione/gestione della sessualità primariamente unitiva e poi procreativa;

  4. che il fondamento della ‘società famigliare’, risiedendo nella capacità di un amore che si impegna, fedele alla propria autenticità, non rinvia in modo esclusivo/escludente alla eterosessualità, ma può ben ‘contenere’ l’omosessualità.

È facile notare come quanto esposto schematicamente nei punti 1, 2, 3 sia già realtà giuridicamente fondata (leggi su separazione e divorzio; leggi sulla contraccezione e l’aborto) in Italia, mentre il punto 4 lo sia – vuoi nella forma propria dell’istituto della famiglia o delle unioni civili con stepchild adoption – già nella maggioranza dei Paesi europei e anglosassoni (inclusi quelli a forte tradizione cattolica).

Da psicoanalisti, non possiamo inoltre esimerci dall’osservare come, implicita in questa visione della famiglia e della sua unitiva procreatività, riposi una concezione della sessualità che ancora risente dell’antropologia colpevolizzante e tragica del peccato originale e della natura intimamente corrotta dell’uomo. Si capisce quindi che solo ‘un sogno divino’ può consentire una reale e non ipocrita realizzazione di siffatto progetto matrimoniale.

Perché allora questa nota e questo memento? Semplicemente per ricordare, soprattutto a quei cattolici che si dicono laici (presenti nelle file del Pd, del M5s e di altre formazioni), che le parole rispettabili del Papa e la relativa concezione della famiglia dovrebbero rimanere quello che sono: il sogno di Dio. O, per essere epistemologicamente corretti, il sogno di coloro che affermano trattarsi del sogno del loro Dio, e forse di quel Dio che Vito Mancuso ha acutamente riclassificato Deus (cfr. Dio e il suo destino). Tale sogno non dovrebbe impedire altri sogni, ma collocarsi accanto a essi, in uno Stato ove tutti hanno riconosciuto il diritto a vivere i propri sogni. Così realizzando i propri desideri di amore, intimità, condivisione.

E per rammentarlo anche a quei vescovi e cardinali che ‘sognano’ – contrariamente a tanti loro fratelli nella fede (luterani, battisti, metodisti, etc.) – un mondo ove la loro verità sia la Verità. Dimenticando la natura sognante di ogni pretesa Verità. E non accorgendosi che tale dimenticanza produrrebbe una società da incubo.

Ultima nota: non possiamo esimerci dal fare un delicato augurio e un ulteriore memento aggiuntivo a don Livio, direttore di Radio Maria, che in uno dei suoi commenti radiofonici contro la legge sulle unioni civili non si è trattenuto dal rammentare alla senatrice Monica Cirinnà che verrà anche per lei il giorno del funerale. L’augurio nostro a padre Livio è che il suo funerale avvenga il più tardi possibile, così che possa continuare a diffondere nel mondo il racconto dei suoi ‘sogni’. Il memento riguarda invece una nota storica: il medioevo è passato da tempo. E con esso le minaccia di una punizione nell’aldilà. Pronunciare minacce oggi, caro Padre Livio, è un po’ come comportarsi da genitore incompetente che, di fronte ad un figlio che la pensa diversamente, non ha altre risorse che un ‘guarda veh!...’

Il che ci pare un bel salto all’indietro persino rispetto al padre del figliol prodigo. Ma questo è forse uno spezzone di sogno che padre Livio non ha ben compreso o ha frainteso, come avviene in analisi, quando un sogno osa scuotere certe nostre narcisistiche verità interiori.

Ivano Lanzini

L’ invasione degli ultracorpi: fantasmi e fantasie cattoliche nel mondo globalizzato

            Non c'è bisogno di scomodare il Gorgia dell'Encomio di Elena, per ricordare il potere creativo-suggestivo delle parole: queste 'piccole potenze' che possono dare realtà a ciò che non è reale e, al tempo stesso, occultare ciò che è evidente. O, ancora, possono indurre emozioni, sentimenti, pulsioni distruttive quanto sensazioni di pericolo se non di panico. Soprattutto in un mondo globalizzato ove la comunicazione massmediale è in grado di produrre effetti di realtà ad alto impatto emotivo.

            Colpiscono, per queste ragioni, il linguaggio e il tono delle parole pronunciate da Papa Bergoglio a Tblisi, il 2 ottobre ultimo scorso, toccando i temi del matrimonio e della famiglia e della crisi in cui queste realtà istituzionali versano. Secondo il Papa sarebbe, infatti, in atto nientemeno che "una guerra mondiale per distruggere il matrimonio".

            Una guerra che non è condotta con armi, bensì mediante" colonizzazioni ideologiche". Ossia attraverso strategie d’invasione delle menti e delle coscienze attuate mediante idee, visioni del mondo e dei sessi che mirano “a distruggere la famiglia", a dare maggiore legittimazione e diffusione al divorzio e, addirittura, all'indifferentismo sessuale. Cuore pulsante, malefico e malvagio, di questa colonizzazione ideologica sarebbe, secondo il Papa, la 'teoria gender’': vero perverso" grande nemico" non solo dell’uomo, ma di Dio giacché favorendo l’indistinzione di sessi e/o la loro dissoluzione culturale, metterebbe poi capo coerentemente alla dissoluzione del matrimonio e della famiglia, e così “colpisce il volto di Dio”, la sua immagine poiché "la famiglia è la cosa più bella che Dio ha creato"e lacerare ciò che Dio ha costituito come 'una sola carne' è appunto come “sporcare il volto di Dio”.

 

            Ora è ovvio che il Papa sia libero di scegliere parole, termini e toni che vuole-specie se il suo parlare è rivolto ai suoi fedeli. Tuttavia desta forte perplessità per chi, come chi scrive, è attento all’'impatto delle parole sull'animo dell'uomo, avendo avuto modo di costatare clinicamente quanto queste parole abbiano a che fare con la produzione di sofferenza mentale, talvolta molto grave. Specie quando queste parole sono proferite da persone autorevoli, o alle quali è comunque, accredita autorità e autorevolezza: come sono i genitori per i figli, gli insegnanti e gli educatori per gli studenti, uomini politici di governo per i cittadini e, appunto, capi o leader (come si dice oggi) religiosi per i loro fedeli.

            Entro nel merito. Che la capacità di costruire legami affettivi durevoli, implicanti intimità, complicità, rispetto e passione erotica, intenzionati a durare e aperti all'accoglimento e alla cura dei figli- che insomma la capacità di mettere capo a relazioni giuridicamente traducibili in senso matrimoniale e di famiglia sia una capacità adulta, psicologicamente matura e funzionale all’equilibrato sviluppo e crescita della società è cosa che nessuno psicologo e sociologo o antropologo dotato di buon senso e accettabile preparazione può disconoscere.

            Altresì è indubbio, per qualsiasi psicologo clinico, che tale capacità di costruire legami affettivi è una capacità matura se accompagnata alla complementare capacità di revocare 1'assenso a tali legami se e quando gli adulti coinvolti mostrano -per le ragioni più diverse-comportamenti e tratti di personalità che rendono non più credibile la loro comune crescita psicologica e umana,  creando invece condizioni non di banale infelicità ma di profondo e disturbante disagio. In altri termini: la capacità di costruire legami duraturi, di dire "sì, per sempre"è psicologicamente matura se e solo se complementare alla capacità di collocare il ‘per sempre" nell'orizzonte concreto della comune crescita umana. In questo senso, il divorzio è una virtualità intrinseca al matrimonio e, non sembri paradossale, è anche indicatore di una sua praticabilità non alienante o alienata.

Del resto, e qui sta l'equivoco paralogistico del Papa, Bergoglio ci parla non del matrimonio ma del sacramento del matrimonio, dando l’impressione che il secondo coincida col primo: “non c’è e non avrai matrimonio al di fuori di me e del mio matrimonio-Sacramento. E'questo matrimonio-Sacramento che viene “sporcato” dal divorzio, vero fango sulla faccia... di Dio: di quel Dio che unisce-per-sempre-ciò-che-una-volta-così-unito-non-si-può-più-separare.

            Nulla da eccepire. Sia chiaro. Se è di questo che si parla. Con due piccole, modeste avvertenze:

 1) che questo matrimonio-sacramento non è minimamente aggredito dalla teoria gender. Esso è stato da tempo semplicemente ri (con)dotto a quello che dovrebbe essere in una società libera e laica:  un modo di intendere i/matrimonio e non più il solo modo. Da Lutero ai liberi pensatori, dagli Illuministi alla Rivoluzione francese a Napoleone e il suo nuovo codice civile, fino all'Europa del primo e secondo dopoguerra, l'introduzione del divorzio e quindi di un'altra visione del matrimonio ha tolto progressivamente rilevanza alla sua dimensione sacramentale- il tutto, ovviamente, all'interno dei processi di secolarizzazione che hanno visto il progressivo declinare di pratiche religiose sinceramente vissute (e non tradizionalmente e conformisticamente agite).

 2) a creare serie difficoltà al matrimonio (sacramentale e non) sono poi intervenuti e intervengono fattori culturali, socio-economici e antropologici molto complessi che, in larghissima misura, precedono e nulla hanno a che fare con le teorie gender-così come il Papa vuole in tenderle, giacché, come l'Ordine degli psicologi italiano (ma anche l’APA americana) ha già ribadito: nessun clinico serio teorizza I'inafferenza del corpo all’identità sessuale, ma conviene sull'impatto profondo che la dimensione psicologica e socio-culturale ha sulla costruzione della propria identità sessuale e sulla costruzione di ruoli 'maschili e femminili' e loro differenzazione discriminativa a livello economico, sociale, culturale, nonché, in parte, sui processi di costruzione degli orientamenti sessuali.

            Quanto poi alla configurazione di nuove forme di relazioni affettive, come le unioni civili, aperte a etero e omosessuali o al matrimonio omosessuale o, fatto in ascesa, al crescere di coppie con figli che non richiedono alcun riconoscimento giuridico, non si vede come queste realtà possano essere viste come attacco al matrimonio se non nella sua versione puro-sacramentale. Si tratta di espressioni dl differenze creative della cultura e della pratica della/nella convivenza (affettiva)  umana. Di realtà che non contraddicono nulla, ma estendono il campo delle  possibilità e modalità d’impegno amoroso e procreativo. La scoperta delle Americhe non è stata contraddittoria rispetto all'esistenza del Vecchio Continente. E' stata la scoperta di quanto vasto e vario sia il globo terrestre. Anche se, va sommessamente rammentato al Papa, che la scoperta di altre civiltà con costumi diversi e pratiche religiose diverse e ‘scandalose’ è stata vista come un pericolo per la civile e cattolica Europa, che si è trovata a riflettere sul riconoscere o meno dignità umana e anima a quei popoli selvaggi e incivili. Non prima dl averne attuato uno sterminio di proporzioni... bibliche (come Montaigne e Las Casas ci rammentano ancora  a distanza di secoli.)

 

            Se le famiglie vogliono mantenersi salde, non devono pertanto spendere energie per difendersi da colonizzazioni ideologiche che come gli ultracorpi del celebre film di Don Siegel invaderanno le loro menti alterando personalità e valori.

            A meno di non additare come 'ultracorpi' quelle dalle farsesche rappresentazioni della vita che ritroviamo in tanti prodotti massmediali, dalle fiction ai reality alla pubblicità, ove sovente sono reperibili modelli di ruoli di genere penosamente immaturi e psicologicamente primitivi.

 

            Ben più ‘utile’ alla costruzione di legami affettivi (e famigliari in primo luogo) è la promozione di processi maturativi di crescita psicologica, affettiva e sessuale, tali da rendere i futuri coniugi e/o compagni/e complici

1) consapevoli della complessità della grande avventura del vivere assieme amando figli (biologici e non) e quindi e preliminarmente

1) consapevoli di sé, delle proprie inclinazioni, dei propri gusti (anche erotico - sessuali), della propria scala di valori e priorità;

2) consapevoli della necessità del rispetto reciproco nel contesto delle  inevitabili differenze;

3)  nonché capaci di autonomia e di progetti di autorealizzazione anche professionale.

 

             Come si vede, ci troviamo di fronte a qualcosa di ben più complesso e che rimanda a qualcosa di ben più difficile, doloroso e adulto del 'chieder scusa alla sera' o del “dire permesso, grazie e scusa”.

            Qualsiasi clinico con esperienza nelle dinamiche della costruzione e scioglimento dei legami affettivi sa molto bene, infatti, quanto complesse siano le radici della conflittualità in famiglia, così complesse e profonde da rendere una separazione o un divorzio non solo legittimi, ma addirittura terapeutici, occasioni di crescita e di riscoperta di aspetti autentici della propria personalità. E questo anche a vantaggio dei figli stessi. A condizione ovviamente che lo scioglimento di questi legami sia praticato con maturità, rispetto e riconoscimento di quanto di buono si è costruito.

            Per quanto possa sembrare paradossale o ‘scandaloso’ ad una concezione fideistica, è proprio la concezione dissolubilista del matrimonio a fare di quest’ultimo espressione di una scelta più libera e matura e più matura perché libera. Fondando su questa libertà e maturità la qualità dei legami affettivi che si esprimono nella famiglia, anzitutto, e in tutte le forme di amore impegnato e progettuale.

            Per queste ragioni, ci saremmo aspettati da un “Papa della misericordia” un linguaggio più tollerante non tanto verso la (mal compresa) teoria gender, quanto fondamentali aspetti culturali della modernità. Così come ci saremmo aspettati un tono meno allarmistico in tempi già ricchi di allarmi e paure. Nonché un atteggiamento più aperto a  un ascolto più profondo verso quegli stessi  fedeli cattolici praticanti e divorziati a cui è stato per l'ennesima volta misericordiosamente rammentato di aver ‘sporcato il volto di Dio’. Di un ‘Dio’ – ci permettiamo di aggiungere – del quale sono comunque possibili diverse immagini e diverse concezioni, come ad esempio si è potuto costatare in quella multiforme fenomenologia del sacro che è stato il recente incontro interreligioso di Assisi.

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Ivano Lanzini

 

Ivano Lanzini Psicologo, Psicoterapeuta, Docente di Psicoterapia Psicoanalitica

ci propone un'attenta recensione di:

Amore e ideologia: riflessioni su L’amore autentico. Omosessualità e fede, due madri raccontano, di e a cura di Lidia Borghi, Gabrielli editore, Verona, 2014

L'Autrice documenta ad abundantiam come il credente cristiano-cattolico che si “scopra” omosessuale e che, attraverso diversificati percorsi esistenziali e (talvolta) anche psicoterapici, si riconosca autenticamente in questa sua originale modalità di amare, debba poi scoprire la forza – ci verrebbe da dire – la violenza di una squalifica “assoluta”, senza “redenzione” della condizione omosessuale in quanto "intrinsecamente disordinata" e "immorale", e del conseguente comando etico paradossale ad accettare “la croce della propria condizione” senza agirla con atti e comportamenti sessuali perché “gravemente contrari alla castità” e alla natura intrinsecamente coniugale dell’atto sessuale.

            Definire disperante questa condizione è, per chi conosce Bateson, davvero poco: il cristiano omosessuale si trova di fronte a una Istituzione (simbolico referente della Legge – di quale Padre? Ci chiediamo?) che da un lato gli/le dice (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 editio typica) che, se “profondamente radicate”, le “tendenze omosessuali” sono in sé “neutre”, ma se messe in pratica si trasformano in ignominia e peccato grave.

            Ma c’è di più. E il testo dell'Autrice lo annuncia e comunque vi allude chiaramente: il cristiano omosessuale che non voglia rinunciare all’essenza della propria fede e a quel bisogno di riconoscimento comunitario, assembleare (della “ecclesìa”) indispensabile nella prospettiva cattolica si trova a subire “commenti autorevoli” altamente contraddittori e ulteriormente dissocianti.

Commenti che, talvolta, sembrano aprire alla possibilità della comprensione ed essere intesi come inizio di accoglienza (si pensi al “francescano” ‘chi sono io per giudicare?’ o alla pratica pastorale di parroci attenti e sensibili alla realtà delle persone omosessuali, integrata nel ‘Noi siamo chiesa’); altre (più numerose) volte confermano come la tendenza omosessuale sia, in ogni caso, una “tendenza più o meno forte verso un comportamento intrinsecamente cattivo da un punto di vista morale”. C’è da stupirsi che il sacerdote, di fronte al/alla giovane omosessuale richiedente comprensione e aiuto, possa anche suggerirgli/le che “la prospettiva del silenzio – anche di fronte ai genitori! – sia ancora la situazione più accettabile”?

            Non cogliere la valenza umiliante, personologicamente offensiva, vero vulnus potenzialmente traumatizzante e destrutturante di simili consigli e, più in generale, di questo assetto culturale religioso significa non possedere l’abc della pratica clinica e delle conoscenze di base della psicologia e della psicoterapia contemporanea. Peggio: significa “allearsi” con strutture autoritarie e vessatorie che di fatto e nei fatti producono dolore mentale, disorientamento psicologico nonché vissuti paralizzanti di colpa e indegnità. Ancora: obbligano alla scelta dilaniante tra fedeltà a se stessi e autenticità del proprio sentire e l’obbedienza a una definizione eteronoma di se stessi – nella quale la genuinità della scelta di fede rischia di corrompersi ad acquiescenza infantile, timorosa e kantianamente immatura.

            Sia chiaro: non è qui, e nemmeno nel testo di Borghi, in gioco la complessa, contraddittoria e niente affatto ovvia storia delle fondamenta teologico-esegetiche della dottrina cattolica sulla morale sessuale, la famiglia e la procreazione. Non è affare della psicologia interrogarsi su cosa abbiano “veramente detto” Cristo e le sue Chiese circa l’omosessualità. Anche se di vivo interesse per la psicologia (per la sociologia e l’antropologia) è lo studio dei processi emotivo-cognitivo e socio-culturali che hanno portato differenti commenti culturali (inclusi quelli di matrice religiosa) a proporre determinate concezioni/prescrizioni circa la sessualità umana, la costruzione dei legami di coppia e coniugali, le forme di discriminazione/persecuzione delle “diversità-alterità” (di sesso, genere e struttura famigliare).

            Qui però, nell’orizzonte delle testimonianze che Lidia Borghi ci riporta e che con notevole abilità sa  far parlare, è in gioco e a tema il problema di come poter essere di aiuto a persone che si trovano a vivere un conflitto psicologico legato proprio ad alcuni dei commenti culturali presenti nel loro stesso orizzonte concettuale. Nella consapevolezza, scientificamente supportata, che l’infedeltà al proprio sentire è quasi sempre causa di disagio psicologico anche grave e tale da segnare drammaticamente l’intero percorso esistenziale.

           

            Apparso In “Rivista Italiana di Ipnosi e Psicoterapia Ipnotica”, anno 34, n. 4 nov 2014