>>SCRITTI DI-VERSI 

a cura di Nicoletta Buonapace

Scritti improvvisi, schegge, frammenti sottratti al silenzio o al rumore di fondo del chiacchiericcio quotidiano

5/2016

CRISALIDI

Storie di vite segnate da quell’indicibile che è il sentimento del non appartenere al genere con il quale siamo nat*, al non poter corrispondere al ruolo ad esso assegnato, la confusione delle lingue, un mondo interno che cerca un senso all’esistenza che sia fedele al proprio sentire.

Le battaglie, le scelte difficili, le violenze spesso subìte, la forza di reagire e ricostruirsi. Percorsi impervi che, quando incontrano la libertà di poter essere, parlano di crisalidi e di nuove nascite.

Leslie Feinberg

Stone Butch Blues Ed. Il Dito e la Luna

traduzione Margerita Giacobino

 

 […] Quello che vidi là dentro mi fece versare le lacrime che per anni avevo soffocato: donne forti e massicce in giacca e cravatta, i capelli imbrillantinati all’indietro. Erano le donne più belle che avessi mai visto. Alcune di loro ballavano un lento strette a donne in vestito da sera e tacchi alti che le abbracciavano teneramente. Solo a guardarle, morivo di desiderio.

Siamo negli anni '50, Jess, il/la protagonista, quando ha undici anni viene sorpresa dai genitori, davanti allo specchio con indosso un abito del padre. Questi decidono di ricoverarla in un ospedale psichiatrico.

Un’infermiera entrò. “Tu” disse, rivolta a me. La seguii nella camera delle infermiere. Mi porse due bicchieri di carta. In uno c’erano delle pillole colorate, l’altro era pieno d’acqua. Rimasi a guardarli tutti e due. “Prendile” mi ordinò l’infermiera. “Non rendermi la vita difficile.” Avevo già intuito che rendere la vita difficile al personale significava non uscire da lì mai più, così presi le pillole. Subito dopo averle ingoiate, il pavimento cominciò ad inclinarsi mentre camminavo. Mi sembrava di muovermi nella colla.Tutti i giorni producevo sottopentole e mocassini. Cominciai ad affezionarmi a una donna che parlava con fantasmi che io non potevo vedere.E poi scoprii l’antologia Norton dei poeti nella biblioteca dei pazienti: questo cambiò la mia vita. Leggevo le poesie più volte prima di riuscire a capirle. Le parole erano note musicali che potevo cantare con gli occhi; ma non era tutto lì. Scoprivo che attraverso di loro uomini e donne morti da tempo mi avevano lasciato un messaggio, mi parlavano di sentimenti ed emozioni che potevo paragonare alle mie.  Finalmente avevo trovato altri che erano soli come me. In qualche modo il saperlo mi consolava.[…] Un giorno l’insegnante delle scuole superiori, la signora Noble, ci assegnò un compito a casa: copiare una strofa della nostra poesia preferita e leggerla di fronte alla classe. Molti ragazzi si lamentarono e brontolarono che non avevano una poesia preferita e che era una roba “noiooosa”. Ma io fui presa dal panico. Se avessi letto una poesia che mi piaceva, sarei stata immediatamente esposta e vulnerabile. D’altro canto, leggere una strofa di una poesia di cui non mi fregava niente era un po’ come tradire me stessa.Il giorno dopo, quando fu il mio turno di leggere, presi il libro di matematica e mi misi di fronte alla classe. All’inizio del semestre avevo foderato il libro con una busta di carta marrone da drogheria, e nel risvolto interno avevo copiato una poesia di Poe.Mi schiarii la voce e guardai la signora Noble. Lei mi sorrise e mi fece un cenno d’incoraggiamento. Lessi la prima strofa:

 

Fin dall’infanzia non sono mai stato

Come gli altri, non ho mai veduto

Come gli altri vedono, non ho attinto

Le mie passioni alla fonte comune

Né da quella stessa fonte

Sono sgorgate le mie pene; il mio cuore

Non scandiva la gioia al ritmo noto.

Tutto ciò che ho amato, io l’ho amato da solo.

 

[…] Mentre tornavo al banco, la signora Noble mi strinse il braccio e vidi che aveva le lacrime agli occhi. Il modo in cui mi guardò fece venire voglia di piangere anche a me. Mi sembrò che mi vedesse veramente, e non c’era ombra di critica nei suoi occhi.

Alejandra Pizarnik

En esta noche, en esto mundo

 

 

a Martha Isabel Moia

 

en esta noche en este mundo

las palabras del sueño de la infancia de la muerta

nunca es eso lo que uno quiere decir

la lengua natal castra

la lengua es un órgano de conocimiento

del fracaso de todo poema

castrado por su propia lengua

que es el órgano de la re-creación

del re-conocimiento

pero no el de la re-surrección

de algo a modo de negación

de mi horizonte de maldoror con su perro

y nada es promesa

entre lo decible

que equivale a mentir

(todo lo que se puede decir es mentira)

el resto es silencio

sólo que el silencio no existe

no

las palabras

no hacen el amor

hacen la ausencia

si digo agua ¿beberé?

si digo pan ¿comeré?

en esta noche en este mundo

extraordinario silencio el de esta noche

lo que pasa con el alma es que no se ve

lo que pasa con la mente es que no se ve

lo que pasa con el espíritu es que no se ve

¿de dónde viene esta conspiración de invisibilidades?

ninguna palabra es visible

 

De "Textos de sombra y últimos poemas" (1971-1972 )

 

A Martha Isabel Moia

 

in questa notte in questo mondo

le parole del sogno dell'infanzia della morta

non è mai questo ciò che uno vuole dire

la lingua natale castra

la lingua è un organo di conoscenza

del fallimento di ogni poema

castrato dalla sua stessa lingua

che è l'organo della ri-creazione

del ri-conoscimento

ma non quello della ri-surrezione

di qualcosa in maniera di negazione

del mio orizzonte di sofferenza con il suo cane

e niente è promessa

tra il dicibile

che equivale a mentire

(tutto quello che si può dire è bugia)

il resto è silenzio

solo che il silenzio non esiste

no

le parole

non fanno l'amore

fanno l'assenza

se dico acqua, berrò?

se dico pane, mangerò?

in questa notte in questo mondo

straordinario silenzio quello di questa notte

quello che succede nell'anima non si vede

quello che succede nella mente non si vede

quello che succede nello spirito non si vede

da dove viene questa cospirazione dell'invisibilità?

nessuna parola è visibile.

 

(da " Testi in ombra e ultimi poemi" [1971-1972]. Traduzione di Samanta Catastini)

Marco Simonelli

Spiaggia libera

 

La variante Aurelia srotola la strada: siamo nello sciame,

magliette, ciabatte, stampate fantasie multicolori, un fluorescente

succhiare di Calippo; domenica, c'è il sole, tutti quanti

quantificano all'aria la pelle nuda ancora da ustionare.

 

Passeremo svoltando la pineta, sicuri di trovarti ancora lì.

Il tuo tipo è uno che respira: una faccia da schiaffi, tatuato,

efebico oppure ipertricotico, lo strepitoso fascino

dell'ultracinquantenne in piena forma. E dopo le dune l’orizzonte.

 

Sei fissa in una fascia Gucci bianca intera, sei Liz Taylor,

la Circe più abbronzata e bionda tinta della costa.

Anna, minaccia ancora la nostra ingenuità. Hai quarant'anni.

Distesa sul tuo telo rosa fuxia circòndati di giovani,

 

più giovane tu di quella giovane che vinse l'anno scorso

lo sponsorizzato concorso di Miss Trans.

Stenderemo intorno al tuo gli asciugamani, riprenderai la storia

di un autunno che chirurgicamente tu non senti:

 

ricevi a casa adesso, eppure nei dintorni ci passi volentieri,

saluti le tue amiche, ci racconti di un'età lontana quando eri

a Livorno ragazzino e non ancora Towanda la Guerriera.

E poi siliconati impianti e mai avvenute evirazioni.

 

Quando dalla base americana sfrecciavano le reclute

i rangers, per te tutti marines: tutta salute all'epoca del dollaro!

Limpidi guanti: l'Aurelia a Migliarino, Marina di Vecchiano.

Avevi una roulotte. Passavi avanti a tutte per un salario serio.

 

Adesso puoi permetterti di scegliere: estrogeni, lunga transizione l'hai letto sul tuo corpo che l'uomo da solo si spaventa.

I tuoi contanti dentro al portafoglio proteggono il domani

dall'incerto precariato. L'hai sudato, questo apprendistato.

 

Gli uomini sono come dei gattini, non devi accarezzarli contropelo

si rischia il graffio, un taglio involontario e curati di te

e solo dopo curati di loro: passa i polpastrelli dietro al collo,

le loro fusa spasmi, un lamentarsi al caldo del sudore.

 

A mezzogiorno pranzi col ghiacciolo, dagli ambulanti compri

braccialetti di filo colorato, ad ogni nodo un desiderio:

gli amici, dimagrire, i conoscenti: pochi ma leali.

Verrai da noi a cena. Arriverai col sugo per la pasta. 

 

All’una un’altra lucky strike, assisti alla sfilata:

abbronzati si scrutano bagnandosi i piedi alla battigia,

l’incendio dei costumi. Sono mimmi

nei giorni di vacanza, non sai se in salvo o in saldo.

 

Da quando l'hai rivisto non fai che ripensarci.

Ricordi come pianse quando seppe; il suo corpo tremava,

scoraggiato ti disse che eri bella come una regina

Si guardava peloso il ventre piatto. Gli estrogeni erano impossibili.

 

La resina s’appiccica sui corpi, è stato come un pianto.

Li vedi ritornare, riconsideri il sorriso, il pomeriggio

scroscia in chiacchiericcio, sei raggiante, la tua socialità

dimentica imprevisti e probabili armatori vedovi da poco.

 

L’amore equo e solidale lo impareremo dopo.

Diana cacciatrice: sei come Salomè con il battista,

l’esperienza ti ha insegnato a fischiare agli stalloni

come fossi un camionista.

 

Adesso ti slanci, una corsa di cerbiatto e spruzzi il mare

le onde che affronti in pieno petto ti spostano il costume,

mostri il seno e per pudore abbassiamo tutti gli occhi,

e tu ci guardi come quelli che restano all’asciutto.

 

L'estate sta finendo, Leconte, Roma, 2011

Alfredo Cohen

Valery

 

Dolce amore, chi ti offende?

Chi non sa il mio baciare

il nastro chiaro della tua bocca,

limpido, quando ci conoscemmo

sotto l'albero bianco di Natale,

Piazza colma delle arance:

il tuo sorridere nella vetrina

dei regali, il tuo mangiare

un pezzo d'aria per darmene un poco,

il tuo fissarti sulle labbra

che restarci appiccicato...

 

Chi ti punge porta lo spino

acre e freddo dell'invidia:

non ha giornate, non ha pensieri,

non ha inverno, non ha stagioni.

Per te estate è come dire:

"In autunno sono andato con i grappoli, con le uve,

con le foglie, con la vendemmia..."

Non sono preparato!

Mi fermo più volte a guardarti

coi miei occhi di ragazzo invecchiato.

Valery... Valery!

 

Valery, i tuoi occhiali alla Minnelli,

il rimmel t'è riuscito

sui tuoi occhi di quindicenne.

Sei un tipo molto allegro!

Sai che d'inverno si vive bene

come di primavera?

 

La bidella ti fa ripetere

una lezione troppo antica:

mi piace di più lavare i piatti,

spolverare, fare i letti,

poi starmene in disparte

come vera principessa

prigioniera del suo film

che aspetta all'angolo con Marleen...

Hai le borse sotto gli occhi tuoi di Liz Taylor,

e suoni Schubèrt.

 

Valery, la solitudine

ha le ore troppo corte:

noi saremo catturati,

tra poco, dal dio crudele

che alza i cieli per sapere se i ragazzi

hanno scippato la femme nella salumeria

o sognano di arricchirsi

sfuggendo alla loro età da quattro soldi:

Sì, sì, proprio così!

 

Valery, la tua giornata a Napoli, la tua sera,

Valery, il tuo playback, Valery,

la tua vittoria, Valery...

Sei un ragazzo molto in gamba!

Sai che d'inverno si vive bene...

Valery... Valery!

 

Testo di Alfredo Cohen

Musica di Franco Battiato e Giusto Pio