Monica della Giustina

Counselor e copywriter

TANTE STORIE

 
 
 

Monica della Giustina

Counselor e copywriter

LE SIGNORE DELL'ARTE

La storia dell'arte nei secoli è un avvicendarsi di opere, spesso grandiose e magnifiche, create da uomini. Eppure le artiste sono esistite e alcune di esse sono anche divenute famose. Una mostra attualmente in corso a Palazzo Reale a Milano espone 150 opere di artiste attive in Italia tra Rinascimento e Barocco.

Il merito dell'esposizione è quello di indagare la produzione artistica femminile tra '500 e '600 includendo oltre alla pittura anche le arti applicate come il ricamo, l'incisione, l'arte floreale e la creazione di codici miniati.

E così scopriamo che il ricamo artistico di arazzi veniva affidato esclusivamente agli uomini essendo le donne dedite al ricamo con finalità domestiche. A Milano tra il 1580 e il 1620 Caterina Cantoni era l'unica ricamatrice di 350 artisti attivi in città; presso il cantiere di San Petronio a Bologna lavorava una scultrice, Properzia de Rossi che è anche l'unica a essere citata dal Vasari; Plautilla Nelli, autodidatta dipintora di devozioni sacre, era una pregevole miniaturista che lavorava nel convento di Santa Caterina a Firenze dove era entrata quattordicenne, digiuna di nozioni artistiche e dove era sempre rimasta all'oscuro delle tendenze artistiche del tempo.

Un caso unico è poi quello delle sorelle Volò, figlie d'arte, le quali, a Milano, si sono fatte imprenditrici di loro stesse continuando l'attività del padre Vincenzo, noto e apprezzato pittore di nature morte. Vincenza, Francesca Vincenzina e Giovanna Vincenzina, dette le Vincenzine, hanno creato un vero e proprio marchio firmando tutte le loro opere e sono state le prime donne ad essere riconosciute come artiste dall'Accademia di San Luca grazie anche ai buoni uffici del marito di una di loro, egli pure artista.

Le donne artiste erano dunque tenute fuori dalle Accademie di Belle Arti e si formavano da autodidatte come Plautilla Nelli o presso la bottega del padre, come le Vincenzine, Marietta Robusti figlia di Tintoretto, Virginia Vezzi, figlia di Pompeo Vezzi, Lavinia Fontana, figlia del pittore Prospero e Artemisia Gentileschi figlia di Orazio. 

 

La presenza di un padre-mentore è forse il dato più significativo e caratterizzante che queste artiste hanno in comune. Ogni talento, per emergere, ha bisogno di essere riconosciuto, incoraggiato e coltivato e un padre artista poteva essere un alleato prezioso, forse l'unico.

La dimensione quasi domestica e il carattere famigliare delle botteghe può aver facilitato il fenomeno e sicuramente ha supplito alla carenza di formazione in cui le ragazze erano tenute, sebbene una buona educazione richiedesse che una signora avesse nozione di lettere, musica e pittura.

Queste signore dell'arte sono diventate però molto più di garbate dilettanti attraverso lo studio del lavoro altrui e l'applicazione di un metodo rigoroso, come Elisabetta Sirani che teneva un accurato diario di lavoro e firmava tutte le sue opere, o come Diana Scultori che pur non avendo mai potuto accedere a uno studio di nudo aveva preso probabilmente a modello i lavori di Giulio Romano con cui suo padre collaborava.

Sopra tutte queste artiste spicca per notorietà Sofonisba Anguissola, ritrattista presso la corte di Spagna, autrice di Partita a Scacchi (1555), allegoria delle età della donna e della sua condizione di domina che, come la regina negli scacchi, è l'unico pezzo a poter muovere liberamente. E, sebbene tanta libertà non sia vera nemmeno oggi, è un ottimo servizio che l'arte rende alla vita reale.

Infine Artemisia Gentileschi con la sua tormentata esistenza di giovinetta violentata e sottoposta a processo con tanto di tortura e la minaccia di fratturarle i pollici, senza i quali non avrebbe più potuto impugnare un pennello. Il potentissimo Giuditta che decapita Oloferne (1612) può stare al pari con il medesimo soggetto del Caravaggio avendone la stessa intensa tragicità. Ma Artemisia è anche modella di se stessa come nel dipinto Cleopatra (1620) e in maniera ancora più esplicita in Autoritratto come allegoria della pittura (1630), simbolo della fierezza della propria identità di artista e di donna.

Per concludere, non è il solo l'abilità manuale a fare di queste opere dei pezzi di storia dell'arte è la consapevolezza del proprio valore che le autrici esprimono attraverso di esse, firmandole. 

Una suggestione di cui possiamo appropriarci anche nel nostro fare di ogni giorno.

Un nuovo inizio dopo i 60: “ho deciso di operare la mia transizione a 68 anni”

 

“Non mi sento propriamente un’attivista, piuttosto una persona che si ritrovata per caso in quel ruolo”. Petra Wenham ha riconsiderato la propria vita in ospedale, affrontando un disagio che ha sempre sentito prima di dichiararsi transgender.

Alcune volte una sofferenza può portarne alla luce un’altra. Costretta in ospedale per un mese Petra Wenham ha deciso di fare i conti con un disagio che si è trascinata per tutta la vita. Aveva 68 anni e aveva perso 30 chili in seguito a una grave forma di colite. “La mia famiglia era molto preoccupata. Io stavo facendo il bilancio della mia esistenza”.

Tra un’iniezione di morfina e l’altra,  Wenham, consulente di sicurezza informatica in pensione, ha avuto il tempo di navigare in rete, dove si è imbattuta in un blog il cui autore aveva deciso la propria transizione dopo un incidente. Qualcosa nel discorso del blogger sul modo di percepire il dolore, la vulnerabilità e il senso di mortalità ha attratto l’attenzione di Wenham.

“Ho capito che il tuo passato…lo guardi e comprendi tutta la sofferenza. Hai avuto tutta questa sofferenza e devi farci davvero qualcosa o almeno eliminarne un poco dalla tua vita”, ha detto.

Nel 2015 Wenham era stata dimessa dall’ospedale in attesa di un intervento chirurgico all’intestino. “Ho fatto coming out e la mia priorità è stata parlarne con mia moglie, Loraine. Sapeva che mi travestivo da prima che ci sposassimo. Al tempo si ricorreva al travestimento. Non avremmo saputo come fare altrimenti. Quel poco di travestimento ti procura un sollievo psicologico sufficiente per tirare avanti. Ma alla lunga non è più sufficiente. Devi farci qualcosa. Così ho detto a Loraine “Guarda, credo di essere transgender. È di questo che si tratta”.

Wenham crede che Lorain avesse probabilmente capito la verità prima di lei stessa. Quest’anno celebrano il loro 48esimo anniversario di nozze, essendosi sposati sei mesi dopo il primo appuntamento (una cena all’Istituto di Ingegneri Elettronici). Wenham provava solo un poco di nervosismo durante la sua proposta. “Eravamo anime gemelle.” E ora? “La personalità degli individui non cambia – dice Weham – sottoscrivo la visione che tutti amiamo e l’amore non conosce genere o sesso”.

Insieme sono entrati in un gruppo locale di supporto. Al tempo in cui Wenham si era rivolta a una clinica transgender nell’ottobre del 2017 stava già vivendo da donna, sebbene non completamente, non per tutta la famiglia e gli amici. I suoi figli – due uomini ora sulla quarantina – e i nipoti, ancora la chiamano papà e nonno. “Non è il caso di confondere le idee ai ragazzi. Si può creare confusione agli occhi del mondo, ma questo ci sta” dice Wenham.

Da bambino, Wenham era timido. “Diventi un solitario. Quando vai a scuola la regola sociale prende a spingerti dentro un genere e le ragazze cominciano ad allontanarsi da te perché sembri un ragazzo, tu però non sei parte del gruppo dei maschi”.

Ora Wenham ha trovato la sua voce. In luglio è stata la prima donna transgender ad avere la copertina da WI Life, la rivista dell’Unione delle Donne. Ha tenuto molti interventi con altri gruppi WI e organizzazioni locali, incluso il comitato dell’NHS [ Servizio Sanitario Nazionale] – sulla sua esperienza di donna in transizione e ha seguito le marce Pride.

“Non mi sento propriamente un’attivista, piuttosto una persona che si ritrovata per caso in quel ruolo – dice – quello che sto facendo è cercare di creare una cultura. Voglio aiutare le persone a comprendere meglio la condizione transgender”.

Ha mai avuto rimpianti per la durata della transizione? “Se ci fosse stato Internet quando ero adolescente, ventenne, lo avrei fatto? Le possibilità sono che sì, probabilmente l’avrei fatto. Ma, di contro, mi sarei persa Loraine, la famiglia, i nipoti. È una scelta difficile”.

Wenham non ha mai avuto bisogno di quella operazione all’intestino. Dopo aver assunto proboitici la sua colite ha iniziato a scomparire. Lei e Loraine ritengono che fosse ammalata dello stress causato da decenni di sofferenza non riconosciuta. “Siccome i medici non hanno mai trovato una causa per la mia colite cercavano una qualche infezione. Non ce n’era nessuna”.

“Ora, più che mai -  dice - mi sento molto, molto a mio agio nella mia pelle”.

 

L’articolo è apparso su The Guardian del 3 novembre 2021

 

Monica della Giustina

Counselor e copywriter

REALIZZARE UN SOGNO

Facciamo che ero è un gioco che abbiamo giocato in molti, da bambini, quando sembrava che ogni cosa fosse possibile e che sarebbe bastato chiudere gli occhi e poi riaprirli all'improvviso per vedere realizzato il nostro sogno. Crescendo abbiamo appreso a "fare i conti con la realtà", a "scendere a patti" per adattarci alle circostanze e per accordarci con le altre persone. Ottimo lavoro.

      Tuttavia capita, a volte, che il mondo che ci circonda sembri diventare troppo complesso per essere compreso e che le risorse personali che abbiamo messo in campo fino a quel momento siano inadeguate e perfino dannose. E dunque si sta male, come in un paio di scarpe strette, all'inizio, e poi via via sempre peggio, così che il mondo da troppo grande che era, sembra restringersi intorno a noi privandoci di ogni possibilità di scelta. Quando però qualcuno - onestamente intenzionato a darci una mano - ci domanda cosa vogliamo, non troviamo la risposta, perché come l'ubriaco che di notte ha perduto le chiavi e si ostina a cercarle sotto un lampione dove c'è luce, anche noi crediamo di trovare risposte nell'unico luogo dove ci raccapezziamo e dove quasi certamente non le troveremo.

Chi ci osserva da fuori coglie la nostra confusione; qualcuno ci dice che la parola "crisi" ha in sé la promessa di una svolta, ma noi, inchiodati al nostro lampione, continuiamo a perlustrare il terreno nel cono di luce illudendoci che prima o poi la chiave salterà fuori come per incanto dalle tenebre.

E allora perché non provare a farla noi, la magia giocando a facciamo che io ero? Un esperimento innocuo a costo zero: si sceglie un personaggio, ci si sforza di pensare come penserebbe lei/lui e come agirebbe; si immaginano le conseguenze anche le più estreme e azzardate. Quando riapriremo gli occhi il mondo intorno a noi sarà sì lo stesso, ma ad essere diversi saremo noi: i pensieri che ci avevano fatto tanto penare aggrovigliandosi su se stessi avranno preso a scorrere in un'altra direzione e i limiti ci sembreranno meno angusti.

Nei prossimi articoli proveremo di volta in volta a metterci nei panni di una persona che non siamo noi, così come da piccoli abbiamo fatto che eravamo astronauti, pompieri, parrucchieri, top model e cantanti rock... Obiettivo? Allargare il campo delle nostre possibilità. Effetti collaterali? Comprendere meglio le ragioni dell'altro. Sintesi finale? Guardare con stupore il mondo intorno a noi e prendere gusto ad esserci.