Mettiamo il caso

a cura di  Palmira Mucchiati

 

Uno spazio privilegiato di narrazione e riflessione su esperienze violente e dolorose, subite in ogni parte del nostro terreno psicosomatico e in ogni contesto consueto e non della nostra esistenza.

Nella famiglia di origine, nella propria coppia, a scuola, al lavoro

e in qualsiasi ulteriore ambito del quotidiano.

Per tutelare la riservatezza di chi scrive e delle storie raccontate garantiamo l’anonimato e l’utilizzo di nomi fittizi

AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE
INTORNO A UN CONVEGNO SULLA FAMIGLIA

 

di Palmira Mucchiati

 

Eravamo in tanti in piazza Einaudi a Milano, quel sabato pomeriggio di un17 gennaio, ormai lontano nel tempo cronologico, ma ancora ben presente nel nostro tempo interiore!

Lì in quella anonima piazza, dove taluni spazi erano occupati da auto posteggiate, la gente arrivava a fiotti, alcuni con in mano bandiere dai colori dell’arcobaleno, altri con lo scolapasta in testa (membri della chiesa pastafariana), altri con le bandiere dei partiti della sinistra, insomma tutti a sostegno dell’iniziativa antiomofoba in corso.

Pian piano, la piazza prese vita e si trasformò in un mare di teste insomma gente di tutti i giorni, riunita in presidio per salvaguardare il diritto di tutti a essere SE’ stessi e a difendersi dal binomio “omosessualità uguale malattia”. Concetto “velatamente” presente all’interno  del convegno organizzato da Regione Lombardia e alcune organizzazioni cattoliche di centro destra, che si teneva a poche centinaia di metri.

Due contesti diversi con obiettivi diversi su argomenti che ormai, ancora oggi,  l’Italia mette ancora  al bando

 

Ma chi sono i personaggi?  E i loro proseliti?

E come mai questa “omofobia” è così ben radicata e tendenzialmente in aumento nella nostra realtà sociale? Di cosa hanno paura questi “signori della fede”? Quali sono gli assunti teorici sulla quale si basa?

Pregiudizio e ignoranza vanno di pari passo quando si sostiene che l’omosessualità è un comportamento innaturale. L’analisi del termine fobia, paura apparentemente immotivata, sottintende una inconscia fragilità esistenziale che scatena insicurezza e timore di perdere quello che si ha, che comunemente viene riconosciuto dalla maggioranza sociale. Convenzione sociale che accomuna i più che temono le minoranze e le diversità perché portatrici di novità, libertà, autenticità e molto coraggio.  

 

Certamente è più facile deridere, schernire, aggredire  l’omosessuale o il transgender che informarsi, capire, studiare, relazionarsi con l’altro! Questo comportamento fa sentire gli omofobi più forti e soprattutto se “in branco” , concede loro una agognata e illusoria identità individuale e collettiva.

 

Quanta ricchezza sociale data da un incremento di solidarietà e sicurezza ci sarebbe se imparassimo ad apprezzare le differenze anziché  screditarle!

Ma non vi pare assurdo ancora oggi pensare che la donna si debba sottomettere al maschio, che i gay debbano essere curati e che alcune lobby omosessuali vogliano mettere al bando la famiglia tradizionale? Ma quante famiglie tradizionali “scoppiano”? E quanti figli “palleggiati” fra i due coniugi? E questa sarebbe la famiglia “sana e ideale” da sostenere e promuovere?

Eppure dentro al “palazzo della Regione”, ma non della Ragione, erano tutti lì compìti, composti  a celebrare la “difesa della famiglia per difendere la comunità” raccontando al pubblico presente la più grande crudeltà verso l’esistere: il rifiuto per l’amore, sotto qualsiasi veste esso si presenti.

È violenza anche se verbale
 

Chiara è una donna lesbica di 53 anni, dall’apparenza mascolina e sicura di sé ma molto tranquilla e riservata.

Una donna autonoma e vitale, ama vivere la vita e tutto ciò  che le appartiene;   sempre pronta  ad affrontare  le  difficoltà dalle quali non è mai fuggita. Il contatto, urgente, con la terapeuta, avviene via mail su un episodio del quale non riesce a capacitarsi, intriso di violenza gratuita, inaspettata e  improvvisa: è un’esperienza  vissuta  in  un tranquillo e tiepido pomeriggio d’inverno che si trasforma in un brutto momento.

“Era un tranquillo e tiepido pomeriggio d’inverno e appunto, grazie a questo gradevole clima e libera da impegni lavorativi, decisi di fare una passeggiata nel centro di Milano.

Da molti mesi non venivo in città e passeggiai estasiata per le strade dello shopping consueto, soffermandomi a osservare le vetrine più particolari ed originali.

Quel giorno volevo farmi un regalo, un oggetto qualsiasi anche se inutile, purché accompagnasse quella sensazione di benessere che mi stavo regalando.

A quell’idea  seguì  il desiderio di concedermi subito un buon caffè e così  entrai in un bar.

Ordinai  il caffè, avvicinai  la tazzina alle labbra e proprio mentre iniziavo  a sorseggiarlo  con molto piacere, con la coda dell’occhio vidi un uomo alto e grosso e apparentemente  alterato che stava  discutendo con il barista : sembrava incazzato con il mondo.

D’un tratto, come se si accorgesse di me, trovando infine il suo capro espiatorio, mi si rivolse gridando: “Ma guarda ‘sta qua come si presenta…che cazzo dobbiamo vedere! Tutta colpa vostra e della gente come voi! Lesbica di m…Fate schifo…Vi dovrebbero bruciare!”

Trangugiato  di colpo il caffè, scappai   letteralmente dal bar rumoroso e pieno di gente che sembrava non essersi nemmeno accorta  dell’accaduto.

Percorsi pochi metri dall’uscita del bar, incontrai  tre  vigili urbani ai quali  raccontai  il fatto e indicai  loro il locale .

Vidi che si apprestarono rapidamente  a  raggiungerlo e ringraziandomi  per la segnalazione, mi precisarono che lo stavano cercando.”

L’esperienza di Chiara ci pone di fronte ad alcune considerazioni che caratterizzano l’evento omofobico: il pregiudizio, la discriminazione, lo stigma percepito, l’attivazione dell’omofobia interiorizzata.

Non solo l’omone iracondo ha fatto a Chiara violenza a parole, ma anche e forse soprattutto i presenti indifferenti hanno violato e disatteso una forma di solidarietà. E le parole dette dall’energumeno, quelle non dette dai presenti, lo stigma percepito e i pensieri di omofobia interiorizzata tracciano una profonda  ferita generatrice di rifiuto di Sé, di senso di inferiorità, di colpa e di vergogna: pensieri, atteggiamenti e sentimenti  profondamente dannosi e talvolta autodemolitivi, sino ad arrivare ad azioni autodistruttive anche estreme che possono esordire con l’isolamento e l’esclusione sociale.