Elephant in the Valley
di Mariella Dal Farra

Il termine “pregiudizio” indica un'attitudine mentale tendente a “giudicare” in maniera aprioristica, a prescindere quindi da una conoscenza diretta dei fatti, delle persone o delle cose. Come tale, il pregiudizio condiziona la possibilità di valutare correttamente – o, comunque, con un ragionevole grado di approssimazione al “vero” - un dato di realtà perché, se si è già in possesso della risposta, le nostre domande tenderanno inevitabilmente a essere formulate in modo da confermarla.

E' quello che nell'ambito della ricerca viene chiamato “bias”: una variabile sempre contemplata nei disegni sperimentali, che prevedono accorgimenti specifici per minimizzarne l'influenza. In primis, il fatto che l'esperimento venga condotto in “cieco” (il soggetto sperimentale ignora l'obiettivo della ricerca), “doppio cieco” (anche il ricercatore lo ignora) o “triplo cieco” (neppure chi esegue le analisi statistiche conosce le ipotesi di partenza). Di fatto, l'intero paradigma scientifico muove da questi presupposti: l'ipotesi di partenza (“ipotesi nulla”, H0) è che non vi sia correlazione causale fra due eventi o fenomeni; solo nel caso in cui tale ipotesi venga falsificata, ovvero non risulti sostenuta dalle analisi, si accetta l'ipotesi alternativa (H1), ammettendo che una correlazione sussista.

Una valutazione pregiudiziale, e quindi probabilmente errata, si riconosce pertanto per la qualità del ragionamento, che tende a selezionare esclusivamente argomenti a sostegno delle proprie tesi, spesso in modalità post hoc, spiegando cioè le cause con gli effetti invece di descrivere le condizioni di partenza, predire i possibili effetti e verificare empiricamente se si diano o meno. Questo tipo di “pratica” rientra nell'ambito della retorica, disciplina che non ha come obiettivo l'indagine del mondo fenomenico ma la persuasione del prossimo.

D'altra parte, come ha messo particolarmente in luce la psicologia sociale, ciascuno di noi detiene, in misura variabile e in modo più o meno consapevole, una certa quota di convincimenti aprioristici (belifs) suscettibili di tradursi in attitudini e comportamenti. E questo per la comprensibile ragione che il pregiudizio semplifica la lettura della realtà, ordinandola in categorie pre-definite meno faticose da maneggiare (nel senso che “occupano meno RAM”). Di fatto, se fossimo completamente e costantemente consapevoli della complessità di quanto ci circonda, andremmo in sovraccarico e non riusciremmo più ad agire.

Inoltre, sappiamo di non essere creature perfettamente razionali, bensì caratterizzate da un'affettività che è “consustanziale” (Damasio insegna) alle nostre peraltro notevoli facoltà di pensiero logico-formale. Il metodo scientifico è stato “messo a punto” solo in epoche recenti, ed è frutto di uno sforzo orientato a limitare le ingerenze di quell'atteggiamento spontaneamente pregiudiziale che tendiamo ad assumere “in natura”. Molto preoccupante appare, dunque, la circostanza nella quale tale paradigma venga surrettiziamente impiegato per avvalorare un pregiudizio – quello “di genere” - che ha sensibili ricadute sulla possibilità d'espressione e realizzazione delle persone (le donne, ma non solo).

Mi riferisco al caso “James Damore versus Google”, esploso l'estate scorsa quando un giovane ingegnere in forze al motore di ricerca ha diffuso un memo di dieci pagine intitolato “Google's ideological echo-chamber” nel quale asserisce che l'azienda abbia un atteggiamento intellettualmente disonesto in materia di pari opportunità perché rifiuta di riconoscere che esistono differenze biologiche fra uomini e donne. Le quali, a loro volta, darebbero conto del perché, nel mondo in generale e nello staff di Google in particolare, vi siano molti più ingegneri maschi che femmine. Alcune delle “caratteristiche differenziali” individuate da Damore sono che gli uomini si mostrerebbero “maggiormente motivati allo studio e all'approfondimento”, mentre le donne “non riescono a gestire quantità di stress tanto elevate quanto i loro colleghi” e di conseguenza non sono adatte a posizioni di responsabilità o non competono tanto quanto gli uomini per raggiungerle.

Senza soffermarci sui paralogismi insiti nelle argomentazioni di Damore, per i quali rinviamo alle fonti riportate in coda, stringiamo sulle sue conclusioni: la “disonestà” di Google consisterebbe in una policy che non consente di parlare apertamente di queste “evidenze”, salvo poi agirle in sede di assunzione, considerato che solo il 31% della forza lavoro è costituita da donne e che, fra queste, solo il 19% svolge mansioni di tipo tecnico. 

La risposta di Google è stata quella di licenziare Damore per avere “promosso lesivi stereotipi di genere”; l'ingegnere ha replicando affermando di avere semplicemente “esercitato il diritto a esprimere le sue preoccupazioni per i termini e le condizioni che vigono nel proprio ambiente di lavoro”, e ha minacciato di ricorrere ad azioni legali. La vicenda è diventata virale suscitando commenti e prese di posizione, molte delle quali – provenienti dagli ambienti più conservatori, ma non solo – a favore di mister Damore (Julian Assange, per esempio, gli ha pubblicamente offerto un impiego in Wikileaks). Megan Smith, che è stata vice-presidente di Google, e che ha lavorato come capo del dipartimento di tecnologia degli Stati Uniti durante la presidenza Obama, ha affermato che il punto di vista espresso da mister Damore è comune nella Silicon Valley e anzi ne permea la sotto-cultura. Non è la sola.

Nel 2016, sette donne che ricoprono ruoli di tipo dirigenziale hanno contattato più di 200 lavoratrici con profilo professionale senior (minimo 10 anni d'esperienza) impiegate (al 91%) nella “Valley” in cui hanno sede le più importanti aziende di high-tech del mondo (Adobe, Apple, E-Bay, Facebook, Intel, Oracle, Tesla Motors e Yahoo! solo per menzionare le più note). Lo hanno fatto per chiedere loro di compilare un questionario le cui domande afferivano a cinque aree tematiche: riscontri & promozioni; inclusione; pregiudizi inconsci (o inconsapevoli); maternità; molestie & senso di sicurezza personale.

I risultati (www.elephantinthevalley.com) sono abbastanza sconcertanti: l'84% delle intervistate si è sentita dire, in maniera esplicita o più elusiva, di essere “troppo aggressiva”; il 66% si è sentita esclusa a causa del proprio genere da occasioni di aggregazione sociale/strategica, per esempio una partita a golf organizzata fra quadri; l'88% ha sentito rivolgere ai propri colleghi maschi domande che avrebbero dovuto essere indirizzate a loro; al 75% sono state invece rivolte in sede di colloquio domande relative alla propria famiglia, allo status coniugale e ai figli; fra queste, il 40% avrebbe desiderato che tale area fosse meno indagata a favore del loro curricula accademico e professionale; infine, il 60% ha dichiarato di avere subito molestie sessuali in ambito lavorativo, consistenti nel 65% dei casi in avance indesiderate da parte di uomini la cui posizione era suscettibile di influenzare l'andamento della loro carriera. Un dato, quest'ultimo, che colpisce in maniera particolare se si considera che studi epidemiologici estensivi stimano che le molestie sul posto di lavoro riguardino il 41% delle donne negli stati Uniti e fra il 40 e il 50% in Europa: percentuali elevatissime, ma comunque inferiori al 60% rilevato presso le aziende high-tech

D'altra parte, diversi casi “di alto profilo” corroborano la sensazione che la “Valley” abbia, per usare un'espressione impiegata dalla BBC, “un problema di sessismo” (BBC News, 21 Febbraio 2017 – http://www.bbc.com/news/world-us-canada-39025288). Il questionario sopra citato, per esempio,  è stato ispirato dal caso di Ellen Pao, già Amministratore Delegato presso Reddit, che nel 2012 ha querelato un collega per discriminazione di genere. Il processo, che si è tenuto nel 2015, ha avuto un impatto mediatico rilevante, in seguito al quale altre tech-women  hanno denunciato casi di discriminazione (di genere e razziale). Fra queste, Susan Flower, ingegnere presso Uber, Whitney Wolfe, executive presso Tinder, Kelly Ellis, ingegnere presso Google.

A lato dei singoli casi, i dati indicano che la percentuale di donne impiegate nelle tre più grandi aziende high-tech del mondo è compresa fra il 31 e il 33%, ma quelle che svolgono mansioni di tipo tecnico sono molte di meno: come già detto, in Google il rapporto è di 31% versus 19%; in Apple, le dipendenti donne sono il 32%, ma le tech-women ammontano al 23%; in FaceBook, la proporzione è di 33% versus 17%. Silicon Valley sa di essere governata da una maggioranza di uomini “bianchi e protestanti”, e le sue aziende più rappresentative stanno cercando dei sistemi per bilanciare la situazione. Nel suo report annuale sulle politiche di diversity management e inclusione, Apple ha affermato di avere eliminato i gap salariali in termini di stipendi, bonus e partecipazioni azionarie. FaceBook ha promesso di donare 15 milioni di dollari a Code.org, un'organizzazione no profit che si occupa d'insegnare a giovani donne e ad altre categorie sotto-rappresentate i principali linguaggi di programmazione. Nel 2015, Google ha dichiarato a USA Today di avere investito 150 milioni di dollari in iniziative volte a incrementare e valorizzare il concetto di diversità nell'ambiente di lavoro.    

Sono esempi virtuosi che auspicabilmente andranno a correggere la sproporzione fra forza-lavoro qualificata maschile e femminile, riducendo di conseguenza il “minority stress” denunciato dalle tech-women. Ma le resistenze sono molte, come sempre accade quando si tratta di modificare gli equilibri nei centri nevralgici del potere (in questo caso, economico). Il memo di Damore appare esemplificativo di come il pregiudizio di genere, espresso in forma più o meno elaborata, rappresenti tuttora una “scorciatoia” usata per squalificare una parte dei competitor senza confrontarvisi in maniera oggettiva. E se è chiaro che posizioni di prestigio, quali sono quelle dirigenziali presso le aziende della “Valley”, tendono a generare ambienti fortemente competitivi, diventa a maggior ragione fondamentale che le regole in base alle quali si vince (o si perde) siano le stesse per tutte e tutti.

 

Fonti:

https://gizmodo.com/exclusive-heres-the-full-10-page-anti-diversity-screed-1797564320

https://www.vox.com/the-big-idea/2017/8/11/16130452/google-memo-women-tech-biology-sexism

https://www.economist.com/news/international/21726276-last-week-newspaper-said-alphabets-boss-should-write-detailed-ringing-rebuttal

https://www.theguardian.com/technology/2016/jan/12/silicon-valley-women-harassment-gender-discrimination

https://www.susanjfowler.com/blog/2017/2/19/reflecting-on-one-very-strange-year-at-uber

SPORTELL DEL GENERE..

di Mariella Dal Farra

A distanza di sette mesi dall'attivazione del cosiddetto “sportello anti-gender”, fortemente voluto dalla Giunta di Regione Lombardia, non ci sono dati ufficiali sul numero di telefonate ricevute, sebbene fonti non ufficiali (gayburg.blogspot) parlino di circa 30 chiamate al 9 febbraio 2017. Se tale numero venisse confermato, la collettività potrebbe legittimamente chiedere conto di un investimento costato 30.000 euro per un esborso medio, finora, di 1.000 euro a telefonata.

Ciononostante, lo stesso tipo di servizio è stato attivato nello scorso gennaio dalla Regione Liguria sebbene in questo caso, in risposta a un esposto della Corte dei Conti, la Giunta abbia diffuso una nota nella quale precisa che lo “sportello di primo ascolto rivolto alle famiglie non avrà ripercussioni sui conti della Regione”.

Com'è noto, le due iniziative sono patrocinate da figure rappresentative del radicalismo cattolico, sintoniche agli intendimenti di una certa politica (in particolare, della Lega di Salvini) sui temi della famiglia e della sessualità.

Se infatti secondo l'assessore lombardo Cappellini lo sportello famiglia “costituirà anche un valido strumento di contrasto all'ideologia gender”, il suo omologo Matteo Rosso, che ha presentato la mozione per lo sportello in Liguria, sottolinea a sua volta che il servizio “servirà ai genitori per denunciare la diffusione della teoria del gender nelle scuole” (Consiglio regionale n. 296 - 11/11/2016).

A fronte delle molte considerazioni già fatte, ci pare opportuno soffermarci ancora una volta sulla valenza ideologica attribuita al concetto di “gender”. Lo studio del gender indaga le modalità attraverso le quali le differenze fra i sessi vengono codificate a livello individuale e collettivo, e i loro riflessi nell'ambito delle relazioni umane e sociali.

Il gender non è dunque un'ideologia, se non nel senso in cui tale qualifica venne applicata, nei suoi difficili esordi, alla teoria dell'evoluzione di Darwin-Wallace. E cioè nella misura in cui la traiettoria della ricerca scientifica si trova a intersecare assunti di natura ideologica e/o religiosa che informano in maniera acritica una parte della società.

L'origine delle specie fu pubblicato per la prima volta nel 1859, suscitando aspre polemiche negli ambienti non accademici perché i meccanismi dell'evoluzione postulati da Darwin contrastavano con la descrizione della creazione fornita dal libro della Genesi. Analogamente, i gender studies vengono criticati in quanto non conformi ai dettami dello stesso testo (“Maschio e femmina li creò” - 1,27).

Gli studi di genere si limitano a riconoscere come la complessità dell'essere umano, in qualità di organismo bio-psico-sociale, investa anche la sfera sessuale. Una constatazione che parrebbe quasi banale, ma che nondimeno tende ad assumere, in contesti caratterizzati dalla deriva fondamentalista, una connotazione avversativa.

Sono gli stessi ambienti nei quali, per quanto appaia bizzarro, il creazionismo non è stato ancora completamente archiviato, evidenziando una preoccupante incapacità – o non volontà - di distinguere fra conoscenza e fede. Una fede puntellata all'interpretazione letterale dei testi biblici, che vorrebbe rendere ideologico ciò che invece pertiene unicamente al paradigma scientifico.

 

However, the external genital morphology became the single most important criterion for the social act of assigning gender, and 'corrective' genital surgery became the gold standard that preserved our binary system.

http://www.europsi.org/HistoricalAspects

 

Una battuta, in particolare, rimane impressa dopo avere visto il bel film di Lucìa Puenzo  XXY (Argentina, 2007): la pronuncia “Alex”, adolescente intersessuale protagonista della vicenda, quando il padre le comunica che può scegliere se essere maschio o femmina. La replica è illuminante: “E se non ci fosse una decisione da prendere?”.

L'interrogativo punta il dito su uno degli aspetti cruciali della “questione intersessuale”, quello cioè che pertiene all'ambito dei diritti umani: nello specifico, il diritto all'integrità del proprio corpo; al non conformarsi alla logica binaria che la chirurgia genitale “correttiva” impone; a scegliere consapevolmente, e quindi anche a scegliere di non scegliere. Ma per quanto basilari possano apparire tali prerogative, sappiamo che, attualmente, solo cinque Paesi al mondo (Germania, Australia, Nuova Zelanda, Nepal e Kenia) prevedono la possibilità di registrare alla nascita un/a neonato/a intersessuale come “indeterminato” in modo da non forzare artificialmente l'identificazione sessuale del/della nuovo/a arrivato/a, con ricadute spesso gravi sul suo benessere psicofisico.

La violenza degli assunti normativi annidati in tanta pratica medica e psicologica viene impersonata nel film della Puenzo dal personaggio di “Ramiro”: chirurgo estetico che nel tempo libero pratica pro bono per rettificare malformazioni congenite nei bambini, e che si offre di “correggere” anche il corpo di “Alex”, senza rendersi minimamente conto che è la sua intolleranza fobica alla diversità (la quale lo rende ostile al suo stesso figlio, sospettato di essere gay, o comunque non abbastanza “maschio”) a guidare il suo operato.

Perfetto contraltare a questo prototipo d'abuso istituzionale “a fin di bene”, il padre di “Alex” offre invece il ritratto toccante di un genitore “sufficientemente buono”: capace cioè di amare la propria prole per quello che è (“Dal primo momento che l'ho vista ho pensato che Alex fosse perfetta”, afferma a un certo punto), che si preoccupa del suo benessere ma che sa contenere la propria preoccupazione, in modo che non si trasformi in coercizione...

Questi e molti altri i motivi d'interesse presentati dalla pellicola, vincitrice della Settimana della critica a Cannes e di altri, importanti riconoscimenti. Tralasciando le polemiche relative al titolo, oggettivamente fuorviante (l'intersessualità di Alex non corrisponde alla configurazione cromosomica “XXY”, nota anche come “sindrome di Klinefelter”), il film della Puenzo “spoglia” i corpi, ma solo per mettere a nudo i nostri preconcetti, limiti e timori. Ed è così che, nelle parole della regista, “la paura per l'ambiguità genitale diventa la metafora per tutte le amputazioni prodotte dalla paura di essere diversi”.

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=6BDwRA2w0Hk

SULLO SCEGLIERE

di Mariella Dal Farra

THE TRANSGENDER TIPPING POINT

di Mariella Dal Farra

Il 9 giugno 2014, Time [http://time.com/132769/transgender-orange-is-the-new-black-laverne-cox-interview] ha dedicato la copertina a Laverne Cox, attrice della popolare serie televisiva Orange is the new black (per la quale è stata candidata a un Emmy Award), nonché una dei circa 1,5 milioni di americani che si identificano nel termine “transgender”.

“Il punto critico del transgenderismo” è il titolo scelto dalla prestigiosa rivista per evidenziare come in questo momento, e forse per la prima volta nel contesto culturale contemporaneo, le persone transgender stiano assumendo coscienza critica di sé in ambito sociale, e non solo.

Per usare le parole di Janet Mock, autrice di un'autobiografia best-seller negli Stati Uniti (Redifinig Realness, 2014), “ciò che sta succedendo in questo momento è che le persone transessuali stanno assumendo un maggiore controllo sulla propria narrativa”. Per esempio rifiutando di soffermarsi sugli aspetti “chirurgici” della transizione per portare l'attenzione sul significato più ampio del cambiamento di genere, che non sempre e non necessariamente coincide con il cambiamento di sesso.

“Come donna trans di colore,” afferma Laverne Cox, “Ho cercato la mia storia nei media ma non l'ho trovata, oppure ho visto immagini sensazionalistiche e poco rispettose di donne trans di colore, lì dove siano state vittime di crimini violenti.” (OUT - “OUT100”, 2013). E, nell'intervista a Time, ribadisce: “Non ho mai sentito qualcuno respingere davvero [quello stereotipo] e parlare invece del tasso di omicidi nella comunità trans, o della sproporzionata discriminazione subita dalle persone transgender, o di qualcuno come Islan Nettles, che ha perso la propria vita solo perché camminava per strada ed era trans.

“[...] Ora ci troviamo in un momento in cui sempre più persone trans vogliono farsi avanti e dire <Questo è ciò che sono>. Sempre più persone trans vogliono raccontare la loro storia. Molte/i di noi vivono alla luce del sole e perseguono i propri obiettivi alla luce del sole, così che le persone possano dire: <Oh, si, conosco qualcuno che è trans.> Quando le persone hanno punti di riferimento che umanizzano la questione, ciò aiuta a demistificare la differenza. I social media e internet hanno avuto un ruolo importantissimo in tutto questo, poiché hanno reso possibile avere una voce in un modo che prima non era neppure concepibile. Ora possiamo scrivere le nostre storie e replicare direttamente ai media. Ora siamo noi a parlare per noi stesse/i, e l'agenda sta cambiando.”

A conferma del ruolo strategico di internet nel demistificare gli stereotipi, lo scrittore e regista #Jake Graf, visto recentemente in qualità di attore in The danish girl, ha diretto un video per celebrare “Il Giorno della Visibilità Transgender” (31 marzo). “Il video mostra lo stesso Graf insieme a #Laith Ashley, fotomodello e attivista, #Elvie Andrew, blogger, #Kieran Moloney, bodybuilder, #Munroe Bergdorf, DJ, fotomodella e attivista, nonché il Capitano #Hannah Winterbourne, l'ufficiale transgender di più alto livello dell'esercito britannico. Parlano candidamente delle loro paure, delle loro insicurezze e dei consigli che darebbero a dei se stessi più giovani.” 

Niente di più efficace della realtà per dissipare i fantasmi...

https://youtu.be/cvDf1lGdWTE

Se esiste una spiegazione del mistero, è questa: l’amore tra donne è un rifugio e una fuga nell’armonia e nel narcisismo invece che nel conflitto. Nell’amore tra uomo e donna ci sono resistenza e conflitto, due donne invece non si giudicano a vicenda, stringono un’alleanza. In un certo qual modo è amor di sé. Io amo June perché è la donna che mi piacerebbe essere. Non so perché June ami me. 

(dal Diario di Anaîs Nin - Inverno 1931-32)

Dell'ambiguità del duplice amore...

Così scriveva Anaîs Nin a fronte della recente scoperta di potersi innamorare tanto degli uomini quanto delle donne – nello specifico, di Henry Miller e di sua moglie June, che fu fonte di ispirazione per entrambi gli scrittori. La ricognizione di questa facoltà si trasforma nei suoi scritti - nei romanzi, e ancor più nel “Diario” - in materia d'indagine letteraria. Caso abbastanza raro in letteratura, dove la specificità dell'orientamento bisessuale è significativamente meno rappresentato sia di quello etero che di quello omosessuale.

Le eccezioni sono però... "d'eccezione", annoverando fra gli altri autori quali Catullo, William Shakespeare (Il lamento di un'amante) e Walt Whitman. E forse non è un caso che la poesia, ancora più della prosa, sia stata capace di esprimere la fluidità di un'attitudine percepita, tanto dall'orientamento "maggioritario" quanto da quello "minoritario", come "duplice", e dunque potenzialmente ambigua, quando non opportunista.

Un capolavoro di ambiguità, oltre che "un'indagine sull'amore" fra le più sottili, è costituita dalla prima tetralogia di Lawrence Durrell, che fu amico di Anaîs Nin e che, come lei, appare affascinato dall'intrinseca molteplicità dell'io. I quattro romanzi che compongono la serie, nota come Il quartetto di Alessandria (Justine, 1957; Balthazar, 1958; Mountolive, 1958; Clea, 1960), danno conto di questa molteplicità, raccontando per tre volte la stessa vicenda, ma da tre punti di vista differenti, e lasciando al quarto libro il compito di operare una (impossibile) sintesi.

Durrell si avvale, nello sviluppo della sua "indagine", del dispositivo narrativo della spy-story: perfetta metafora di quel "doppio gioco" nel quale sembra consistere la dinamica amorosa. Si tratta peraltro di una metafora mutuata dalla stessa Nin, che nel 1954 aveva pubblicato un romanzo dal titolo Una spia nella casa dell'amore. A cavallo fra letteratura di genere e dissertazione filosofica, Il quartetto di Alessandria è dunque una lettura consigliata a chiunque non abbia del sentimento amoroso una concezione monolitica, a prescindere da chi o da come si ami.

Lo specchio di Sarah

Mariella Dal Farra

Sarah Waters, scrittrice britannica pluripremiata, membro della Royal Society of Literature dal 2009, possiede la capacità di avvincere il lettore con la pura forza del racconto. Non a caso i suoi primi tre libri sono ambientati in epoca vittoriana, culla del romanzo dickensiano, di cui recupera gli stilemi per riproporli in forma “riveduta e corretta” al pubblico contemporaneo. Operazione non banale che richiede cognizione di causa (filologica) da una parte, e un indiscutibile talento (narrativo), dall'altra.

La trilogia in questione – Carezze di velluto (1998), Affinità (1999), Ladra (2002) - edita in Italia da Ponte alle Grazie (e attualmente rieditata da Tea), rivisita i topoi classici del romanzo d'appendice: l'ingiustizia sociale, il tema dei bambini scambiati alla nascita, la prostituzione, lo spiritismo, la follia, il crimine, le carceri, il music-hall, la Londra nebbiosa e tentacolare post-rivoluzione industriale... Il tutto sapientemente concertato in una formula narrativa che cattura fin dalla prima pagina, proprio come in un vero feuilleton.

Tuttavia, l'interesse suscitato dai romanzi di Sarah Waters non poggia unicamente sulla qualità letteraria della sua operazione di (ri)scrittura: è il punto di vista, femminile e lesbico, a catalizzare l'attenzione. Attraverso le eroine dei suoi libri, l'Autrice opera una radicale revisione della “storia” che abbiamo già letto, o sentito raccontare, altre volte.

L'effetto è peculiare: un po' come rivisitare i “luoghi” letterari dell'infanzia (l'orfanotrofio di Jane Eyre, la banda di borseggiatori in Oliver Twist) per scoprirvi una dimensione rimasta fino a quel momento inedita. L'interpolazione è eseguita a regola d'arte, in perfetto equilibrio fra ricostruzione storica e slancio immaginativo.

Nel gioco prospettico consentito dall'ambientazione d'epoca, quasi divertendosi a riscrivere la “storia”, Waters restituisce ai lettori immagini di donne che s'innamorano di altre donne, e del loro modo d'amare. Un modo tradizionalmente circoscritto al genere pornografico (non a caso, tema ricorrente nelle trame dell'Autrice), che oggi ricerca specchi capaci di coglierne la complessità: specchi nei quali diventi possibile riflettersi e riconoscersi.

In un momento storico caratterizzato dalla progressiva legittimazione di identità e orientamenti sessuali non maggioritari, Sarah Waters risponde a quella facoltà così squisitamente umana che consiste nel potersi e volersi auto- ed etero-rappresentare.

Né Butch né Femme: donne che amano altre donne

Mariella Dal Farra

 

La sfera della sessualità, ambito notoriamente assai complesso dell'esperienza umana, contribuisce a definire il senso d'identità personale in quanto (ri)conoscere ciò che ci coinvolge emotivamente aumenta la comprensione che abbiamo di noi stessi. Ciò è particolarmente vero in riferimento all'orientamento etero oppure omosessuale delle persone che però, nella nostra società, tende ancora a essere confuso con l'identità sessuale tout court. Di fatto, l'identificazione di sé come maschio o femmina è parte del processo d'individuazione e, come tale, prescinde dal comportamento sessuale propriamente inteso.

Resta il fatto che, in un contesto altamente sessualizzato come quello costituito dalla società occidentale, in cui la differenza di genere è un principio organizzatore primario della collettività attraverso l'assegnazione di “ruoli” dai contorni tutt'altro che fluidi, l'orientamento sessuale è suscettibile di categorizzare, sul piano sociale, l'individuo stesso. E poiché tale categorizzazione distingue fra un orientamento maggioritario e uno di minoranza, la differenza non è affatto “neutra”.

Il “Movimento di liberazione omosessuale” che, a partire dagli anni '60, ha visto la popolazione gay cercare visibilità e legittimazione, ha assunto spesso per questo motivo toni rivendicativi, denunciando le pratiche discriminatorie subite in ragione del proprio orientamento. A partire dai moti di Stonewall (1969), protagonisti del “coming out” sono stati soprattutto gli uomini, mentre le donne hanno mantenuto in misura maggiore quella tendenza alla “mimesi” che tradizionalmente caratterizza la sessualità lesbica. Solo negli ultimi anni si assiste al parziale “sdoganamento” della rappresentazione sociale della donna omosessuale, quanto meno a livello mainstream.

Per gli esperti della comunicazione di genere[1], il trend secondo il quale la sessualità lesbica sarebbe diventata “di moda” ha avuto inizio con il numero di agosto del 1993 di Vanity Fair, che ritraeva in copertina la celebre fotomodella Cindy Crowford mentre fingeva di fare la barba alla cantante, dichiaratamente lesbica, K.D. Lang. Successivamente, le prime, calibrate provocazioni di un'icona pop come Madonna assumono forma sempre più esplicita in alcuni film destinati al grande pubblico fra cui Wild Things (“Giochi pericolosi”, 1998), Cruel Intentions (“Prima regola: non innamorarsi”, 1999), America Pie 2 (2001), Femme Fatale (2002), fino ad arrivare a L Word (2004-2009), telefilm che tratta specificamente del tema.

La cantante Lady Gaga compie addirittura un'operazione filologica, reinterpretando in un video (“Telephone”, 2010) uno dei topos classici della rappresentazione dell'omosessualità femminile: quella delle “donne in prigione”; un sottogenere narrativo, popolare lungo tutto il ventesimo secolo, che ha permesso a generazioni di lettori e lettrici di “comprendere – ovvero, di esperire in maniera vicaria, di identificarsi, di trarre piacere – dalla rappresentazione dell'omosessualità femminile attraverso la figura della 'lesbica detenuta'”[2], in grado di rassicurare il pubblico circa la possibilità di sperimentare in maniera “controllata” (perché temporanea e “contenuta” dalle mura della casa circondariale) una forma del desiderio ritenuta per molto tempo “deviante”. L'acclamata serie televisiva Orange is the new black (2013-15), interamente ambientata in un carcere femminile, rivisita il tema con un'ironia e una freschezza che ci sentiamo di raccomandare.

Ora, è possibile ipotizzare che la graduale ammissione della sessualità lesbica nell'ambito dell'immaginario collettivo (in termini meno... “segregati”) trovi un correlato nell'abbassarsi dell'età media in cui le donne dichiarano a se stesse, e successivamente agli altri, il proprio orientamento. Così, uno studio pubblicato nel 2006 negli Stati Uniti[3] indica come la consapevolezza di essere attratte da altre donne è maturata in media, fra le esponenti con più di cinquantacinque anni, intorno ai venticinque anni di età mentre, per le diciotto-ventiquattrenni, ciò è accaduto prima dei sedici. Coerentemente, la dichiarazione della propria omosessualità agli altri è stata fatta dalle ultra cinquantacinquenni non prima dei ventisette anni; intorno ai diciassette presso le diciotto-ventiquattrenni. L'età media dell'esordio sessuale propriamente inteso scende a sua volta dai ventotto anni e mezzo ai diciassette.

Al contempo (2005), uno studio condotto in Italia sulla popolazione LGBT (lesbica, gay, bisessuale e transessuale) rivela come la percezione di sé in rapporto alla condotta sessuale sia più sfumata presso le giovani generazioni. Così, nella popolazione di età inferiore ai venticinque anni, le donne “non solo si riconoscono di più in una identità bisessuale o eterosessuale, ma hanno anche dichiarato di non sapere come definirsi in misura maggiore rispetto alle altre donne”[4], mentre “Le giovani adulte (26-30) tendono, più delle altre, a non utilizzare definizioni, al contrario delle donne in età adulta (>30) che si definiscono in gran parte 'lesbiche'”.

Riassumendo, se da una parte le donne sembrano incontrare meno resistenze che in passato nella pratica e nella dichiarazione di comportamenti sessuali “non maggioritari”, dall'altra non è detto che traducano automaticamente tale condotta in una definizione identitaria univoca. Secondo lo stesso studio, “Il processo di autodefinizione come lesbica appare fortemente connesso all’età e, quindi, al percorso di costruzione dell’identità personale e sociale, nonché allo stigma associato all’orientamento omosessuale. Se infatti pensiamo all’uso comune della parola “lesbica”, che spesso viene utilizzata in senso denigratorio, con rimandi a immagini erotizzate e legate alla pornografia, la sua assunzione può porsi in antitesi con un’immagine positiva di sé.”

L'apparente riluttanza da parte delle donne più giovani ad adottare la parola in questione è senz'altro riconducibile alla connotazione culturalmente problematica che la caratterizza,  ma sembra anche segnalare la crescente inadeguatezza delle categorizzazioni in uso nello “spiegare” uno specifico così idiosincratico come quello dell'orientamento sessuale.  Soprattutto tenendo conto del fatto che “i ruoli assunti dalle donne omosessuali ancora oggi risentono fortemente di uno “script” sessuale eteronormativo dominante”[5]. Per esempio, “nei ruoli di genere della donna omosessuale, [...] è molto presente la categorizzazione in butch e femme”, dove “le femme vengono definite come «donne eterosessuali che hanno preso una vacanza saffica dal servire la patria» mentre le butch, poiché incluse nel paradigma della “visibilità”, rappresentano coloro che manifestano maggiormente la propria appartenenza alla categoria.”

“In realtà”, proseguono gli Autori, molte donne dichiarano di sentirsi parte di “un 'continuum transgender', all’interno del quale sono presenti diverse realtà dai confini più o meno definiti.” Una plasticità che, a parere di chi scrive, risulta efficace nel demistificare credenze e stereotipi, ma che non va confusa con l'incapacità di riconoscere il proprio oggetto d'amore: un oggetto non necessariamente unico né immutabile, ma neppure interscambiabile.

 

[1]    Tricia Jenkins, ‘‘Potential Lesbians at Two O’Clock’: The Heterosexualization of Lesbianism in the Recent Teen Film”, The Journal of Popular Culture, Vol. 38, No. 3, 2005, pag. 491

[2]    Ann Ciasullo, “Containing ‘‘Deviant’’ Desire: Lesbianism, Heterosexuality, and the Women-in-Prison Narrative”, The Journal of Popular Culture, Vol. 41, No. 2, 2008, pag. 218.

[3]    C. Grov, D.S. Bimbi, J.E. Nanin, J.T. Parsons, “Race, Ethnicity, Gender, and Generational Factors Associated With the Coming-Out Process Among Gay, Lesbian, and Bisexual Individuals”, The Journal of Sex Research Volume 43, Number 2, May 2006: pp. 115-121.

[4]    R. Lelleri, L. Pietrantoni, M. Graglia, L. Palestini, C. Chiari, “Modi Di – Sesso e salute di lesbiche, gay e bisessuali oggi in Italia”, http://www.salutegay.it/modidi.

[5]    V. Cosmi, L. Pierleoni, “Omosessualità femminile: tra miti e attualità”, http://www.sessuologiaclinicaroma.it/ notizie/OmosessualitaFemminile.pdf

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