PAPINI E LE STREGHE

Liliana Moro

 

Oggi nessuno (forse) ha l’ingenuità incosciente di Giovanni Papini, che scriveva nel 1914 per la sua campagna a favore dell'interven­to italiano nella Prima guerra mondiale : “Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne … La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.” (Papini G., “Amiamo la guerra!” in “Lacerba”, 1 ottobre 1914)

 

A oltre un secolo di distanza, è diffuso nell'opinione pubblica mondiale il rifiuto della guerra, come mostrato anche dalle recenti dimostrazioni in moltissime città europee e non solo. Tuttavia rimane poco in­terrogato il dualismo: uomo/guerriero vs donna/pacifica, anche se la convinzione che le donne siano estranee alla guerra è ampiamente superata dai fatti.

 

Da un lato i conflitti armati riguardano più i civili che i militari, quanto a numero di morti e feriti: a partire dalla seconda guerra mondiale le vittime civili superano di gran lunga quelle che si registrano negli eserciti. Inoltre la vita quotidiana nelle zone dove si svolgono i combattimenti, sempre più concentrati nelle città, è pesantemente compromes­sa e le donne sono le principali protagoniste della lotta per la sopravvivenza in queste situazioni estreme.

 

D’altro lato si moltiplicano i casi di donne che usano le armi, sia negli eserciti regolari sia nelle formazioni di guerriglia.

La guerra è una situazione limite, di sospensione della normalità, dove tutto è condotto agli estremi.

Per questo è stata vissuta da molte donne come uno spazio di liber­tà, di azzeramento dei normali vincoli sociali, di superamento delle competenze e spettanze 'femminili'. Una occasione per mostrare i propri talenti.

Miriam Mafai a proposito della partecipazione di donne alla Resistenza italiana armata, cita “... il desiderio di riconoscimento, di una gratifica­zione, la ricerca di una uguaglianza ottenuta sul campo”. 

Ritanna Armeni titola proprio Una donna può tutto il suo resoconto su vicende della Seconda guerra mondiale che videro protagoniste delle giovani russe. Erano aviatrici che facevano parte di un reggimento esclusivamente femminile e che sparsero il terrore tra le truppe tedesche occupanti bombardandole solo di notte, perciò vennero soprannominate “streghe della notte”. Una definizione che le riempì di orgoglio, per­ché desideravano fortemente superare la diffidenza delle gerarchie militari ed ottenere un riconoscimento delle proprie capacità. (Armeni R.,  Una donna può tutto. 1941: volano le streghe della notte, Ponte alle Grazie, 2018)

 

Tuttavia chiusa l’eccezionalità, a guerra finita, la società ha poi rapi­damente ricondotto le donne in armi sui sentieri tracciati per il loro genere. In Italia alle sfilate di formazioni partigiane successive al 25 Aprile, le donne che ne avevano fatto parte non partecipaono. In Russia ugualmente molte nascosero di essere state al fronte, altrimenti non avrebbero mai trovato marito.

Una donna può imbracciare le armi, ma appare in qual­che modo snaturata. Un uomo può rifiutare di combat­tere, ma nei suoi confronti permane un’aura di codar­dia.

Ricordo che nella Prima guerra mondiale i diserto­ri (termine dal connotato fortemente negativo) furono moltissimi, in Italia si fecero oltre 160.000 processi per diserzione e furono comminate più di 4.000 condanne a morte. Occorreva dunque molto coraggio per disertare, non vigliaccheria.

 

Bisogna d'altra parte riconoscere che nell’uomo, nel senso di componente maschile dell’umanità, sono presenti sia gli istinti distruttivi sia quelli di cura, tenerezza, soste­gno e compassione, che emergono sovente proprio nelle situazioni limite create dalle guerre. Così come nella componente femminile dell’umani­tà sono presenti atteggiamenti aggressivi. Ma per molte donne risulta difficile riconoscere la propria aggressività, che viene sovente vissuta come una forza incontrollabile e puramente distruttiva. La società sanziona questi comportamenti divergenti dalla “norma di genere” che diventa tanto più rigida proprio durante i conflitti armati, presentata dal pensiero dominante come “naturale”.

 

Invece il pacifismo, la solidarietà sono scelte, non pulsioni istintive, per una donna; così come la violenza, la distrut­tività sono scelte, non pulsioni istintive, per un uomo.

 

(per gentile concessione da: Liliana Moro, Andar pensando, Ledizioni, 2020, capitolo “La guerra”)

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