PUNTI DI SVISTA a cura di Marco Mori
 
Lo sguardo di un opinionista

Si fa in fretta a dire Pride

Si è concluso il mese di giugno che si caratterizza per la comunità lgbt mondiale come il mese dell’orgoglio, la stagione dei pride.

Anche in Italia ormai da qualche anno, superata la fase caratterizzata dal “pride nazionale” dello scorso decennio, si è entrati in una dimensione di orgoglio manifestato e diffuso in tutta Italia, con una esplosione di manifestazione cittadine/regionali, quest’anno 21, “federate” nell’Onda Pride, nata nel 2013, quando i pride raccolti sotto lo stesso ombrello erano solo sette.

Prima di addentrarmi nei problemi, mi sembra doveroso fare una piccola puntualizzazione storico-politica, per quanto possibile in poche righe.

L'espressione inglese Gay pride (letteralmente: "orgoglio gay"), man mano sostituito con l’acronimo lgbtq e le sue varianti, oppure semplicemente con l’abolizione dell’acronimo stesso, richiama in italiano due concetti distinti: quello di "Fierezza”, in questo caso quella omosessuale e quello di Gay Pride Parade, la marcia dell'orgoglio gay che, a partire dagli Stati Uniti, mantiene in vita la memoria dei moti di Stonewall del 1969, su cui non mi dilungherò in questa sede.

La traduzione dal termine inglese “pride” ha creato in italiano numerosi incomprensioni dovute secondo me dalla scelta di usare orgoglio, che in italiano è anche usato per parlare di "superbia", mentre il senso più corretto sarebbe appunto quello di "fierezza", cioè il concetto opposto alla vergogna, vista come la condizione in cui sono state costrette a vivere, in passato, la maggior parte delle persone omosessuali.

Dal 1970, quando militanti delle associazioni omofile americane, partecipanti ai moti di Stonewall, attivisti politici di diversa estrazione si sono organizzati per realizzare, non solo nella Christoper Street, il primo pride, sono passati 46 anni, e sono cambiate diverse cose, non solo nell’organizzazione, ma soprattutto nella società.

Ci sono tuttavia delle costanti, positive o negative, che resistono, col passare dei decenni, a seconda dell’evoluzione politica del territorio e dello scenario storico in cui sono inserite.

Ci sono ovunque, e ci sono sempre stati, i perbenisti, persone lgbtqi che criticano le modalità di manifestazione spinte, la necessità di sfilare in abiti succinti, o provocatori, che non rappresentano la “normalità” delle persone omosessuali, e farebbero male alla “causa”.

Un problema questo già noto nel 1969, quando nel proporre il primo pride a New York, Craig Rodwell, il suo partner Fred Sargeant, Ellen Broidy, e Linda Rodi sentirono la necessità di scrivere, tra le altre cose:

“Proponiamo una manifestazione che si terrà ogni anno l'ultimo Sabato di giugno a New York per commemorare le manifestazioni spontanee su Christopher Street del 1969, e questa dimostrazione essere chiamato Christopher Street Liberation Day. Nessuna regola di abbigliamento o di età deve essere stabilita per questa dimostrazione.” Christoper Street Day è, per la cronaca, in alcuni paesi europei il nome più usato rispetto a Pride, per le manifestazioni dell’orgoglio di fine giugno .

Chi bazzica gli ambienti lgbt italiani sa che ancora oggi c’è chi inneggia al pride in “giacca e cravatta”, che è una performance già realizzata credo a Padova, nel 2002. Non mi sembra che inseguire il fantomatico decoro o pudore abbia accelerato l’ottenimento dei diritti.

Appunto, altra questione: i diritti. Abbiamo visto che il pride nasce come evento di commemorazione di una insurrezione, non una richiesta politica, tuttavia, nei decenni e diffondendosi in altri paesi, la forma della dimostrazione e del ricordo si è via via declinata in una forma di rivendicazione e lotta specifica per le richieste della comunità lgbt. Ma già nel 69, in quel documento di invito alla prima manifestazione, i propositori collocavano questa manifestazione all’interno di altre battaglie, più ampie in cui tanti erano (si pensa alla pace, alle uguaglianze della comunità nera) e saranno impegnati in futuro.

Negli stati uniti si è arrivati alla piena parità con le ultime sentenze della Corte Suprema dopo 40 anni circa dai moti di Stonewall. Non un viaggio breve e semplice, verrebbe da dire. Tuttavia le legislazioni dei singoli Stati hanno, a partire dagli anni 80, riconosciuto diritti individuali, diritti di coppia, inclusione e coinvolgimento negli aspetti vitali della società alla comunità lgbt. Di conseguenza i pride, dalla east alla west cost sono diventati veri e propri eventi, in  alcune città si chiamano addirittura Pride festival.

Per farla breve, mi permetto di abbozzare una classificazione (le derive sociologiche non smettono di influenzarmi) e di distinguere i pride in due grandi categorie: quelli più influenzati dalla dimensione della parade  e quelli che sono legati più al concetto di march.  In Italia tradurrei i concetti che ho in mente in sfilata  o corteo. Manifestazioni dove si alterano esibizioni, perfomances, dimostrazioni, cartelli  che caratterizzano la parade/sfilata o un movimento più formale, ritmico, con una sua liturgia (non pensate alla veglia funebre, ma al concetto cerimonia) per la march/il corteo. E quale è il dato di rivendicazione lotta e come si manifesta questa in uno o nell’altro? Sarebbe da approfondire.

Per capirci, chiedo a voi, A quale pride avete partecipato? Siete andati ad un corteo o ad una sfilata? E quelli che erano con voi? E chi avevate intorno? E gli organizzatori cosa hanno organizzato?

Vi lascio con questa provocazione perché le parole contano, e a volte, per citare Butler, agiscono in modo performativo.  Secondo me i pride italiani sono sia un po’ sfilata e sia un po’ corteo, più per ragioni subite che volute. E questo potrebbe essere un bene. Ma, per riferirmi al Pride di Milano, la presenza di aziende Google, Microsoft come si colloca affianco a Milanosenzafrontiere e/o ai collettivi di area antagonista e a chi ha contestato il neo sindaco di Milano?

In parte, OndaPride è riuscita a raccogliere in una piattaforma comune le istanze di organizzatori diversi, in contesti cittadini differenti, con percorsi politici non omogenei alle spalle, pur tuttavia, esistono delle velocità diverse nelle differenti manifestazioni. Esiste un grado di approfondimento, e una capacità di dirompenza che i pride alle prime edizioni (Pavia, Treviso, Varese) possono ancora vantare, rispetto a realtà più consolidate come Bologna e Milano dove ho visto un pride sobrio come non mai, per scelta dei manifestanti.

Le grosse criticità che vedo riguardano la capacità, sia a livello nazionale, sia a livello locale, di mantenere unite le differenze, sia le diverse specificità che si ritrovano a sfilare/manifestare.

Nel nordamerica l’esplosione della pandemia HIV Aids prima e la sempre maggiore commercializzazione dell’evento pride hanno spinto gli organizzatori a rimettersi in gioco  e riflettere sul senso della manifestazione anche a ragionare sulle differenti modalità di partecipazione. Chi dentro alla “parade” chi asssiste, come se fosse un mardi gras.

Anche da noi, presenza di aziende e movimenti antagonisti, stereotipizzazione e omologazione dei corpi, commercializzazione, ritardo sui diritti di parità e uguaglianza, divisione su alcune battaglie (come su genitorialità con accesso tramite gpa) pongono la necessità di riflessioni fin da subito, per riuscire a reggere l’evoluzione sempre crescente.

I motivi per cui si scende ogni giugno in piazza alla fine si basano su tre assunti, come ho avuto la fortuna di ricordare nel 2013 dal palco del pride: le persone devono essere fiere di ciò che sono e di come vogliono essere/apparire; la diversità sessuale è un dono e non una vergogna; l'orientamento sessuale e l'identità di genere sono innati o comunque non possono essere alterati intenzionalmente.

Possiamo sfilare o manifestare in modo diverso, organizzare i pride come vogliamo, ma alla fine tutto il resto dovrebbe essere secondario all’orgoglio che ci fa scendere in piazza ogni anno, perché secondo me è ancora valida l’affermazione di G. Rossi Barilli, ne “il movimento gay in italia, Feltrinelli, 1999”: Stupisce la varietà della partecipazione, il vedere una accanto all'altra realtà che normalmente non fanno politica insieme e spesso, quando la fanno, si combattono aspramente.

E la sfida (soprattutto) del pride dei prossimi 46 anni è secondo me proprio quella di gestire queste varietà e differenze.