PUNTI DI SVISTA a cura di Marco Mori
 
Lo sguardo di un opinionista
Ora che i vip

Ora che i vip di questa Italia hanno parlato, ora che appelli e contro appelli sulla Gestazione per Altri sono stati fatti, ora che tutte le dichiarazioni (improprie) all’interno del dibattito sul disegno di legge Cirinnà sono passate. Ora che si sono calmate un po’ le acque ho deciso di dire qualcosa anche io.

Non ho desiderio di paternità, o di maternità, e sono fortunato. Non ce l’ha nemmeno il mio compagno con il quale convivo e ho una relazione da 5 anni.

Tuttavia, nel corso degli ultimi quindici anni, mi sono imbattuto sul tema sia grazie alla mia militanza nel movimento lgbt sia per attività politiche scollegate (ai tempi della legge 40 mi sono battuto per il referendum) sia per conoscenze di coppie eterosessuali direttamente interessate.

I problemi legati alla Gestazione di Sostegno, alla Gestazione per Altri o alla maternità surrogata, volgarmente definite “utero in affitto”, sono da suddividere in riflessioni diverse, pur sempre collegate, ma riguardano e coinvolgono situazioni differenti per le quali spesso non basta la stessa soluzione.

Mi sembra di capire, semplificando molto (e chiedo scusa), che alcune femministe recentemente abbiano rivendicato quanto sarebbe oggi inadeguato il famoso slogan “l’utero e mio e lo gestisco io”, aggiornato con “e lo affitto a chi mi pare”. Questo perché nella maternità surrogata non vi è nessun gesto di libertà: si sostituisce solamente il patriarcato con il mercato.

Ciò che però soggiace all’appello – e molto più facilmente nella rapida strumentalizzazione che ne è scaturita – è il rischio di finire nuovamente, tornando indietro di 50 anni, a rivedere certe divisioni di genere e ruoli come date “per natura”, una cosa che ero abituato ad aspettarmi da reazionari maschilisti. Davvero alcune femministe ci stanno dicendo che le donne si riconoscono “per natura” nel far figli, nell’aver cura di loro? E che quindi alla natura vada riconosciuto quel che è della natura? Perché se così fosse, in concreto si starebbe dicendo che le donne sterili dovranno accontentarsi e gli uomini non potranno mai esprimere un desiderio di genitorialità, senza previa autorizzazione femminile.

Questo della libera scelta delle donne di far “del proprio corpo” quello che vogliono fa i conti con i gradi di libertà del sistema nel quale noi tutti siamo inseriti. E in qualsiasi ragionamento che si fa in merito alla gestazione per altri non si può eludere il discorso riferito alla reale ed effettiva parità di genere in quel preciso sistema giuridico, economico, politico e sociale.

Pensare, come ha fatto un illustre medico, che la gestazione per altri sia un modo per le donne – magari povere e già inserite in un piano inclinato dei diritti – di “arrotondare” non solo è sbagliato, ma nasconde un profondo maschilismo. A maggior ragione se si ritiene che il fine sarebbe far studiare i figli o occuparsi dei mariti. Questo pensiero sarebbe poi tanto diverso dalla prostituzione su ricatto o costrizione? Non credo.

Al contrario, condannare la scelta libera, consapevole e informata su tutti i fronti, senza tener conto che esistono tante sfumature di grigio, rischia di dar manforte a chi da anni cerca di imporre una visione autoritaria della gestione istituzionale dei nostri corpi. Porre un divieto su quel che uno vuol fare del proprio corpo, come portare in grembo un figlio, rischia di rendere vane le battaglie per il diritto di gestirsi in senso autodeterminato: dal diritto all’eutanasia al rifiuto di terapie nel fine vita, fino a mettere in dubbio la legge sull’aborto.

Davvero si vuole questo? Credo che uno dei criteri alla base della legislazione sulle adozioni possa essere di grande aiuto anche per parlare, in modo laico, della gestazione per altri. Sulla necessaria riforma dell’iter sulle adozioni e le professionalità coinvolte si aprirebbe una discussione troppo complessa. Parliamone un'altra volta.

Ma almeno un criterio può essere considerato valido in entrambi i casi.  Non stiamo parlando del diritto di qualcuno ad avere figli, ma del diritto di un bambino ad avere dei genitori. Una forma di tutela del soggetto debole. E nella gestazione per altri i soggetti deboli sono più di uno. Anche se si tratta di debolezze diverse, vanno tutte riconosciute.

Il diritto del bambino ad avere dei genitori incontra il desiderio di genitorialità che ciascuno di noi può avere o non avere. Un desiderio che, per fortuna, è sempre più legittimato socialmente anche per persone che per il loro orientamento sessuale fino a pochi anni fa erano escluse anche solo dal prendere in considerazione la possibilità di vivere come omosessuali, magari in coppia, e crescere contemporaneamente dei figli.

In alcuni Paesi, prevalentemente occidentali, attraverso controlli, stipule di assicurazioni, percorsi obbligati tra donatori e beneficiari si è arrivati a regolamentare un rapporto per permettere ad alcune persone di essere genitori, corrispondendo un rimborso spese, alla luce del sole, a chi permette il tutto.

C’è chi vede, nelle persone che scelgono di ricorrere alla GPA, dei capricciosi in cerca di evasione e, se sono due maschi gay, degli omologati al modello familistico eterosessuale. E comunque sempre degli sfruttatori. Mi sembra molto riduttivo: in un impegno che porta anche a sacrifici per 2/3 anni (investimenti di tempo, energie, passioni e risorse senza certezza di risultati) io vedo un grandissimo senso di responsabilità in quello che si sta facendo. Volere crescere un figlio. Una responsabilità che, al contrario, non è data per scontata dalla natura. Non serve fare esempi, vero?

Perché quando parliamo di genitorialità, nel 2016, parliamo prima di tutto di responsabilità? O invece parliamo di biologia?