Chi non sa aspettarsi l'impossibile, non lo vedrà mai

Eraclito

L'ANGOLO DI SANTIPPE

editoriali del Direttore 

una voce stonata (fuori dal coro)

Gender obstat
le trappole della cattiva coscienza
di Giuditta Pieti

 

Genere o non genere? Genere: questo è il problema. Il senso di colpa, si sa, è una costruzione culturale. Qualche umano cedimento, frutto di speranze disattese, s’incista a volte di soppiatto in remoti anfratti delle anime più devote, dove produce ossessive interpretazioni di gender per sentito dire, fare, baciare…

È normale che alcune pecorelle del pio gregge si smarriscano di fronte a una reductio ad unum, da cui può generarsi una molteplicità ingestibile sul percorso della retta via. D'altronde nemmeno tra i più preparati è facile barcamenarsi tra le bizzarrie di un genere che persino nelle grammatiche della nostra tradizione occidentale prevede: maschile, femminile, neutro, duale…

In soccorso alla paura di cadere vittime d’illecite pulsioni, manipoli di volenterosi si raccolgono alla caccia del GENDER, per la disinfestazione e la tutela di territori culturalmente modificati. Ma perché non spezzare una lancia a favore dei “poveri di spirito” che come funghi crescono nel sottobosco dell’ignoranza (cfr. ignorare)? Per chi non ne fosse a conoscenza, raggiungere la comprensione di categorie centrate attorno al concetto di genere e quindi di differenza -non solo sessuale- mobilita inquietanti parallelismi.

Uno spettro si aggira ancora oggi tra di noi: la costruzione di un corpo monosessuale, con una versione di genere maschile (fondante) e una di genere femminile (subordinata).

Non si può liquidare questa tesi sottovalutandone le implicazioni biologiche, psicologiche e politiche. La gerarchia stabilita dalla interpretazione del corpo per cui un unico sesso si declina in due generi viene da lontano e perdura ben oltre l’avvento dell’Illuminismo che ne “scopre” l’infondatezza. Fin dall’Antichità, Galeno, ripreso da Nemesio, vescovo del IV secolo, e dai successivi modelli culturali, relega le donne alla periferia della fisiologia umana. Esse non sarebbero che uomini difettosi che hanno gli stessi organi, ma rovesciati dentro il corpo. Organi paragonati agli occhi della talpa che non sono usciti in avanti, ma sono rimasti all’interno, segno evidente d’imperfezione.  Aristotele -pur convinto sul piano filosofico dell’esistenza di due sessi diversi- in quanto naturalista, abbraccia la tesi monosessuale  perché “maschio è un animale che genera in un altro, femmina quello che genera in se stesso”, precisando che un animale non è maschio o femmina nella sua totalità, ma nelle sue facoltà.  Per cui “esse, benché siano di sesso differente, pure nell’insieme sono identiche a noi, perché quelli che hanno cercato più a fondo trovano che le donne non sono che uomini capovolti”.

Quelli che adesso definiamo “sesso” e “genere” un tempo erano l’uno una convenzione, l’altro un fatto  politico-culturale. Nell’immaginario contemporaneo, e non solo nelle sacche più retrive del nostro sociale, colpisce la banalizzazione di chi concepisce la differenza sessuale come regolata da una questione di sfumature più o meno profonde. Ancora oggi il sesso fatica a essere riconosciuto come categoria ontologica, non solo sociologica.

E le radici del misconoscimento vengono da lontano.