rivista di cultura

Mala tempora currunt

Se dovessi trovare oggi una chiave di lettura a un lavoro di ricerca che ho sviluppato tra l’88 e l’89 in Mali: sul territorio, nei villaggi e in ospedale psichiatrico a Bamako, la cercherei proprio nelle contraddizioni che  inquietano tutti coloro che non fanno parte di un gregge omologato a chilometro zero.

Tempi bui, in Italia, 30 anni dopo. 

MA CON CHI ABBIAMO A CHE FARE?

Nel corso del tempo, di volta in volta, una maggioranza preoccupata e agitata ha trovato capi pronti a gridare all’untore: nero, ebreo, comunista, pazzo, omosessuale, donna.

Il diverso, lo strano, il perturbante che fa vacillare la tanto conclamata stabilità, perché non è rapportabile a schemi consolidati o maggioritari, proprio per questo può generare una co-operazione effettiva. Se ci si ferma a riflettere sulle nuove chiavi di lettura proposte dalla crisi di stereotipi diffusi, allora la mancanza dei modelli già infelicemente collaudati diventa una risorsa invece che un ostacolo

Quando sono partita per il Mali mi sono portata appresso stupore e ascolto.

Non era ancora caduto il muro di Berlino, ma il boom dell’immigrazione dei neri in Italia cominciava a creare aspettative, “senza frontiere” miste a profetiche apprensioni, sia da una parte che dall’altra.

Ma si sa che la caduta dei nostri muri interni non corrisponde di per sé alle più convincenti dichiarazioni d’intenti. E il nero è un colore che rappresenta emblematicamente ciò che è altro, diverso, oscuro.

In quel pezzo di Africa dove sono vissuta per quasi un anno, il rispecchiamento e la riflessione che permettono l’incontro con l’altro passano attraverso una comprensione che nel mondo dell’uomo bianco viene elaborata in termini simbolici e antropologici. Altrimenti incombe solo la “sacra” rappresentazione di un pericolo da combattere.

La domanda che nasce all’impatto con “l’uomo nero”: “Ma come aiuto l’Africa?” porta a riflettere sull’alterità come rispecchiamento dell’identità stessa, quando di botto si trasforma in: ”Ma come? Aiuto!!! L’Africa!!!”

La paura dell’incontro con l’”uomo nero”, non tanto fisica quanto culturale, porta in molti a reagire con modalità paternalistiche “quanto è buono l’uomo bianco”, che è anche il titolo di un singolare film di Ferreri,  o con tale diffidenza e rabbia da fare presumere una situazione di guerra in cui ci si sente accerchiati e quindi giustificato a difendersi da un nemico sempre in agguato.

Noi non conosciamo gli ALTRI, ma possiamo riconoscere e riflettere su come ci vedono loro, su chi è davvero la controparte.

Il RISPETTO (da re-spectare, cioè guardare con attenzione, a una giusta distanza) è una chiave fondamentale o meglio è una lente per mettere a fuoco quello che i nostri disturbi visivi occultati e negati tendono a deformare.