PUNTI DI SVISTA a cura di Marco Mori
 
Lo sguardo di un opinionista
Tutti i gay votano a sinistra?

 

Si avvicinano le elezioni e, come ad ogni tornata elettorale, si assiste a dichiarazioni di esponenti della comunità e dell’associazionismo lgbt a sostegno di quel candidato e/o quella lista e, purtroppo ancora troppo spesso, alla composizione delle liste con le quote: l’operaio, il pensionato, lo studente, la donna, e sempre più spesso, il musulmano, il gay etc.

Premetto che trovo legittimo, e l’ho sempre trovato, che persone impegnate in attività politiche all’interno di associazioni e movimenti diversi dei partiti, esaurito il loro percorso, possano trovare nuovo impegno in attività politiche anche all’interno dei partiti. Tuttavia, considero da sempre inaccettabile l’automatismo che accomuna un gruppo sociale a una collocazione politica, figuriamoci ad un partito.

Credo che l’apoteosi sul tema si sia raggiunta in occasione del Referendum Costituzionale di ormai un anno fa, quando si diceva che le persone gay e lesbiche avrebbero dovuto votare Sì come gratitudine verso il governo Renzi per via della legge Cirinnà.

Passare dal voto per appartenenza al voto per riconoscenza mi sembra un po’ troppo. La similitudine con immigrati e seconde generazioni è facile. Già dagli anni 90 alcuni esponenti dei partiti di sinistra ripetevano “diritto di voto agli immigrati” per le elezioni amministrative, spesso guidati da quell’idea che fa credere che tutti i migranti votano a sinistra. La pensava così anche Berlusconi su alcuni gruppi sociali, infatti diceva “non parlo più di donne e gay, perché stanno dall’altra parte.” Fosse così facile.

Procediamo per gradi, perché non è così facile.

Non c’è un meccanismo che associa un orientamento sessuale, una provenienza etnica, o l’appartenenza ad una minoranza culturale ad uno schieramento politico. Non c’era nella società post seconda guerra mondiale, cristallizzata per quasi un cinquantennio con identità, ideologie, appartenenze definite e ideali forti, non c’è ora nella società liquida, un contesto dove si parla di soggettività multiple, identità variabili, molteplici modalità per descrivere il sé  e l’appartenenza in comunità più ideali che sostanziali.

C’è però un percorso che accomuna le lotte e le battaglie politiche con un’area politica, infatti, il movimento lgbt – almeno quello italiano – si è consolidato a partire dagli anni 80, dopo gli esordi degli anni 70, in un fermento complessivo che coinvolgeva il movimento ambientalista, antagonista, pacifista, esponenti delle sinistre parlamentari ed extraparlamentari, il movimento femminista e femminile, i sindacati ed i circoli Arci. Il movimento lgbt italiano fa parte (o si dovrebbe dire ha fatto parte?) della sinistra sociale del paese, e mi sembra scontato che persone che hanno organizzato manifestazioni, servizi, proteste e lotte trovino uno sbocco di capacità, competenze, o come si dice ora know-how e network all’interno di organizzazioni politiche e partitiche di sinistra.

La realtà odierna ci mette però di fronte a situazioni che in parte ci lasciano perplessi e in parte dovrebbero preoccupare. Il sempre crescente disinteresse e disaffezione dalla partecipazione politica, così come incide sui partiti, in modo non molto diverso tocca anche le associazioni. Inoltre, basta guardare i nostri vicini europei per accorgersi di un numero sempre crescente di politici, gay o lesbiche, che milita in conformazioni politiche distanti da quella famiglia valoriale a cui ancora oggi siamo abituati a pensare impegnati gay e lesbiche. Pensate alle recenti elezioni tedesche ad esempio.

Cosa sta succedendo? Non ho dati aggregati per dare una descrizione statisticamente rappresentativa, e ho perso contatti da qualche anno con le associazioni lgbt del continente. Azzardo due ragionamenti  ed ipotesi, che sarebbe interessante approfondire altrove.

L’Italia rimane il crocevia tra paesi dell’ex blocco sovietico, dove emergono le forti spinte identitarie e xenofobe, e i paesi occidentali dove ormai si è legiferato su tutto quello che la comunità lgbt chiedeva, e anche quello che non chiedeva nella totalità. Non abbiamo la totalità di diritti, ma almeno nelle grosse città si vive come in una metropoli europea, anche se l’omofobia diffusa è ancora strisciante. Siamo, nei fatti, nel mezzo di realtà opposte.

Questo dovrebbe far capire, almeno alle associazioni e realtà interessate, che il riposo meritato post approvazione unioni civili deve terminare, perché c’è ancora da fare tanto, e il dibattito non può esaurirsi sulla Gpa che è un tema importante da (non)affrontare, ma non può essere l’unico.

Inoltre, bisogna accettare, ancor di più oggi rispetto a 15 o 20 anni fa, che non per forza tutte le persone lgbt devono sentirsi dei militanti e degli attivisti. Specifico meglio. Io ho sempre vissuto il mio essere gay anche in chiave politica, perché troppe sono le discriminazioni e le diseguaglianze, ma capisco e accetto che altri la pensino in altro modo e possano vivere in altro modo.

Quindi dubito sempre ad esempio dei richiami di politici di sinistra che provano a far presa su elettori lgbt puntando il dito sull’omofobia di Salvini etc. Dubito sulla riuscita di questi richiami sia perché ormai in tutti gli schieramenti possiamo assistere a dichiarazioni pittoresche, ma soprattutto perché, se da una parte accettiamo che le società sono cambiate anche grazie al movimento lgbt, dobbiamo accettare che tante persone lgbt si socializzano, crescono e vivono senza entrare in contatto con le realtà lgbt e le loro battaglie.

L’elettore gay di destra, che magari ha paura a dichiararsi o non ci ha mai pensato ti risponde: perché nel mio paese di 10mila abitanti a giunta di centrosinistra i gay non sono discriminati lo stesso?

Credo che difficilmente avremo nel breve periodo una lesbica dichiarata alla guida di un partito di estrema destra  e candidata presidente del consiglio per due ordini di fattori. I partiti di destra italiani sono più vicini alle realtà dell’Europa orientale rispetto a quella occidentale, e si oppongono a quei diritti che quasi in nessun paese occidentale son ormai messi in discussione.  Chi è omosessuale e milita a destra non fa dell’omosessualità un elemento identitario.

Di conseguenza avremo sempre più elettori gay e lesbiche che continueranno a votare Lega e realtà simili, anche se contrari al riconoscimento di diritti e parità, che metteranno in secondo piano queste tematiche come un eccetera qualunque che non li spinge ad interrogarsi, figuriamoci ad impegnarsi. E questi elettori non riconosceranno mai come propri interlocutori quegli esponenti nelle file della sinistra e provenienti dalle associazioni lgbt, perché non ne hanno mai fatto parte e perché non ne condividono o conoscono le battaglie.

Come usciamo da questo ginepraio che rischia di dissipare il capitale umano di chi dalle associazioni approda in politica, rischia di consegnarci solo interlocutori istituzionali esterni alla comunità lgbt, e soprattutto di fare passi indietro in termini di parità e diritti?

Non ho una ricetta, ma credo che bisognerebbe ri-partire dal movimento, dalle definizioni dello stare e lottare insieme, dal senso della appartenenza e dalla militanza oggi. Cogliere l’appuntamento elettorale quale occasione per sondare un’agenda e delle tematiche tra le forze in campo e così prendere le misure. In altri paesi si parla di poliamori, ci sono servizi nelle scuole elementari che accompagnano, là dove ci sono i motivi, al percorso di transizione, e altre situazioni pratiche e quotidiane distanti anni luce dalla nostra realtà.

Per arrivare a questo scenario bisogna di nuovo interessare, avvicinare e coinvolgere gay, lesbiche e trans che son diventati adulti magari senza passare da un Pride e intraprendere insieme un percorso che renda chiaro che la discriminazione passa dal contratto di lavoro, dal salario, dalla vita in condominio; che le diseguaglianze riguardano i corpi, le capacità di vivere, esistere, curarsi e fare famiglia. E tutto questo tocca le persone a destra, tanto quanto quelle di sinistra.

E su queste “nuove” declinazioni si possono rinnovare le forze e incanalarne di nuove. Non è vero che destra e sinistra non esistono più, semmai entrambe possono essere un’altra cosa rispetto a quella di questi ultimi anni, una sinistra più coerente e coraggiosa, una destra liberata dall’omofobia più becera.