PUNTI DI SVISTA a cura di Marco Mori
 
Lo sguardo di un opinionista

Si fa presto a dire Queer

Ammettiamolo, alzi la mano chi ci ha capito qualcosa su quello che significa Q nella sigla LGBTQ e sarebbe disposto a spiegarla senza tentennamenti in pubblico?

Tralasciando a prossime occasioni una riflessione su questa sigla controversa e incompleta, quasi e forse di più della Salerno-Reggio Calabria, mi vorrei soffermare in queste poche righe, sulla fantomatica Q di queer.

La prima volta in cui mi sono imbattuto nella parola queer è stata quando, nel 2000, ancora dovevo fare coming out con me stesso, per la prima volta mandavano in onda negli stati uniti Queer as folk, storico remake dell’omonima serie inglese.  Fedele e verosimile rappresentazione di un gruppo di amici gay e lesbiche, al tempo per me meta di desiderio irraggiungibile e impensabile, il titolo della serie nasce da un'espressione dialettale di alcune zone del nord dell'Inghilterra: «there's nought so queer as folk», che significa “non c'è nulla di così strano come la gente”; dove la parola queer in inglese significa, oltre che strano, anche omosessuale.

Ma è di circa 10 anni più vecchia la prima argomentazione accademica relativa ad una fantomatica teoria queer,  - cfr. GLOSSARIO.

Se vi siete fermati alla terza riga della possibile definizione lo capisco. Sintetizzare quelle che sembrano “seghe mentali” o chiacchiere accademiche è un’impresa e non mi metto qui a entrare nel merito della questione.

Se ad oggi non c’è chiarezza in Italia, nel movimento, e fuori dal movimento parenti e amici quando parli di queer ti guardano come un marziano, dal mio punto di vista è per via di alcuni aspetti che segnano una differenza incolmabile tra nord America e Italia, dove queer si ferma appunto a Queer as folk, queer eyes for the straight guy (programma televisivo dove 5 gay stereotipati rendevano socialmente, esteticamente  - e stereotipicamente - presentabile un maschio eterosessuale).

Il mondo accademico anglosassone non vive dentro gli steccati in cui vive l’università italiana, racchiusa nei rigidi settori disciplinari degli insegnamenti e delle classi di laurea. La dimensione interdisciplinare che appunto è l’anima degli studi queer al di là dell’oceano non solo non è replicabile, ma spesso non è compresa ed è quindi punita.  Quando a qualche ordinario dicevo di occuparmi di genere la risposta era “perché ti occupi di grammatica?”

Il mondo accademico anglosassone è più permeabile alla società e al dibattito culturale extraaccademico e il rapporto è reciproco con realtà e istituzioni diverse dalle università. E il movimento gay e lesbico americano  è sempre stato, come ogni comunità, un interlocutore dell’accademia, stimolo e risorsa per studi e ricerche ma anche spazio di confronto.

Il movimento gay, lesbico e trans americano negli anni novanta si trovava in una situazione sostanzialmente diversa e imparagonabile (nel bene e nel male) rispetto quello europeo, e quello italiano.

Inoltre, in Italia la strategia dello Stato è sempre stata quella di negare l’esistenza degli omosessuali. In tutti i campi. Non si può dire degli Stati uniti, dove già negli anni novanta venivano istituiti i primi registri di unioni civili, venivano sdoganati personaggi gay nelle serie tv per ragazzi, le sponsorizzazioni per eventi come il pride aumentavano, come i coming out di vip e personaggi famosi e le prese di posizioni di rappresentanti delle istituzioni federali. Un capitolo a parte, ed enorme, che dovrebbe essere sempre tenuto in mente è quello relativo all’impatto che la pandemia hiv-aids ha avuto sulla comunità e sulle lotte del movimento e l’evoluzione che c’è stata sia in termini di prevenzione, cura.  

In Italia, il salto in avanti in termini di visibilità della discussione si è avuto solo negli ultimi 10 anni, ma ancora oggi il nucleo del dibattitto sia nel movimento, sia in accademia, è diverso.

Nonostante il dialogo nostrano in corso tra queer e anti queer sia acceso, le posizioni non sono poi così opposte. Nessuno vuole mettere in discussione l’esistenza delle differenze, siano queste sessuali, biologiche e/ sociale, tuttavia è diversa l’individuazione delle cause da cui esse sono determinate, o si specificano e degli effetti che hanno sugli individui e sulle comunità, sia che identità e comunità siano costruite e/o nominate e/ preesistenti e innate.

 

Inoltre, ora che la tendenza decostruzionista illimitata del queer ha trovato la sua fine, perché anche alcuni storici pensatori del “è tutto è costruzione” si sono arresi ad una certa presenza incontrovertibile della materia e di una componente di scelta individuale, lo stimolo dato dagli studi queer è ancora più utile a smascherare efficacemente il discorso normativo in cui siamo immersi, senza la necessità di crearne uno nuovo.

Di conseguenza, ritengo il contributo queer un paio di occhiali da tenere sempre nel taschino per cercare stimoli e domande utili a descrivere e capire la realtà che ci circonda, uno strumento di costruzioni di ipotesi a disposizione di un movimento che nel nostro paese spesso aggiunge lettere alle sigle senza però un confronto evidente e diffuso alla base.

Un confronto che va fatto obbligatoriamente, perché se non c’è un confronto su chi siamo – o non siamo, perché il queer che sta nella Q di lgbtq non può che essere inteso come critica all’identità – come potrebbe esserci chiarezza su quello che vogliamo?