BUILDING A BRIDGE. ON WHICH BANKS? OMOSESSUALITA’:
UNA QUESTIONE (ANCORA)  SPINOSA NELLA CHIESA CATTOLICA.
Ivano Lanzini

                E’ appena uscito, per i tipi della Marcianum Press, la traduzione italiana di un testo: Building a bridge. How the Church and the LGBT Community can enter into a Relationship of Respect, Compassion and sensitivity, (tradotto come Un ponte da costruire tra Chiesa e persone LGBT) scritto da Padre James Martin, gesuita, Direttore della Rivista America Magazine e consultore nominato da Papa Francesco della comunicazione vaticana.

                Si tratta di un testo che sta avendo vasta eco negli Usa e nel mondo (occidentale) e che buona parte della stampa, anche laica, sembra accogliere positivamente per le aperture che l’Autore mostra nei confronti della comunità LGBT soprattutto cattolica (ma non solo). Insomma, ci troveremmo di fronte ad un “groundbreaking book” capace, finalmente, di aiutare vescovi, sacerdoti e “all pastoral Church leaders” a costruire un atteggiamento fatto di reali “respect, compassion and sensitivity” verso la realtà dolorosa, fatta di “esclusion, insults, rejection” in cui le persone LGBT si sono spesso trovate subendo non lievi patimenti  da parte di settori non marginali della “Institutional Church”. Inoltre, come commentano il Cardinal Kevin Farrel, Prefetto del Dicastero Vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita, e il Cardinal Joseph Tobin, Arcivescovo di Newark, abbiamo tra le mani un testo ‘brave, prophetic, inspiring” capace di aiutare gli “LGBT Catholics feel more at home in what is, after all, their Church”.

                Ora, ci pare doveroso asserire e ovviamente dimostrare, con la massima onestà intellettuale e nello stesso spirito di rispetto che anima il lavoro di Padre Martin verso la comunità LGBT, come Building Bridge non sia altro che l’ennesimo tentativo di rispondere in chiave pastorale e quindi sul versante della comprensione-compassione verso le umane debolezze a un problema: quella della legittimità morale e quindi della piena e paritaria appartenenza delle persone omosessuali – nella concretezza della loro vita sessuale – alla chiesa cattolica.

                Questo è proprio ciò Padre Martin, ancora una volta, non fa, non può e non vuole assolutamente fare, rimanendo rigorosamente rispettoso della dogmatica etica cattolica e, anzi, asserendo, in una lunga intervista concessa al Corriere della Sera proprio alla vigilia della pubblicazione del suo libro (20 maggio 2018) di considera come “l’accusa la più ingiusta” rivolta al suo lavoro quella che “il libro vada contro gli insegnamenti della Chiesa. Assolutamente no!” E aggiunge che in esso “non vengono messi in discussione gli insegnamenti circa le relazioni o il matrimonio dello stesso sesso”.

                Di fronte all’osservazione che, nella stessa intervista, Gian Guido Vecchi gli fa, ricordando che il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2358 – ed. typica), ribadisce che l’orientamento omosessuale rappresenta una “inclinazione oggettivamente disordinata”, padre Martin risponde con una mossa che non possiamo non qualificare come ‘gesuitica’ e, in fondo, offensiva. Tale mossa – una vera manovra scacchistica – 1) inizia confidando al giornalista  che molte persone Lgbt gli “hanno riferito che questa frase ferisce profondamente (nel libro, la qualifica come “needlessly hurtful and cruel”: inutilmente doloroso crudele”, pg. 46,47); 2) prosegue osservando che si tratta di una “terminologia teologica con un significato preciso che viene dalla filosofia tomistica” (così ‘scordandosi’ che quella terminologia non l’ha scritta S. Tommaso nel medioevo, ma il Magistero Cattolico nel 1997 nel suo Catechismo! E, cosa ancor più interessante, dimenticando di dirci quale sarebbe allora il suo ‘significato preciso’, moderno e attuale); 3) continua con un piccolo capolavoro ermeneutico: “per una persona Lgbt quella frase vuol dire che una parte essenziale di sé – quella che ama, anche se con un amore mai espresso sessualmente – è disordinata”. Quindi, per Padre Martin un omosessuale cattolico vorrebbe che la chiesa, finalmente e definitivamente, riconoscesse la legittimità del suo amore omosessuale “mai espresso sessualmente”. Ora, siamo al ridicolo: un omosessuale cattolico – e chi scrive ha sufficiente esperienza clinica e terapeutica per dichiararlo – desidera che invece sia riconosciuta piena legittimità all’espressione sessuale di quell’amore, proprio in quanto frutto di un amore. Cosa che invece – lo abbiamo ampiamente evidenziato, anche su questa Rivista [1] – la Chiesa Cattolica, al di là di ogni compassione e  rispetto,  non fa e non può ‘oggettivamente’ fare, finchè rimane ancorata ad una dogmatica etica derivata non dal tomismo (soltanto) ma da  una (certa magistrale) interpretazione delle Scritture.

                Così ci pare, al tempo stesso commovente e ridicolo, che padre Martin, raccontando di conoscere un suo  amico gay “che da vent’anni  si è preso cura del suo compagno”, convenga che “questa senza dubbio è una forma d’amore – un amore capace di sacrificio.” E concluda: “ci dobbiamo chiedere: cosa ci sta insegnando qui lo Spirito Santo?”

                Non siamo noi a rispondere in vece dello Spirito Santo: ma ci vien voglia di far notare – al lettore ingenuo – la rilevante ambiguità di quel “qui”: perché se ‘qui’ si riferisce all’amore-capace-di-sacrificio, allora padre Martin, per l’ennesima volta, gioca ‘da baro’ (o, se vogliamo una espressione colta, ‘paralogisticamente’): perché questo amore è già dichiarato legittimo dalla Chiesa cattolica. Questo è il motivo, tra l’altro, per cui padre Martin non esita a riconoscere la presenza di “hundreds, thousands of gay clergy, lesbian women of religious order” (p. 31) che praticano santamente la loro missione anche  grazie attraverso questo ‘amore-senza-sesso’. Se invece ‘qui’ dovesse riferirsi – come padre Martin non vuole fare, pena l’anatema – a quell’amore che stava e sta alla base della relazione ventennale di coppia del suo amico: quindi ad  un amore fatto anche di tenerezza, affetto e desiderio sessuale, un amore umano, integrale, perché fatto di anima-e-carne – beh allora, forse lo Spirito Santo dovrebbe suggerire qualche modifica sostanziale all’articolo 2358!

                E’ proprio perché padre Martin – nel costruire il suo ponte verso la comunità LGBT – resta ben saldo sulla sponda del divieto alla espressione sessuale dell’amore omosessuale, che può dilungarsi in importanti e  umanamente apprezzabili riconoscimenti della dignità delle persone omosessuali in quanto persone. Senza fare alcun reale, serio – teologicamente e dottrinalmente – passo in avanti. Cosa per di più paradossale per un sacerdote che, proprio nelle pagine iniziali, programmatiche del suo libro, asserisce che “the process of coming to undesrtand one’s identity assa Lgbt person is easier that it was just a few decades ago”(il processo del farsi più comprensibile la costruzione dell’identità lgbt di una person è più facile di quanto lo fosse solo qualche decennio fa :pag.9) . Se le cose stessero veramente così per padre Martin, allora dovrebbe riconoscere, come peraltro fatto da altre comunità cristiane protestanti (luterane, anglicane, metodiste) che non si può assolutamente più intendere (understand) l’orientamento omosessuale nei termini di un mero comportamento sodomitico (come era ai tempi di S. paolo, S. Agostino, S. Tommaso ecc), bensì come l’espressione di strutturati vissuti che vengono a svilupparsi precocemente e inconsapevolmente, permeando di sé l’intera sensibilità amorosa ed erotica del soggetto , così da esprimere un aspetto ‘essenziale’ della sua personalità.

                Ritenere tutto questo ‘disordinato’ – ‘ontologicamente’ alieno rispetto al pieno di Dio – rappresenta la codificazione di una squalificante definizione personologica: in parole semplici: un violenta definizione di alterità del Soggetto al piano di Dio (in quanto strutturalmente connesso all’eterosessualità e ad una sessulità essenzialmente procreativa) . Alterità che può essere ricomposta quindi al prezzo di una  mutilazione esistenziale: appunto, a condizione che le persone omosessuali rinuncino ad esprimere sessualmente … non solo il loro modo di amore, ma loro stessi, giacchè noi siamo ciò/come amiamo. E, come le risultanti cliniche della psicologia, della psicoterapia e della psicoanalisi (nocnhè della sessuologia e della psichiatria) dimostrano è sicuramente e soprattutto nel “come” amiamo che va a collocarsi il patologico, il  disordinato e persino il ‘perverso’.

                Avanziamo qui la modesta ipotesi che sia  proprio la storica diffidenza cattolica (agostiniana come matrice, tommasianamente solo diluita) verso la carne, il corpo e la sessualità – ossessivamente connessa e giustificata dalla finalità procreativa e incardinata nel matrimonio come unica modalità di strutturare stabili rapporti affettivi – la ragione per cui a padre Martin e alla Chiesa che lui chiama ‘Istituzionale’ risulti difficile, ostico, disturbante riconoscere la bontà della sessualità amorosa tra due uomini o due donne. Esito paradossale, per una prospettiva spirituale che fa dell’amore, anzi dell’Amore l’essenza stessa del divino.

                E’ noto che l’apostolo Paolo, nella 2^ lettera ai Corinzi, dopo aver riferito delle sue esperienze estatiche e della sua intimità con Dio, confessasse come Dio stesso, per renderlo consapevole della sua umana debolezza e così non insuperbisse, facesse sì che fosse tormentato da ‘una spina, un fascio di spine nella carne”. Per secoli si è dibattuto sulla natura di questa ‘spina’. Agostino la lesse (ovviamente – ci viene da dire, proiettivamente – in chiave sessuale) altri la interpretarono in termini morali, esistenziali o semplicemente fisici. Ci guardiamo bene da osare un tentativo di interpretazione (che poi esulerebbe davvero dalle nostre intenzioni e competenze).

                Di una cosa però siamo certi: che la questione omosessuale è forse una delle spine più pungenti per la teologia cattolica e per la Chiesa cattolica. Anche se, purtroppo, dobbiamo constatare, come psicoterapeuti, che forse ancora più pungente è la ferita che quell’articolo 2358 infierisce nell’anima di molti omosessuali cattolici, dimidiati dal desiderio di vivere i propri amori all’interno del loro voler continuare ad amare la loro Chiesa. Con la conseguenza di interiorizzare un conflitto che – come lo stesso padre Martin riconosce – può persino portare al suicidio.

                Per queste ragioni, il testo di padre Martin, sicuramente animato da buone intenzioni, fallisce l’obiettivo che vuol raggiungere: non accorgendosi di come lo stesso titolo, pur alludendo alla possibilità di un incontro – il ponte – implicitamente ribadisce l’esistenza di due sponde: appunto, di due realtà distanti/opposte. Sempre per queste stesse ragioni, paiono stonati e poco ‘equilibrati’ gli esercizi di meditazione che padre Martin include nella seconda parte del testo, indirizzandoli alla comunità LGBT cattolica perché anche lei ascolti con rispetto, compassione e sensibilità la voce del Magistero. Di un Magistero che, come Building Bridge documenta e prova, non pare ancora capace di ascoltare realmente il senso della domanda ‘ontologica’ di accoglienza integrale (sessuata) che proviene da quella comunità (cattolica e non). Qui, all’altezza di questa domanda, ci pare debba davvero collocarsi l’interrogativo di padre Martin: ‘cosa ci sta insegnando lo Spirito Santo?”.​