Ivano Lanzini

Psicologo, epistemologo, psicoanalista

Docente di psicoterapia psicoanalitica 

(diversamente sognatore)

 
 

OSSERVATORIO CATTOLICO

LEGGERE LA STORIA. Osservazione a latere sul parlare di fede e altri ‘segni dei tempi’.

Ogni mattina, per cinque giorni la settimana, Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria , offre ai suoi ascoltatori una rubrica: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”, nella quale eventi di cronaca  (politica, sociale, culturale, di costume) vengono commentati e inseriti nella prospettiva della ‘visione cristiana della storia’: alla luce cioè di quella concezione onto-cosmologico-teologica per cui la storia dell’uomo è storia della salvezza, anzi di una salvezza redenta.

Niente di eccezionale: Padre Livio, infatti, ribadisce alcuni punti fermi e consolidati della dottrina cattolica che trovano riscontro ufficiale nello stesso catechismo. Punti che, schematicamente, si riassumono così: 1) l’uomo è creatura di Dio; 2) la sua disobbedienza e il suo rifiuto di riconoscersi come creatura lo hanno portato a peccare gravemente, mortalmente; 3) a questa caduta strutturale nel peccato che ha reso l’uomo ‘nemico di Dio’, e schiavo di se stesso, succube alle sue peggiori inclinazioni istintuali, Dio risponde amorevolmente inviando il suo figlio prediletto, Cristo Gesù; 4) in forza della sua passione, morte e resurrezione, l’uomo viene redento dal peccato originale e restituito alla possibilità dell’amicizia con Dio; 5) con la resurrezione di Gesù la storia dell’uomo si fa storia della redenzione, aperta alla speranza e destinata a riportare l’umanità a re-incontrare Dio godendo della sua amorosa presenza in tempi e cieli nuovi.

Tutto bene? Non esattamente: per quanto il destino ultimo dell’uomo sia un destino di salvezza, è altrettanto vero che, per motivi misteriosi e imperscrutabili, Dio ha permesso che Satana, essere intelligentissimo, angelo ribelle e decaduto, possa svolgere  un’opera distruttiva nel piano della salvezza, tentando l’uomo e inducendolo sistematicamente al male. La storia della salvezza si trasforma quindi nella storia di una battaglia metafisica ove l’umanità stessa diviene la posta in gioco tra due schieramenti. Che non sono paritari – Le schiere di Dio e di Cristo , vinceranno, su questo i cristiani non hanno dubbi. Tuttavia la battaglia vedrà una fase finale critica, nella quale la potenza del male si appaleserà nella sua pienezza: si rivelerà [ e ‘Apocalisse’ significa, in effetti, Rivelazione] in tutta la sua potenza e capacità di persuasione occulta e menzognera del genere umano e della chiesa stessa. Che si troveranno in difficoltà gravi al punto che la maggioranza dell’umanità, come gli Ebrei che tradirono Mosè ri-convertendosi al paganeggiante vitello d’oro, si troverà ad abbandonare la fede cristiana, praticare un grande rifiuto del Dio di Gesù. Sarà l’epoca della grande apostasia. L’ultima prova, dalla quale riusciranno vincenti coloro che han tenuto salda la fede e portato a termine la grande battaglia.

Ecco: è proprio  questo drammatico, declinante percorso della storia dell’umanità che Padre Livio denuncia, presentandolo con estrema sicurezza, come già da tempo in atto. A suo parere, già dai tempi della Rivoluzione francese. Il liberalismo capitalistico, il nazifascismo e il comunismo, nelle loro sfaccettature pratiche e ideologiche sono, per Padre Livio i primi segni della grande potenza del grande Tentatore. Il modernismo, poi, col suo corrodere, dall’interno della Chiesa Cattolica stessa, elementi essenziali della dottrina (l’esistenza dell’inferno, il carattere mitico-mitologico di tanti passaggi dell’Antico e del Nuovo testamento, l’infallibilità del papà ecc.) rappresenta una astuta e perfida manovra diabolica.

Ma cosa rende il Nostro così certo di questo  complessivo ingresso nella fase apocalittica della storia? Da un lato, vi sarebbero “dati fattuali”: anzitutto l’apostasia dell’Occidente ricco e capitalistico, con il suo materialismo pratico; inoltre lo sviluppo parossistico delle armi nucleari e quindi il realizzarsi della capacità autodistruttiva dell’uomo e del pianeta stesso; ancora – e per Padre Livio questa è la prova delle prove – il delinearsi trionfante di una dittatura del pensiero unico e del relativismo culturale con il suo portare a destituire di significato ogni istanza spirituale e trascendente e col suo porre l’uomo al centro dell’universo, così da creare, di fatto, “una religione dell’uomo”. Praticamente, la ripetizione all’ennesima potenza del peccato originale di disobbedienza, superbia, tracotanza.

Come se non bastasse: tutto sarebbe confermato dal 40 anni di presenza di Maria a Medjugorje. Di una Madre di Dio che da 40 anni è qui come Regina della Pace ad ammonire, esortare, annunciare segni prodigiosi e prodromici di esiti finali o quasi della battaglia ‘finale’. Del resto, secondo Padre Livio, Maria avrebbe formalmente annunciato che ‘Satana è sciolto dalle catene’, quindi libero di spadroneggiare; che “Satana regna e desidera distruggere le vostre vite e il pianeta sul quale camminate” ;“troppe persone non credono più nell’inferno”; e ”un numero molto grande va all’inferno e “che solo “se sarete miei, vincerete”. Non solo, ma avrebbe affidato ai sei veggenti il compito di rivelare, a tempo debito (che per padre Livio è ravvicinato) 10 segni, tre attinenti alla realtà umana e spirituale di Medjugorje, sette al mondo intero. Sarebbero questo segni-segnali di avvertenza e ammonimento, finalizzati alla conversione, si spera di molti o alla dannazione dei recidivi che non vogliono accogliere le verità cristiane.

La pandemia stessa, per Padre Livio è stata permessa da Dio quale segnale per un possibile ravvedimento. Ovviamente inascoltato in/da un mondo che già si vive senza Dio. Che cammina sul baratro. Che vuole restare nella caverna di Platone perché rifiuta la luce proprio come Cristo stesso non venne riconosciuto dal suo popolo!

Crisi della famiglia, anzi attacco sistematico alla famiglia, legittimazione dell’omosessualità; teorie gender che liquiferebbero ogni identità biologica; divorzio, aborto, contraccezione, pretese femministe di accedere a ruoli sacerdotali…. Ecco, anche di tutto questo è fatta la strategia del grande menzognero, del falsario e omicida. Di colui che, appunto perché sciolto dalle catene, può ora accedere ai grandi centri di potere economico, politico e massmediale: i ‘giornaloni’, come li chiama Padre Livio.

Orbene, se ci trovassimo di fronte al leader di una setta evangelica, o pentecostale; ad un fratello templare; ad uno studioso o scrittore eccentrico alla Dan Brown… allora…. Pur nel mantenimento di un fondamentale rispetto verso qualsiasi visione del mondo… allora ci sentiremmo più sereni e confermati nelle incredibili capacità immaginative della mente umana.

Padre Livio però rappresenta una istituzione formale e reale e realmente rappresentativa di una parte significativa del mondo e del popolo cattolico. E questo non solo perché Radio Maria vanta quasi due milioni di ascoltatori che raggiungono i 35/40 milioni  a livello mondiale – essendo le ‘filiali’ di Radio Maria sparse in 52 paesi in quasi tutti i continenti. Quanto perché è un luogo di convergenza di quel cattolicesimo popolare, tradizionalista, sospettoso della modernità, critico verso ogni ermeneutica non fondazionalista della Bibbia e, sul piano filosofico, ancorato ad un tomismo vecchia maniera, non praticato più da tempo nei seminari e nelle stesse università cattoliche.

Ovviamente, il senso di questi rilievi a latere non ha nulla a che vedere col pieno e ‘sacrosanto’ diritto da parte di Padre Livio e di Radio Maria di diffondere questa concezione apocalittica della storia. A noi interessa rilevare come questa concezione viene presentata e proposta. Perché è in questo ‘come’ che, a nostro avviso e alla luce delle nostre specifiche competenze, è reperibile una modalità ad ampio impatto suggestivo-manipolatorio attivante i sistemi più semplici e relativamente primitivi dell’animo umano. Precisamente quei sistemi – a base neurologica timico-limbica – che sostengono gli stati emozionali della paura, dell’ansia, dell’angoscia; che attivano sensi di colpa così spingendo all’obbedienza; che producono percezioni di minaccia così inducendo atteggiamenti iperprotettivi, a loro volta sconfinanti con la produzione di vissuti persecutori se non già paranoici.

Accade, insomma, quello che non dovrebbe mai accadere in un contesto che si vorrebbe spirituale e attento alla sensibilità umana verso questioni importanti come quelle concernenti la complessità del vivere; la problematicità del dolore, del male, dell’ingiustizia largamente dominante il sistema economico-politico mondiale; e ancora i temi del senso delle cose e del vivere; la ragionevolezza e/o illusorietà di una apertura al trascendente. In breve, alle questioni che la tradizione filosofica stessa nonché la letteratura e l’arte hanno da sempre affrontato, con stili differenti, certo, ma certamente non impositivi né terroristici.

Per fare qualche semplice esempio:  che senso ha ricondurre sotto la categoria del demoniaco, del diabolico, del satanico (il climax è espressivo della tonalità retorica di Padre Livio) una crisi del cristianesimo, le cui radici hanno a che fare con profondi mutamenti culturali e con una palese incapacità delle istituzioni ecclesiali di intercettarli fornendo risposte nuove e adeguate a quel senso critico che, dall’Illuminismo kantiano in poi, è parte integrante del pensare liberamente.

Che senso ha attribuire la suddetta crisi al diffondersi di un pensiero unico (sempre sospinto da un satana scatenato, peraltro col permesso di Dio!)  quando  tratto dominante della cultura moderna è la sua complessa pluralità,  che non si riconosce più nelle grandi e però insufficienti categorie della modernità e che per questo si trova a procedere per tentativi di esplorazione di un nuovo che ancora non pare definirsi, mentre il vecchio, per riprendere Gramsci, stenta a morire: a passare il testimone.

Che senso ha parlare di un complotto satanico, di un ‘dragone infernale’, di un ‘antico serpente’ che vuole distruggere la chiesa e il suo corpo magisteriale (vescovi e papi) quando è proprio questa chiesa e questo corpo magisteriale il ‘produttore’ di una serie di scandali sessuali la cui gravità risiede non solo nella loro estensione quantitativa e nel dolore destrutturante causato alle vittime della pedofilia, quanto nella copertura, nella reticenza e nella colpevolmente ( satanicamente?!) tardiva assunzione di responsabilità istituzionali consentendo denunce e trattamenti ‘laici’.

Quello però che ci preoccupa ancora di più – proprio come psicologi e psicoterapeuti – è che questo modo di comunicare così ricco di aggettivazioni ,‘predicazioni’ e immagini emozionali  (:distruggere, inquinare, maledire, pervertire, avvelenare; come pure infernale, vomitevole, fangoso, delirante, abominevole, maledetto; fuoco, lacrime, tormenti, bolge, morte eterna, ecc) è perfettamente sincrono e simpatetico con la comunicazione pubblicitaria e massmediale, con la quale condivide un tratto – questo sì strutturale nella diffusione della ‘cultura’ : ci riferiamo all’attacco alle capacità riflessive e critiche del pensiero. Attacco che, appunto, passa e si scandisce proprio in un linguaggio emotivistico e immaginifico, nonché sintatticamente e semioticamente rozzo, primitivo. Un linguaggio che non offre spunti di pensiero e per il pensiero, ma che intercetta il viscerale che è in noi, che stimola il sistema parasimpatico, che fa sussultare, sobbalzare, impaurire, impanicare, indignare, arrabbiare. O, ma è la stessa cosa, spinge all’obbedienza, al timore reverenziale, allo scongiuro.

E forse non è del tutto casuale che, su un altro e ben più nobile e autorevole versante, quello papale – si pensi all’ultima intervista a Fazio – il papa usi un linguaggio opposto: ultra semplificato, al limite della comunicazione infantile; un tono calmo e quieto, rassicurante, coerente con contenuti diffusi e comuni, non specificamente cristiani. Un linguaggio dell’ovvio: pace, solidarietà, amore e accoglienza per gli immigrati, valore dell’amicizia, condivisione, famiglia, bambini, cura del creato. Interessante che un papa si declini secondo modalità confortanti e codici psicologico-sociali, ove lo specifico e l’aspro della dottrina cristiana venga solo sfiorato.

Interessante e, in parte sconcertante, è poi prendere atto di come all’unica domanda penetrante che Fazio ‘osa’ porre: “perché il male dei bambini, degli innocenti? Perché Dio lo permette?” il papa risponda con “Non lo so, è un mistero”. Ovviamente il papa ne sa qualcosa: la domanda rappresenta il cuore della Teodicea: la lunga complessa contorta riflessione teologica sul perché Dio consenta il male innocente. Solo che la risposta sarebbe complessa, tecnicistica e non semplificabile o diluibile nel linguaggio di grandi ovvietà, di verità banali, di esortazioni ‘francescane’.  Una risposta che, se formalizzata, avrebbe potuto di colpo innalzare il livello di attenzione critica, che avrebbe incrinato il clima di magico stupore aleggiante nello studio di Fazio e sul suo viso quasi adorante. 

Ecco, forse ci troviamo di fronte, come ben aveva intuito dal carcere Gramsci, alla enorme capacità della Chiesa di declinarsi millimetricamente tra le pieghe e le dislocazioni socio-culturali del paese e del mondo. Qui possiamo aggiungere, la capacità di usare linguaggi funzionali a bypassare – come avviene nella tradizione ipnotica ericksoniana – la soglia dell’attentività critica del pensiero. Quella soglia che produce domande, apre alla perplessità, induce al dubbio e alla pausa.

Forse per questo, il linguaggio rigoroso, concettuale, aspro ma coerente con un sicuro impianto teologico di papa Benedetto XVI era così inviso al cattolicesimo emozionale e a non poca cultura laica di bocca buona. Questo papa – cui dobbiamo i primi veri passi di modificazione della vecchia posizione ecclesiale sulla pedofilia – aveva il coraggio dell’onestà intellettuale. La capacità di ‘tenere il punto’ permettendo così una risposta riflessa e riflessiva. Non emozionale: almeno a coloro che avevano la capacità e la volontà dell’ascolto. Come pure del dissenso altrettanto ragionato e critico.

Ma siamo purtroppo oltre. Come, per altri versi, evidente nella crisi pandemica, con il diffondersi delle teorie complottistiche, di narrazioni allucinate (controllo delle menti, strategie di riduzione della popolazione mondiale, sterminio dei bambini, la Cina nuovo ‘dragone infernale’ che produce virus) e di cure esoterico-infantili (la papaya di Montagner!).

Ci troviamo in un momento storico ove occorre lottare non  solo contro l’ignoranza (ancora abbondante in vaste aree del mondo) ma anche e soprattutto contro una sotto-cultura che usa il linguaggio come rivestimento di stati d’animo; le parole come transustanziazione di spasmi viscerali; la comunicazione come propaganda; l’immagine come urto percettivo, spesso sgraziato e accecante. Appunto: la luce come ombra.

Che sia questo il vero ‘segno dei tempi’? 

Cui magari tentare di  porre rimedio con pensieri pensati e non agiti? Con argomenti distesi e piani? Con aperture problematizzanti? Con disponibilità dialogiche prive sia di atteggiamenti minacciosi e squalificanti l’altro perché posseduto dal demonio, sia di atteggiamenti concilianti ciò che è già condiviso allo scopo di occultare ciò che ancora è da chiarire e chiarirsi?

Soprattutto con ‘letture’ della storia prive della magistralità autoritaria di un punto di vista supposto rivelato, ma ancora capaci di quella sensibilità al possibilità del plurale, del complesso e del contraddittorio che abita l’umano e l’umana condizione?

Che sia questa una speranza non vana? Che parla da una ‘cattedra’ che, per riprendere la felice intuizione di U. Eco e del Card. Martini, non è più tra credenti e non credenti, ma tra persone pensanti?

Ivano Lanzini

OSSERVATORIO CATTOLICO

DELLA FEDE APOCALITTICA.

OVVERO SU UNA POSSIBILE PSICOPATOLOGIA DEL CREDERE IN UN CERTO MODO 

             

            Il lettore che, con pazienza, ha seguito il nostro Osservatorio, avrà certamente rilevato come il senso – epistemologico e clinico – del nostro riflettere, come psicoanalisti, su alcuni aspetti della morale e della ‘dogmatica fondamentale’ cattolica si sia sempre caratterizzato per una metodologica distinzione tra ‘contenuti di fede’ e modalità di comunicazione di tali contenuti.

                Mentre i primi non sono né possono essere oggetto di analisi e valutazione da parte del campo disciplinare chiamato psicologia (in tutte le sue declinazioni teoriche e cliniche); i secondo lo sono a pieno titolo, per lo psicologo e, per lo psicoanalista in particolare, in quanto il modo di comunicare sta al cosa comunicare proprio come il tono della voce sta al parlare.

                Ora, è vero che tra ‘cosa’ e ‘come’ vi è (quasi) sempre una connessione per lo meno formale, eppure è altrettanto vero che tale connessione può evidenziare una sottile quanto profonda incongruenza – al punto che il come può giungere a contraddire il cosa (e viceversa). Come ben sanno intuitivamente capire i bambini, allorquando il tono di un genitore viene a stridere con i contenuti del suo comunicare. Fatto questo che, se ripetuto e precocemente esperito, porta il bambino a mettere in atto processi dissociativi, in forza dei quali ‘imparerà’ ad obbedire e a cogliere come ‘veri’ i contenuti della comunicazione genitoriale, per relegare/reprimere nell’inconscio la verità-altra, nascosta nel tono del comunicare parentale. Fenomeno questo che a sua volta produce un ulteriore ‘spaccatura’ tra il Sé autentico e genuino e il Falso Sé che quasi inevitabilmente ogni bambino si trova a costruire ‘creativamente’ per sopravvivere alle umanissime ambivalenze insite nelle dinamiche relazionali umane, a partire dall’infanzia e nella famiglia (foss’anche la più ‘sana’ e ‘equilibrata’.

                Orbene, si chiederà il nostro paziente lettore, perché mai questa lunga digressione? Perché questa volta – e cercheremo di documentarne le ragioni – ci troviamo a dovere riflettere su un caso particolare di commistione cosa/come, contenuti/modo di professare una fede ove arduo, ovviamente anche per i nostri  ‘umanissimi’ limiti, diviene distinguere la relazione di causalità. Dove, insomma, è difficoltoso distinguere in che misura i contenuti di una fede producano un tono comunicativo – lo si vedrà – particolarmente dannoso e foriero di pericolosi effetti per la ‘pubblica salute mentale’; o, e sarebbe il danno minore,  se invece, il tono comunicativo comprometta disforicamente i contenuti di fede, derubricandoli a caso particolare di una tematica psicologica del locutore.

                Bene. Crediamo sia giunto il momento di entrare in scena. Ossia nel merito del Chi, del Cosa e del Come.

                Ci riferiamo[1] 1) [il Chi] a Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria – la più importante emittente radiofonica cattolica del mondo (e tra le primissime radio ‘private’ in Italia); 2) a [il cosa] quanto viene da settimane dicendo e commentando circa la pandemia Covid nel contesto di una lettura apocalittica ‘della storia e della cronaca’ supportata da una lettura molto personale dei messaggi della Gospa di Medjugorie; 3) infine [il come] alle modalità-alert con cui il Nostro si rivolge ai fedeli, avvertendoli/ammonendoli/dolcemente minacciandoli dei rischi mortali che incomberanno sulle loro teste/vite, nel caso non facessero tesoro, obbediente e convinto tesoro di quanto riportato in 2.

  1. Tra incubi, fantasmi, fiamme d’inferno e regni satanici. IL COVID 19.

 

Non pensiamo di schematizzare eccessivamente quanto padre Livio viene dicendo da alcuni mesi a questa parte nella rubrica quotidiana ‘magistralmente’ titolata ‘Lettura cristiana della [2]e della cronaca’, se articoliamo il suo dire nella seguente scansione ‘logico(sic!)- argomentativa:

  1. E’ in atto una pandemia;

  2. La pandemia ha profondi e gravi effetti sanitari, economici e sociali;

  3. A questi effetti si aggiunge quello più pericoloso: la crisi politica, che coinvolge globalmente tutti i governi e che mette in atto grandi trasformazioni;

  4. Si ‘parla infatti, in questi mesi, di un governo mondiale necessario per far fronte al dilagare di un virus che potrebbe essere l’antesignano del dilagare di virus anche peggiori: ci sono previsioni apocalittiche al riguardo, non sappiamo quanto scientifiche… ma purtroppo questo è quanto ci viene detto” e cioè

  5. Che l’l’umanità dovrà fronteggiare  una emergenza continua nel futuro”;

  6. Questo porterà ‘ad un governo mondiale con tutte le restrizioni che comporta l’emergenza sanitaria;

  7. Questo porterà “ovviamente il rischio… che si vada verso un tipo di società dove mancano le libertà fondamentali, e soprattutto quella libertà che a noi sta a cuore più di tutte che è la libertà religiosa”.

  8. Queste trasformazioni sono già in atto. Sono visibili. Prova ne è che l’unico rimedio efficace – in attesa dell’arrivo dei vaccini – è stato quello del lock down. Che ha prodotto gravi danni mentali, esistenziali, forse superiori a quelli sanitari.

  9. Ma dietro tutto questo è visibile il manifestarsi degli effetti di una crisi più profonda, che parte da lontano, almeno dal dopoguerra. E che si manifesta nell’abbandono della fede cristiana, soprattutto in Europa. Dove la pratica religiosa è crollata.

  10. Per di più, una cultura atea e materialistica, anche in America latina comincia a conquistare il popolo semplice.

  11. Si va insomma diffondendo una nuova visione del mondo che la Madonna ha chiamato “un mondo senza Dio”, una “visione del mondo dove c’è l’uomo al posto di Dio”. Non si dice più che l’universo è stato creato da Dio”; abbiamo così un “uomo senza anima, senza moralità, senza legge morale vincolante per tutti”.

  12. Non solo, ma in questo modo – e anche il ‘papa emerito lo ha affermato’ – vengono ad essere distrutti i fondamenti della creazione: l’aborto su scala industriale, l’uomo in provetta, la distruzione della mascolinità e della femminilità, causati dalla teoria dl gender: questi, secondo il papa emerito, sarebbero “i segni dell’Anticristo”.

  13. Siamo quindi in una società anticristica. Che rifiuta la fede e la croce. Dove l’uomo salva se stesso e vuole essere il padrone del mondo.

  14. Ci troviamo di fronte al verificarsi della verità annunciata dal catechismo della chiesa cattolica  : 675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. 637 La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra 638 svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell'Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l'uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. 639

 

  • Questo del resto, è quello che la Madonna ci sta dicendo dal 1917 e che viene ribadito a Medjugorje: “Satana è sciolto dalle catene” e noi ci troviamo in questa fase della battaglia escatologica. La Madonna è qui per avvertirci del pericolo incombente e darci coraggio. Il 25 luglio 2020 ha detto: “Arriveranno le prove e voi non siete forti e regnerà il peccato. Ma se siete miei vincerete…e ha aggiunto, pregate giorno e notte”.

 

  1. Quella di oggi (13 marzo) è una grande sintesi di quello che sta accadendo, perché noi si diventi una potenza di preghiera, di fede, di testimonianza. Una potenza capace di mandare in frantumi il grande piano satanico che vuole distruggere il cristianesimo. MA Dio è con noi e le forze dell’inferno non prevarranno.

 

  1. Il tono della ragione e lo spasmo della ‘fede’ apocalittica.

 

Qualsiasi studente di logica avrà notato il tra f. g. g. i. E come tale sia per Padre Livio per presentare come reale ciò in cui lui davvero crede: che sia in atto un piano diabolico mondiale che, attraverso l’evento pandemico e la conseguente emergenza sanitaria, porterà ad una sorta di controllo dittatoriale sulle coscienze e alla perdita della libertà religiosa e alla distruzione dell’eredità cristiana. Che si verificherà vuoi nella forma di aperte persecuzioni, vuoi attraverso l’imposizione del pensiero unico ateistico.

 

Lo ripetiamo. Non è qui questione di esprimere una valutazione sull’art. 675 del catechismo della Chiesa Cattolica. Si tratta di notare come tale articolo viene preso da Padre Livio di una sua pre-concezione (assunta come assolutamente vera) del senso degli accadimenti pandemici. Non a caso tale articolo viene, a livello del Magistero, lasciato ‘intatto’. Privo di una ermeneutica attualizzante. Per padre Livio, invece, ‘satana è davvero sciolto dalle catene’, la battaglia escatologica è iniziata, e la cronaca è il manifestarsi di sommovimenti profondi di carattere satanico. Così che la cronaca diviene, appunto, l’aggiornamento quotidiano di una guerra. Un bollettino che riporta vittorie e sconfitte, punto di resistenza e di resa, annunci di invasioni, di ritirate e sconfitte. Un appello a creare una ‘potenza di fede’ contro le armate dell’ateismo anticreaturale, antivitale e anti differenza di genere.

Abbiamo il sospetto che in questo modo di leggere la cronaca e la storia si esprima un modo particolare di vivere la fede. Un modo che solo per accostamenti semi-accidentali può essere visto come espressione del credere cristiano, quanto come esplosione di una sensibilità che sicuramente si nutre del cristianesimo ma che pare agita da un senso persecutorio del vivere in questo mondo.

Padre Livio ha buoni motivi per opporsi a diversi aspetti dei trend culturali che in modo disorganico avvolgono le diverse ‘visioni del mondo’ di oggi. Altresì, può tranquillamente manifestare il suo timore preoccupata per la crisi in cui versa il cristianesimo (cattolico e non). Il suo modo di leggere tale crisi come effetto della ‘liberazione di Satana’ è però quanto di più ir-religioso ci possa essere. Ovvero, quanto di più magico e fantasmatico. Non a caso, l’unico argine e fonte di speranza è l’appello alle parole della Gospa di Medjugorje. Appello che non pare qualitativamente diverso dal ricorso alle quadrature di pianeti del pensiero astrologico per spiegare eventi negativi e impreviste difficoltà morali o materiali.

Nulla nelle parole di Padre Livio rimanda ad un pensiero critico e autocritico sul cristianesimo e sulle ragioni dell’ateismo. Non c’è spazio, nel suo angusto mondo concettuale, per una ‘cattedra per credenti e non credenti’.[Cosa che renderebbe perlomeno perplesso il cardinal Martini cui Radio Maria viene risparmiata!] Non c’è possibilità di un dialogo col mondo. L’interlocutore dissidente e dissenziente e immediatamente pre-compreso e sentenziato.

Il – e invitiamo il lettore a sperimentarlo dal vivo – non è quello del ‘Padre perdona loro”, o “ammazziamo il vitello grasso’ o, quello davvero, del ‘mi avete dato da bere quando ero assetato, entrate nel regno dei cieli’.E’ quello di chi si sente già perseguitato e sotto minaccia.

Siamo ben lontani dal Dio di misericordia di Bergoglio. E quindi da una declinazione del credere che tenta una sintonia col vissuto dell’altro. Ci troviamo, insomma, di fronte ad un credere , ad una propria

In un momento storico davvero complesso e per molti aspetti non privo di virtualità dolorose e anche drammatiche, sia sul piano della salute che e, forse soprattutto, su quello economico-sociale e psicologico e culturale: un momento inedito che richiede il massimo della capacità di comprensione degli elementi che compongono la sua complessità; il massimo della collaborazione dei saperi disciplinari; il massimo del senso di solidarietà tra i popoli e le nazioni; il massimo del buon senso e della capacità di segnalare sempre e comunque, accanto ai rischi e ai pericoli, le risorse, le speranze ragionevoli. In un momento, infine, in cui il modo e il tono della comunicazione pesano come pietre e fanno male come proiettili, in simile momento sarebbe bello che anche la fede religiosa assumesse una certa ragionevole compostezza. Si facesse parte della comune esperienza della condizione umana, che non si riduce all’arroganza superba e spocchiosa di certo ateismo cosiddetto militante – vero contro-altare del fideismo radiomariano – ma che include – giacchè inclusiva è l’essenza del pensiero critico laico (e non) – la differenza e la diversità, che protegge il declinarsi idiosincratico delle esperienze culturali e dei vissuti, che sopporta il peso e l’onere della rinuncia alla Verità se questa non sa contenere il Dubbio, l’Incerto, l’Indeterminato. Soprattutto, se la Verità di/in una Fede non accoglie l’intima insostenibile fragilità di qualsiasi ‘credere’.

 

[1] Non potendo, per ovvie ragioni di spazio, articolare il nostro discorso su settimane di editoriali, faremo prevalente riferimento a quello del 13mnarzo ultimo scorso – peraltro reperibile in podcast sul sito di Radio Maria.

[2] Facciamo notare come la postura liviana, lettura della storia, farebbe tremare i polsi persino a s. Agostino, per non parlare di Bergoglio. Siamo di fronte ad una presunzione (ad un presumere di sapere) che non si limita al ‘semplice e fondamentale’ avvertimento/avvertenza per cui il senso della storia è dato dall’accadimento del Cristo e della via di salvezza che apre. Padre Livio pretende di leggere, nella cronaca, gli indizi della storia e quindi di cogliere la mano di Dio tra le cose-accadimenti nel mondo. In ciò non differendo di molto dal fondamentalismo protestante ! Nnchè da una cultura cattolica del sospetto verso ogni prospettiva non religiosa (ma non necessariamente atea – come abbiamo evidenziato nel nostro ultimo lavoro).

Ivano Lamzini

OSSERVATORIO CATTOLICO

L’ESPERIENZA RELIGIOSA NELLA STANZA D’ANALISI

 

Pensiamo di facilitare il lettore, esponendo secondo un ordine numerale progressivo lo snodarsi dei macro-obiettivi che ci siamo prefissi:

  1. Anzitutto fornire allo psicologo e allo psicoterapeuta quegli strumenti concettuali e metodologici per meglio comprendere la specifica incidenza che i vissuti religiosi (prevalentemente di matrice cristiano-cattolica) hanno nell’insorgenza di conflitti intrapsichici, connessi a quelle tematiche (l’orientamento sessuale, la transessualità, l’aborto, la procreazione assistita ecc.) che trovano nella teologia morale cattolica e nel Magistero una sostanziale condanna, in questo modo spesso provocando nel paziente/credente una accentuazione di stati confusivi, colpevolizzanti e tali da farlo oscillare tra vergogna, colpa, risentimento e, soprattutto, paralisi esistenziale;

 

  1. Conseguentemente, esplorare e meglio comprendere la specificità del vissuto religioso nella sua duplice dimensione di fede, come posizione esistenziale profonda nei confronti del mondo e della vita, e di credenza di/in verità che sostanziano tale dimensione di contenuti cognitivi, di impegni e stili relazionali e di specifiche prassi comportamentali;

 

  1. Infine, proporre una metodologia di indagine – ovviamente di natura preminentemente psicologica – sull’esperienza umana e culturale della religione, capace di coglierne il senso esistenziale profondo, la sua perdurante incidenza (anche se, oggi, in forme più frammentate e indirette di un tempo) sull’autocomprensione dell’uomo in quanto ‘creatura’, quindi il suo esprimere esigenze e bisogni di tale pregnanza da apparire quasi come strutturali.

 

Pensiamo che il raggiungimento – sicuramente approssimato e privo di intenzioni classificatorie – di questi obiettivi possa:

  1. da un lato rendere la pratica psicoterapica più ricca e fine, più attenta e ‘delicata’ e quindi sinceramente rispettosa dell’esperienza della fede che il paziente, in quanto credente, di fatto porta sempre con sé in un contesto – quello psicoterapico, appunto – in cui emozioni, affetti, codici culturali vengono sempre e inevitabilmente ‘rimessi in gioco ’ … dal paziente stesso;

  2. dall’altro, consentire allo stesso terapeuta una parallela esplorazione e rivisitazione dei propri impliciti assunti esistenziali, anche in riferimento alle problematiche poste dalla dimensione religiosa; problematiche che, nel percorso formativo clinico, sono raramente prese in considerazione, anche per un mal posto spirito di sufficienza di certa derivazione ideologico-laicistica (che nulla ha  che vedere – lo si approfondirà meglio in seguito – con la ‘laicità’ tipica del metodo scientifico);

  3. infine, dall’altro ancora, potrà favorire alla stessa psicologia clinica nuovi e più produttivi strumenti concettuali capaci di strutturare un dialogo sereno e produttivo con l’interlocutore cattolico, soprattutto là e quando questo interlocutore pare ribadire con l’autorevolezza del possesso della ‘Verità’ posizioni e concezioni etiche a tutt’oggi prive di un attendibile riscontro scientifico e, come abbiamo evidenziato in alcuni recenti articoli, tali da produrre nei pazienti un aumento significativo di sofferenza e disagio.

 

Affinché questo progetto possa svolgersi correttamente è però indispensabile, a nostro parere, definire meglio le sue coordinate metodologiche e di ‘atteggiamento’ nei confronti del vissuto religioso, della dimensione religiosa nei suoi aspetti fideistici e istituzionali.

A questo riguardo ci vengono in aiuto buoni, convalidati ‘suggerimenti’ che derivano dalla antropologia culturale e dalla fenomenologia. Ci riferiamo alle seguenti ‘avvertenze’ che, ancora una volta, formalizziamo schematicamente per renderle più chiare:

aa. non è possibile indagare una realtà culturale – specie della densità e profondità di quella religiosa (essendo la religiosità una sorta di ‘civiltà dell’anima’) – se tale realtà non viene metodologicamente posta e riconosciuta nella sua legittimità, sensatezza e ragionevolezza: la negazione di questa avvertenza metodologica esprime o implica l’esistenza di una pre-comprensione squalificante; di un vero pre-giudizio. Quindi di un che di altamente distorsivo dei processi di analisi e comprensione.

bb. altrettanto è impossibile indagare tale realtà se l’indagine non è sospinta da un interesse per l’oggetto di indagine. E ben sappiamo, dopo Popper e Gadamer, che un vero inter-esse è l’espressione di un atteggiamento empatico, a sua volta connesso alla capacità di ‘sentire’, anzi, se mi è concessa una parola che devo ad una mia colta paziente, di ‘sentimentare’: cioè di cogliere coinvolgenti sintonie emotivo-affettive, curiosità e persino ‘accordi tematici’. In altre parole, una indagine di questo genere e con questo genere di ‘oggetto’ non può non vederci im-plicati. Come del resto avviene in riferimento ad indagini musicali, artistiche o di natura letteraria, specie se poetica. Sì perché c’è musica, poesia e arte nella dimensione religiosa e nei suoi vissuti costituitivi. Ci fideremmo della recensione di un brano di jazz fatta da un critico musicale che detesta il jazz o a cui il jazz non dice niente?

cc. conseguentemente, ci paiono altamente disfunzionali ad una indagine sulla dimensione, anzi sulla multi-dimensione religiosa, posizioni che partono da assunzioni marcatamente ateistiche. Per due ragioni essenziali: anzitutto, perché si tratterebbe di premesse filosofiche e filosoficamente molto dubbie se non inconsistenti, peraltro speculari ad una religiosità dogmatica e veritativa. Inoltre perché – e lo si vede in casi clamorosi come quelli di Dawkins, Harris, Dennet e il ‘nostro’ Odifreddi – questi “new bright atheists’ critici della religione per un verso riducono il religioso alla dottrina, per un altro riducono ancora il religioso all’istituzionale, cadendo nell’anticlericalismo [legittimo, ma non metodologicamente afferente al religioso!]; per un altro ancora perché paiono espressione di una ‘sordità profonda’. Per riprendere la metafora musicale di cui sopra, questi indagatori-critici ‘brillanti’ intrattengono con il loro oggetto di ‘indagine’ un rapporto così carico di pregiudizi aprioristici da non essere in grado di comprendere il senso di ciò che criticano. Sono cioè persone che ‘ascoltano’ la musica percependola come ‘rumore’. Io posso prediligere Mahler e non amare Mozart, non essere in sintonia con Mozart, ma non dirò mai che è insopportabile o ‘rumoroso’. Ne comprendo la struttura armonica e melodica, ma la mia sensibilità mi spinge verso Mahler. La mia sensibilità musicale – cioè la stessa sensibilità che può legittimamente portare altri a preferire Mozart. Fuor di metafora: solo la capacità di sentire la sensibilità religiosa in quanto espressione di una più profonda sensibilità umana mi può portare a comprenderla e a non condividerla (più).

dd. proprio perché consaputa delle avvertenze viste in aa. bb. cc., la nostra indagine può seguire un coerente ‘ateismo metodologico ‘ – come del resto avviene in qualsiasi campo scientifico. Intendendo con tale espressione la pratica di una indagine che non può partire da premesse meta-fisiche né, tanto meno, dando per scontata la giustificazione che la religione, in tutte le sue declinazioni teologiche, magisteriali e tradizionali, da di sé.

 Così ad esempio, non si potrà partire, nella comprensione ‘scientifica’ della fede, dall’assunto che essa è essenzialmente ‘un dono di Dio’. Bensì si tratterà di comprendere come tale concezione della fede si sia formata e come venga vissuta e che effetti produca nel fedele stesso. Non si dovrà cioè dare nulla per scontato o vero o certo o assodato, ma tutto verrà passato al vaglio della critica e della ragione. Di una ragione, si badi, che non si riduce alla razionalità scientifica (decisamente parziale e inadeguata – perché estranea alla “logica specifica dell’oggetto specifico” in questione). E nemmeno alla pura razionalità cartesiana. Al puro esprit de geometrie. Al contrario, proprio perché memore della grande lezione psicoanalitica, sarà una ragione intrisa di finesse, ovvero in sintonia con le ragioni del cuore, anzi capace di espandere quel ‘cuore pascaliano’ così da coglierlo nelle sue declinazioni emotive, affettive, estetiche. Sarà, appunto, una ragione psicologica a tutto campo e di ampio respiro, ben consapevole che solo se “niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo” è possibile comprendere l’uomo nelle sue più intime declinazioni psicologiche e culturali.

E’ all’interno di questo quadro metodologico che nei prossimi articoli metteremo a fuoco alcune delle posizioni della morale cattolica su temi che, per noi psicologi, hanno una particolare pregnanza perché fortemente interferenti con i vissuti psico-patologici delle persone, talvolta, come nel caso dell’omosessualità, con effetti patentemente patogeni.

Ma proprio per permettere al lettore (psicologo e non) di meglio comprendere la forte articolazione teorica della morale cattolica, prenderemo le mosse da un tema apparentemente antico o superato dal ‘senso comune’ (più o meno conformistico): ci riferiamo al tema della contraccezione. Giacché nella critica cattolica dei sistemi contraccettivi ‘non naturali’ è possibile cogliere alcune delle ‘ragioni’ che verranno utilizzate nella condanna dell’omosessualità e, prima ancora, del divorzio.

Ivano Lanzini

OSSERVATORIO CATTOLICO

L’ESPERIENZA RELIGIOSA E IL REATO DI OMOFOBIA

Il lettore che, con pazienza, ha seguito l’intreccio dei nostri articoli apparsi sotto la rubrica ‘Osservatorio cattolico’ avrà probabilmente notato l’esistenza di un filo rosso che li anima e ne definisce il senso ultimo. Si tratta di un ‘filo’ strategico che, a questo punto del nostro percorso, ci sembra utile sviluppare e chiarire nei suoi obiettivi nel contesto di una Rivista come suiGeneris che esplicitamente mette a tema l’intera problematica connessa alla fenomenologia dei legami affettivi ed erotici nei loro complessi aspetti psicologici, culturali e giuridici.

Stavamo terminando queste note introduttive e di chiarificazione metodologica, quando siamo venuti a conoscenza di un articolo di Gianfranco Amato, presidente della Associazione giuristi per la Vita, apparso sulla Bussola del 29 maggio u.s.. Si tratta della ricostruzione dell’intervento che l’avvocato Amato ha svolto presso la commissione Giustizia della Camera, all’interno delle audizioni che la suddetta commissione ha organizzato onde discutere il Ddl Zan concernente l’introduzione del reato di omofobia.

Si tratta di un intervento interessante e intellettualmente onesto, concettualmente rigoroso, degno della massima attenzione, perché condensa una linea di riflessione che ben rappresenta il punto di vista cattolico sul tema non solo del reato di omofobia ma, e non solo implicitamente, sul modo stesso di intendere l’omosessualità nei suoi aspetti giuridici, relazionali e psicologici.

Data la ricchezza dell’intervento, ci limiteremo agli aspetti di maggiore rilevanza psicologica – senza per questo non tener conto del taglio prevalentemente (ma non esclusivamente) giuridico delle argomentazioni dell’Avv. Amato.

A tal fine, utile è partire da una avvertenza che lo stesso Amato, con vigore, pone proprio in sede di conclusione del suo argomentare: ci riferiamo al principio-monito per cui “non si deve assolutamente… legiferare per finalità meramente ideologiche”. Principio sul quale non si può non concordare, e che, purtroppo, lo stesso Amato viene a contraddire in diversi momenti del suo discorso – che, lo diciamo subito, rimane pure ispirato ad un sano, condivisibile intento di tutelare “fondamentali libertà costituzionali quali quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso”.

Osserviamo subito, allora, come l’avvocato Amato usi con disinvoltura il termine ideologico – forse perché non prettamente connesso alla riflessione giuridica, ma a quella filosofica. Per Amato, infatti, ideologico sta per pensiero fazioso, infondato e sostanzialmente disonesto. In breve, contrario alla verità. Meglio, alla Verità. Sì perché, per Amato, si dà una Verità, per di più definitiva, sulla essenza perversa, immorale, ‘innaturale’ dell’omosessualità e quindi sul carattere intrinsecamente distruttivo della famiglia umana eterosessuale di qualsiasi ammissione, giuridicamente garantita, circa l’ammissibilità di una famiglia omosessuale, per non parlare della possibilità di concedere a tale famiglia la possibilità di adottare figli!

            Lo diciamo chiaramente: tutto questo, nel discorso di Amato, quasi non compare, in modo esplicito. Per quanto – come vedremo - questo sia il senso profondo, l’intento strategico dell’intero discorso. Con estrema perizia retorica, Amato, infatti si muove secondo una più ampia prospettiva: quella di dimostrare l’inconsistenza di qualsiasi legge che volesse introdurre il reato di omofobia (sono 4 attualmente le leggi in esame alla Camera!) evidenziando come del concetto-chiave di ‘omofobia’ non si dia alcuna definizione concettuale chiara, univoca e scientificamente fondata. Anche perché tale termine non è contemplato né nel DSM, né nell’ICD: e quindi sarebbe estraneo a qualsiasi classificazione patologica riconosciuta, riconoscibile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi, osserva Amato, in quanto “concetto amorfo e indefinibile’ quello di ‘omofobia’ non dovrebbe assolutamente essere introdotto e tantomeno configurato come reato. Non solo, ma siffatta sciagurata ipotesi, si presenterebbe come un gravissimo e pericoloso scivolamento verso la logica dei sistemi totalitari – nei quali la violazione flagrante del principio di legalità, per la quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento, veniva ad attuarsi proprio attraverso l’uso di definizione vaghe di reati dagli incerti confini, come il ”delitto di azione controrivoluzionaria” che, durante il periodo staliniano, veniva utilizzato per schiacciare qualsiasi forma di dissenso e opposizione, in forza del carattere prettamente soggettivo (leggi partitico) con cui il termine ‘controrivoluzionario’ veniva interpretato e applicato, giuridicamente.

Non c’è che dire, la mossa, degna di Gorgia, è ben fatta. Però è una mossa scoperta… scopertamente inconsistente.

Per due ragioni. Anzitutto, perché il termine ‘omofobia’ non è termine psicopatologico o psichiatrico. Non rimanda ad una patologia, nel senso della classica nosografia medica. Ecco perché non compare nel DSM!

Esso, al contrario e molto semplicemente, sta ad indicare il comportamento – culturalmente supportato – di disprezzo, denigrazione, discriminazione, insulto e offesa (fisica o morale) rivolto contro persone (uomini e donne) di orientamento omosessuale e, traslatamente, verso persone la cui identità di genere non coincide con quella biologica.

L’introduzione – sulle cui forme tecniche non è nostra competenza entrare – di un eventuale reato di ‘omofobia’ non rappresenta niente altro che una modalità di tutela e rispetta della piena dignità e libertà esistenziale di queste persone: il riconoscimento della loro piena eguaglianza giuridica. In breve, null’altro che un allargamento inclusivo della nostra stessa Costituzione – che appunto non tollera discriminazioni di sesso, religione, cultura, ‘razza’ ecc.

Questo e niente altro è il senso – culturale e, se vogliamo, anche sanamente politico e, ci pare, correttamente giuridico delle varie proposte in esame al Parlamento. Nulla a che vedere con la configurazione di reati di opinione e – soprattutto, giacché questo è il legittimo interesse dell’avvocato – di opinione e fede religiosa.

A meno che l’avvocato Amato non tema, paradossalmente, proprio questo: che il riconoscimento di uno specifico reato di ‘omotransfobia’, recando con sé l’implicito rafforzamento del principio del pieno rispetto giuridico-costituzionale e quindi culturale e di civiltà delle declinazioni dell’orientamento sessuale di uomini e donne, unitamente al rispetto dei vissuti psicosessuali che portano una persona a non riconoscersi nel proprio sesso biologico, metta capo a tre conseguenze più ampie e di natura culturale:

  1. da un lato ad una piena legittimazione non solo in termini di libertà giuridica, ma anche di riconoscimento giuridico dei legami affettivi omoerotici e della loro eventuale configurazione matrimoniale;

  2. dall’altro, alla derubricazione della posizione ufficiale e magisteriale della Chiesa Cattolica – della sua Verità – a semplice opinione, per quanto autorevole ed espressiva di una tradizione di pensiero, di costumi e fede di portata secolare;

  3. infine, che questa posizione cattolica possa essere oggetto di persecuzione, con la conseguenza di criminalizzare ogni proposta educativa coerente con i principi morali del cattolicesimo.

Questo, del resto, è il timore che la stessa C.E.I. ha ritenuto opportuno di ‘gridare di fronte a Dio e agli uomini’ con i suoi gridati interventi contro l’insieme di leggi sulla omotransfobia, appunto assunti come premessa per la limitazione di “fondamentali diritti alla libertà di educazione” (Cfr. Avvenire, 11 giugno scorso).

            Ancora una volta – ci rammarica il sottolinearlo, soprattutto perché siamo, come psicologi e psicoterapeuti,  molto sensibili al danno connesso alla limitazione del modo di pensare e di progettare modelli educativi, nel complesso e contraddittorio iter delle diverse agenzie educative (dalla famiglia alla scuola, dalle varie realtà associative, culturali  e politiche, alle configurazioni istituzionali, ivi incluse le varie confessioni e chiese) – dobbiamo constatare come sia la Chiesa (almeno a livello di C.E.I.) e vasti settori della cultura cattolica ‘di base’: dai suoi giornali (La Bussola, Tempi, per esempio), a Radio Maria, su fino ad alcuni vescovi ( cfr. Antonino Raspanti: cfr. Il fatto quotidiano, del 6 giugno u.s.) ed associazioni come AGAPO, e Genitori Oggi, a scadere nell’ideologico, per di più subdolamente e autoritariamente.

            Subdolamente perché, per l’ennesima volta si usa il pretesto della ‘ideologia gender’ nella versione (che a noi risulta unica,  e unicamente e paradossalmente cattolica) per cui il sesso biologico è del tutto inafferente alla dimensione emotivo-affettiva-cognitiva, così che si avrebbe il diritto di sentirsi maschio o femmina a piacere e a rivendicare, presso lo Stato, il diritto al riconoscimento di questa variabilità ultrasoggettiva. Tale ideologia, giudicata da Papa Francesco come una “bomba atomica” posta sotto l’istituto familiare, rappresenterebbe la nuova, ‘satanica’ (direbbe in uno dei suoi momenti più appassionati Padre Livio da Erba), colonizzazione culturale, il medium conformistico che porterebbe “ad una società senza differenze di sesso… così svuotando la base antropologica della famiglia” (Cfr. Amoris Laetitia).

            Ora, tutto questo nulla ha a che vedere con le leggi sulla omotransfobia. Anzitutto, perché tali (eventuali) leggi si limitano, doverosamente, a sanzionare il divieto e la punibilità di qualsiasi modalità di INSULTO, in tutte le sue forme nei confronti di persone di orientamento omosessuale e transessuali. Con Didier Eribon concordiamo appieno nell’evidenziare come proprio la categoria dell’insulto abbia rappresentato e rappresenti ancora oggi il commento ‘culturale’ che a lungo ha incorniciato i vissuti di persone omosessuali e (forse di più) transessuali (Cfr. Didier Eribon: Reflexions sur la question gay, Fayard, Paris, 1999). E a questo ‘insulto’ ha contribuito per secoli la Chiesa cattolica stessa : “Gli omosessuali e le lesbiche sono stati perseguitati… per il solo fatto di amare e volersi bene: una cosa illogica! (A.Maggi, teologo su La fede quotidiana, del 6 luglio 2016)

Nulla a che vedere quindi con la suddetta “teoria gender” – che anzi da questa legge viene contraddetta, per lo meno nei fatti, dal momento che l’omosessualità mostra non l’intercambiabilità dei sessi, ma la variazione dell’orientamento sessuale nel contesto della dimensione affettivo-erotico-amorosa: appunto, per riprendere Maggi, del volersi bene dentro un progetto di vita! Esattamente come la transessualità mostra la persistenza delle strutture identitarie maschio-femmina, dal momento che nella transessualità i sessi non vengono negati, ma ‘disperatamente’ ricomposti nella dicotomia (ancora oggi da comprendere e ben ‘spiegare’) corpo/mente o, meglio, corpo/anima.

Certamente, ma questo è un portato della libertà di pensiero e, in buona misura degli sviluppi delle ricerche biogenetiche, neuroscientifiche, psicologiche, psicoanalitiche, antropologiche, il riconoscimento pieno della “normalità” – nel senso della non intrinseca patologicità – dell’amore omosessuale e quindi della sua equivalenza, in ordine alla costruzione di validi legami affettivi, capaci anche di famiglia; e quindi il delinearsi di una cultura delle relazioni affettive più allargata e inclusiva e non vincolata dogmaticamente alla funzione procreativa – ma non per questo contraddittoria e tanto meno contrastante la famiglia etero [che rimane, di fatto e diritto, la modalità relazionale ancora dominante e condivisa socialmente] – colloca la cultura cattolica della famiglia, delle relazioni affettive, della procreazione, del suo senso di compartecipazione al piano-progetto divino ecc. nell’ambito importante - ma non più unico né moralmente convincente e comportamentalmente cogente – dell’opzione etica. Di UNA OPZIONE ETICA.

La Chiesa cattolica ha il sacrosanto diritto di ribadire, predicare, proclamare tale opzione come l’unica vera, l’unica Verità sull’uomo. Potrà tranquillamente continuare a citare i testi sacri nelle pagine (invero non molte, non semplici, talvolta ambigue e come tali riconosciute da altre letture confessionali cristiane) ove si sostiene la ‘strutturale immoralità’ dell’omosessuale nella sua dimensione ‘agita’, ovvero in quanto pratica erotico-relazionale. Potrà continuare nella riproposizione del suo modo di intendere ‘La letizia dell’amore’.

Così come l’Associazione dei Genitori e Amici di Persone Omosessuali potrà continuare, privatamente e pubblicamente, a recitare la seguente preghiera per i giovani figli omosessuali:

 

Preghiera dei genitori

Suggeriamo una preghiera per i genitori credenti con un/a figlio/a omosessuale. E’ adatta anche per i genitori non o poco credenti perché comunque invoca (quel)lo Spirito che da solo può guarire.

 

Oh Signore, Dio nostro, a te ci rivolgiamo in sofferenza,

per nostro/a figlio/a così ferito/a nel profondo del suo essere uomo/donna.

Invia il tuo Spirito Santo su di lui per aiutarlo/la

A riconoscere il tuo disegno,

Che maschi e femmine ci hai creati.

Oh Signore, ti preghiamo di darci la forza

di essere bravi genitori per nostro/a figlio/a

In questo momento così tormentato

Aiutaci ad amarlo/la come i genitori amano i propri figli

Aiutaci ad amarlo/la, anche con questa sua tendenza

che non ha scelto.

Invia il tuo Spirito Santo per guidarci nei nostri affetti, pensieri e azioni

Aiutaci a comprendere il limite di quello che è nelle nostre mani

Aiutaci a vivere con serenità la nostra relazione con lui

perché solo dall’amore può venire la guarigione.

Oh Signore, Dio nostro, dà serenità e forza al nostro matrimonio

Perché noi stessi riusciamo a essere uomo e donna come a te piace

E perché la nostra famiglia continui a essere

Attraverso la sua testimonianza una guida per il/la nostro/a figlio/a

Che affidiamo pienamente a te con questa preghiera.

 

Immensi ci paiono gli errori concettuali ed empirici di questa preghiera. Il più grave, e tutt’ora diffuso, è quello di non riconoscere che un uomo che ama un uomo è e rimane pienamente uomo e maschio; così come una donna, rimane pienamente donna e femmina nel suo amare un’altra donna. Ci addolora sentire parlare di ‘guarigione’ per ciò che non è malattia e soprattutto sentire affermare che l’amore guarisce quando non accoglie e rispetta.

Ancora di più, ci addolora il dolore che, proprio in questa drammatica e umanissima preghiera, appare nella sua straziante inaccettazione di ciò che, non scelto, si mostra intrinseco, intimo, ‘cuore del figlio/a’.

Ecco, la legge sulla omostransfobia vuole che questo cuore venga rispettato. Niente di più.

Ivano Lanzini