Note(cliniche) a latere su sessualità e antropologia cattolica
dott. Ivano Lanzini

Una delle maggiori difficoltà che si incontrano nel dialogo tra psicologia e morale sessuale cattolica risiede nella complessa quanto implicita rete di forti pre-assunzioni di natura "ontologica" che permeano tale morale. E che, in quanto fondate su una ragione fideistica (questa la corretta traduzione del binomio retorico “Fides&Ratio”), di fatto pongono l'interlocutore laico - ragionevolmente 'perplesso' dinanzi a qualsiasi assunzione assoluta di 'Verità' - nella condizione di 'obbedire' o di osare (kantianamente) di dissentire pensando con la propria testa. O, meglio, sulla base di riscontri empirici e di argomenti non assiomatici.   

         Ovviamente, non si vuole qui sostenere, come purtroppo fanno alcuni ‘atei dogmatici’ (anche nostrani), una contrapposizione verticale o radicale tra punto di vista cattolico e punto di vista laico, come se il primo fosse l’unico dotato di pre-assunzioni ontologiche e valoriali e il secondo fosse ‘immacolato’ e ‘vergine’. Anzi, teniamo qui a precisare che la pre-assunzione ateistica (tipica di Dennet, Dawkins, Odifreddi ecc,) è appunto una pre-assunzione, per di più dogmatica e, quel che più conta, non rigorosamente supportabile.

         A nostro parere, la distinzione – utile per chi si pone con atteggiamento    critico-discriminativo (in senso sanamente kantiano) e con intenzione ‘buona’ – è invece da intendersi come differenza tra pre-assunzioni forti e, in ultima istanza, rinvianti ad una verità accolta per gratiam, e pre-assunzioni deboli, revocabili, metodologicamente escludenti tanto l’opzione ateistica quanto quella fideistica.

           Fatta questa premessa, ci limiteremo in questa sede ad esaminare una preassunzione-chiave: vera architrave del pensiero cattolico sulla morale e sullo stesso destino umano. Ci riferiamo all'assunto creaturale. In forza del quale siamo de-finiti appunto “enti creati”: ab origine, nella duplice connotazione fisica e spirituale. Poi, nella nostra essenziale natura spirituale che ci costituisce 'ad immagine di Dio'. Tale essenza è, come noto, la nostra anima. Stando così le 'cose' appare inevitabile la conseguenza ontologica di collocare la sessualità umana come modalità di cooperazione dell'uomo con il Dio creatore. Fare l’amore diviene, in questa prospettiva, qualcosa di qualitativamente diverso dal fare un'esperienza relazionale con un'altra persona; dal procedere per approssimazioni successive al comprendere la differenza tra bisogno e desiderio sessuale e quindi tra attrazione narcisistica e maturazione donativa. Amare vuol dire, nella prospettiva morale cattolica, ‘consegnarsi ad un progetto divino’. Anzi, rinnovare tale ‘consegna’ sussumendo la relazione matrimoniale entro la più profonda relazione con Dio: “Chi ama padre e madre [figlio o figlia, marito o moglie] più di me non è degno di me’.

         E’ fondamentale tenere presente, nella concreta esperienza dell’aiuto psicologico al (sinceramente) credente, questo quadro concettuale, perché, se vissuto, diventa una cornice esistenziale di grande rilievo emozionale ed affettivo, oltre che cognitivo. Una cornice che richiede, da parte del terapeuta, una capacità di accoglienza sincera e rispettosa. A sua volta collegata al saper contenere ogni pre-assunzione non religiosa in modi realmente autentici. Per intenderci, in modi non banalmente politically correct. Che risulterebbero quali forme di tolleranza diplomatica e, in fondo, arrogante. Fondamentale diviene, insomma, conservare l’orizzonte di senso tracciato dal paziente dandogli/le la possibilità di confrontarlo – di confermarlo o meno – con la realtà dei suoi genuini bisogni emotivi ed affettivi ed erotico-sessuali. Ove per ‘genuini, non si devono intendere quelli pre-supposti dalle teorie psicologiche del terapeuta, bensì quelli che si evidenziano nel libero declinarsi del paziente nella trama delle sue esperienze relazionali: dall’infanzia alla maturità.

         Solo in questo modo, il paziente, in quanto credente, potrà essere posto nella condizione di una riflessione: di un ri-pensamento della congruenza tra i suoi vissuti e il suo sistema valoriale. In modo niente affatto dissimile a quello che avviene, o dovrebbe avvenire, in qualsiasi quadro concettuale valoriale o ideologico (laico e non). La laicità in psicologia e psicoterapia non essendo una opzione prima facie filosofica, bensì un criterio metodologico intimamente connesso alla logica dell’indagine ‘scientifica’. Che nulla vieta ed esclude (in assoluto) ma di tutto chiede, pacatamente, ragione, attendibilità e dubitabilità.