Intervista a Sumaya
Elisabetta Pasini
Counselling, Dreamworking, Self-Experience
www.theflyingcarpet.it

Intervista a Sumaya Abdel Qader

Ho rivolto queste domande a tredici donne a Dubai, di età e provenienze culturali diverse, arabe, indiane, europee, tutte donne che vivevano e lavoravano negli Emirati, e ognuna di loro esprime una sua idea sul velo partendo dalla sua esperienza diretta. Nei prossimi articoli vorrei quindi proporre qualche estratto di questi dialoghi, per allargare il dibattito.

Partiamo oggi invece da una sintesi del colloquio che ho avuto a Milano con Sumaya Abdel Qader, fondatrice dell’associazione dei Giovani Musulmani d’Italia (GMI), che nel 2016 è stata eletta nel Comune di Milano come indipendente nelle liste del PD e collabora con università e scuole su tematiche interculturali legate a Islam, musulmani europei, immigrazione, nuovi italiani.

Nata a Perugia, figlia di immigrati giordano-palestinesi, laureata in biologia, lingue e culture straniere, sociologia, Sumaya ha deciso di indossare il velo in pubblico dall’età di tredici anni, e da allora non lo ha mai lasciato, e ci racconta come è nata e maturata la sua decisione.

 

Elisabetta Pasini. Sumaya, a che età hai preso la decisione di portare il velo?

 

Sumaya Abdel Qader. Ero in Giordania, avevo 13 anni, in quel periodo passavamo lunghi periodi in Giordania d’estate e io passavo molto tempo con le cugine di mia madre che avevano più o meno la mia età, dato che tra me e mia madre ci sono solo 15 anni di differenza. Quell’anno alcune tra le cugine iniziarono a portare il velo, e io vedevo che compravano stoffe bellissime intonate alla camicetta e alle scarpe, ero affascinata da tutti quei colori e ho deciso che anch’io io volevo portare il velo come loro.

Mia madre però non era molto contenta perché pensava che la motivazione non fosse quella giusta, e mi ha spinto a riflettere sul significato della mia scelta approfondendo la mia educazione religiosa, cosa che ho fatto durante gli anni del liceo, fino a un periodo che io chiamo di “illuminazione spirituale”. È stato allora, cercando di approfondire il senso che davo alla religione, alla fede e al mio legame con Dio, che ho capito che il velo era un atto di devozione molto personale, perché portare il velo è un sacrificio e il contesto in cui viviamo lo rende ancora più difficile.

Non ho mai pensato al velo come a una rivendicazione identitaria, anzi ho sempre rifiutato di collegarlo all’identità; per me il velo è una scelta spirituale molto personale e ho sempre rifiutato l’equazione “porto il velo perché sono musulmana”. Penso che il velo per me rappresenti una libertà di esprimere qualcosa che ha a che fare con la mia essenza spirituale, qualcosa di cui sento il bisogno, e se un giorno non sentirò più questo bisogno smetterò di portarlo; perché il velo è un atto personale, un gesto intimo tra una persona e Dio.

 

EP. Hai detto che il velo è un sacrificio, lo è solo dal punto di vista personale oppure ti sei sentita a volte in difficoltà nel portare questa tua esigenza spirituale in pubblico?

 

SAQ. Come ti dicevo, ho cominciato a indossare il velo in pubblico a scuola, al tempo del liceo, e fino a qualche anno fa nessuno me lo faceva pesare. Oggi invece la situazione è molto diversa, tante ragazze oggi si tolgono il velo perché non riescono a sostenere il “peso sociale” che questa scelta richiede, per cui spesso non è il desiderio di libertà che le spinge a farlo ma piuttosto il fatto di non venir considerate dagli altri retrogradi e sottomesse; però in questo modo fanno una violenza a se stesse. Questo però è un aspetto di cui pochi si rendono conto, di quanto male si fa alle donne musulmane stigmatizzandole per una scelta e riducendole a un capo di abbigliamento, a dei puri fatti di cronaca, confinandole in contesti culturali in cui spesso esistono, è vero, sottomissione e mancanza di libertà per le donne, ma questo non significa che sia una regola che vale per tutte allo stesso modo. Nell’esperienza di vita di una donna musulmana il velo è comunque una scelta individuale, per quanto spesso possa essere condizionata dalla famiglia e dalla cultura di provenienza, come del resto accade ovunque e per qualsiasi cosa direi. Però questo è un aspetto che non viene mai considerato, anche se per noi è un aspetto fondamentale, e io credo che essere ridotte nei dibattiti pubblici alla categoria di vittime sottomesse di una cultura maschilista crei innumerevoli fraintendimenti.

 

EP. Esiste secondo te un legame tra velo e potere? Di quale natura pensi che sia questo legame? Da quanto hai detto finora mi viene da pensare che si potrebbe parlare di una sorta di “empowerment interiore” legato al velo, una spinta a riflettere sulla propria interiorità che può portare a una maggiore consapevolezza femminile?

 

SAQ. Secondo me molto dipende dal contesto sociale in cui viviamo: dove tutte o la maggioranza delle donne portano il velo non è un elemento che distingue, è solo un fatto comune che fa parte del quotidiano, della tradizione e della regola. Molto diverso è invece indossare il velo in contesti sociali dove assume il carattere dell’eccezione. In questo caso il velo diventa una scelta molto forte a livello individuale, è la manifestazione pubblica una diversità culturale, e dunque richiede determinazione e coraggio, se se ne regge il peso fortifica, tempra molto; a me portare il velo dà molta sicurezza, mi sento molto più forte con il velo. Paradossalmente, direi che portare il velo significa assumere l’onere di dover dimostrare di essere all’altezza di coloro che non lo portano, e dunque diventa quasi una trasgressione rispetto ai parametri della normalità; e questo ti rende più forte se riesci a perseverare nella tua scelta. Conosco molte ragazze che portano il velo perché ricevono uno stimolo in più nel dimostrare di essere capaci, una spinta a migliorarsi continuamente.

 

EP. Il velo rappresenta dunque anche un aspetto di rivendicazione di un diverso modo di essere donna, come ad esempio sta accadendo all’interno di molti movimenti femministi islamici che vogliono in questo modo distinguersi dall’Occidente?

 

SAQ. Credo che adesso si stia andando in questa direzione, ma non era così qualche anno fa. In Occidente un certo tipo di femminismo vede nel velo una messa in discussione delle sue lotte, oggi vedere donne che portano il velo e si dichiarano diversamente femministe disorienta. Ricordo un dibattito di qualche tempo fa con un gruppo di femministe in cui una di loro mi disse: “tu mi hai messo in crisi, ho fatto 20 anni di lotta per spogliarmi e tu ora stai lottando per vestirti”. Forse la minigonna non sarebbe stata mai la mia lotta, ma in fondo a ben guardare è solo un cambiamento di prospettiva e la lotta è sempre la stessa; trent’anni fa lottare per la minigonna era un modo di affermare il potere e l’indipendenza delle donne in un mondo maschile, oggi col senno di poi possiamo dire che non è più così, qualcosa è sfuggito di mano. Io oggi rivendico la possibilità di avere una lotta diversa con un percorso diverso, la mercificazione del corpo femminile ci deve portare a vedere le cose in modo diverso, io credo che oggi l’eccesso di esibizione del proprio corpo diventi per molte donne una costrizione molto più imbarazzante del velo, dover essere sempre giovani e belle sta alla base di tante patologie. Dico sempre ai ricercatori con cui lavoro all’università che sarebbe interessante leggere l’emancipazione femminile attraverso le principali malattie sociali diffuse, troveremmo delle correlazioni che fanno riflettere. Io vedo ad esempio che le donne musulmane hanno molti meno problemi con il loro corpo di quanti non ne abbiano le donne occidentali.

Le cose oggi stanno cambiando anche nei paesi musulmani, certamente, ma non siamo ancora ai livelli che abbiamo qui, ci sono meno ossessioni, e forse è possibile pensare a equilibri diversi mettendo insieme le cose e prendendo il meglio dall’una e dall’altra parte.

 

EP. Il velo può avere quindi un significato “trasgressivo”?

 

SAQ. Assolutamente sì, in un ambiente non musulmano il velo è molto trasgressivo, perché va contro alcuni schemi e sta cercando di dire qualcosa che ancora non è stato compreso, né da chi lo indossa e nemmeno da chi lo vede. Purtroppo però, soprattutto tra le giovani generazioni, il velo sta diventando un forte elemento identitario, e questo secondo me tende a svuotarne la forza trasgressiva perché nasconde l’elemento spirituale che è invece la sua grande potenza. Il rischio è che così diventi come il piercing, il tatuaggio, una moda hipster che può avere anche un suo significato, ma non è più un simbolo; e allora forse è meglio non portarlo, forse quando arriveremo a questo punto anch’io smetterò di portarlo.