Il significato simbolico del velo: l’immagine del femminile tra Est e Ovest del mondo
 
Elisabetta Pasini
Counselling, Dreamworking, Self-Experience
www.theflyingcarpet.it

Il significato simbolico del velo: l’immagine del femminile tra Est e Ovest del mondo

 

Premessa: Un anno a Dubai

 

Sono arrivata a Dubai all’inizio di novembre 2015.

Avevo preso il volo notturno, partenza da Milano alla 10 di sera, arrivo a Dubai alle 6 di mattina, solo tre ore di differenza di fuso e un volo piacevolissimo grazie al servizio impeccabile di Emirates Airlines.

Sotto di me, all’atterraggio, chilometri e chilometri di deserto, improvvisamente interrotti da una gigantesca striscia di grattacieli.

Non avevo mai pensato a Dubai come a un posto reale; ma stavo per trasferirmi laggiù per il lavoro di mio marito in una multinazionale americana, e ci avrei vissuto per circa un anno.

Nella mia immaginazione Dubai era un mondo artificiale che non mi attirava visitare nemmeno per una vacanza, figuriamoci per viverci. L’immagine che ne avevo era un’architettura futuristica e improbabile che, sotto una facciata di ricchezza e lusso ostentati, nascondeva alcuni dei più allarmanti incubi del nostro secolo: diseguaglianze sociali ed economiche, assenza di democrazia, mancanza di diritti per le donne, scontro culturale tra Est e Ovest, integralismo religioso.

Avevo in mente un mondo orwelliano insomma, e forse proprio per questo le mie prime impressioni di Dubai si rivelarono contraddittorie, confuse, ma anche molto diverse da ciò che mi ero immaginata.

Novembre è una bellissima stagione negli Emirati, la temperatura è mite, le giornate sono soleggiate ma non calde come in estate, e la gente passeggia, di giorno e di sera, sul lungomare e nelle marine, canali artificiali pieni di piccoli ristoranti e caffè in cui si può mangiare qualcosa, bere tè o caffè e fumare la shisha, il grande narghilè ad acqua della tradizione araba che spande intorno aromi profumati, mentre barche, motoscafi di lusso e tradizionali dhows incrociano i canali da una sponda all’altra e si dirigono verso il mare aperto.

Tutto ciò non collimava esattamente con l’immagine del mondo distopico che avevo in mente, e che tuttavia mi sembrava in parte confermata dall’architettura da Guinnes dei primati che negli ultimi decenni ha reso Dubai famosa in tutto il mondo. In meno di mezzo secolo infatti, sotto la guida della famiglia Al Maktoum, Dubai si è trasformata da un piccolo villaggio di pescatori di perle e mercanti, snodo di traffici e di carovane che attraversavano il deserto, in un centro ultramoderno che attrae capitali, investimenti finanziari e turismo da tutto il mondo, nonostante i problemi che affliggono la regione.

Tuttavia, girando per la città ciò che fin da subito mi aveva maggiormente colpito era la presenza di un’immagine femminile diversa, contraddittoria e in parte conturbante, simbolizzata dal velo.

 

Il significato simbolico del velo

A Dubai il velo non è un obbligo come in Arabia Saudita o in altri paesi del Medio Oriente e dato che la popolazione della città è un mix culturale quanto mai variegato e complesso le donne per strada vestono nei modi più disparati, sari e minigonne convivono con tuniche e vestiti africani e nelle spiagge bikini e burkini sono ugualmente accettati. Buona parte della popolazione femminile locale di origine araba indossa però abitualmente la tradizionale abaya, una lunga tunica solitamente, ma non necessariamente, nera, che spesso viene portata insieme al hijab, il velo che copre interamente i capelli, e a volte anche al niqab, che nasconde parte del viso lasciando vedere solo gli occhi. Spesso mi capitava di incrociare per strada giovani ragazze poco più che adolescenti con lunghe tuniche aperte su jeans e sneakers combinate a hijab colorate, che avevano un’aria molto cool; e spesso passeggiando nella marina e nei mall mi imbattevo in famiglie a passeggio, con gruppi di madri velate che camminavano avanti chiacchierando tra loro mentre i padri spingevano la carrozzina e si occupavano dei bambini. 

“Che cosa ho io in comune con queste donne velate e vestite di nero che incontro quotidianamente per strada, in metropolitana, nei mall?”, fu una delle prime domande che mi posi.

Nella mia visione di donna occidentale emancipata, il velo rappresentava un segno inequivocabile di sottomissione, dipendenza, inferiorità della donna rispetto all’uomo.

Tuttavia, girando per la città, non potevo fare a meno di confessare a me stessa che c’era qualcosa di molto affascinante e misterioso in quelle donne velate e vestite di nero che camminavano di fianco a me per strada, e che mi parevano circondate da un’aura di solennità, sicurezza e determinazione invidiabili. La loro presenza, lungi dall’essere nascosta, esercitava ai miei occhi un potere quasi magnetico, che si intuiva attraverso la solennità delle andature e il fascino degli sguardi.

C’era qualcosa di molto potente nel loro modo di scomparire, di rendersi invisibili nello spazio pubblico, che mi faceva pensare a una forma estrema di sfuggire al controllo, una forma che noi, in Occidente, forse avevamo perduto, nonostante le nostre identità di donne libere e di successo di cui tanto andiamo fiere.

Mi era difficile immaginare cosa potesse nascondersi sotto il velo, che mi sembrava incarnare al tempo stesso un segno di sottomissione e la memoria di un potere antico; ma contemporaneamente intuivo che le donne velate di cui tanto subivo il fascino stavano forse preservando, in qualche modo, un mistero dell’esistenza che noi avevamo perduto; e questo mistero mi attirava e mi incuriosiva.

 

Il contesto politico del velo

Forse è bene però a questo punto contestualizzare, anche se solo parzialmente, la questione del velo femminile, che oggi all’interno del quadro sociale e politico in cui ci muoviamo è un tema molto dibattuto e molto divisivo.

Il velo è diventato infatti negli ultimi decenni simbolo, bandiera e cavallo di battaglia di tutti coloro che, in Oriente come in Occidente, invocano un irriducibile scontro di civiltà; e questa disputa si è intensificata dopo il 11 settembre 2001, quando tutto il mondo musulmano è stato identificato con il “male assoluto”, portatore di tutti i peggiori incubi e paure dell’Occidente.

Le ragioni che hanno portato a identificare nel velo il simbolo del dominio maschile sulla donna nel mondo islamico sono evidenti: la sua potenza iconica è talmente visibile e immediata che tutti i fondamentalismi politici e religiosi che negli ultimi anni hanno conquistato il potere lo hanno imposto, per prima cosa, come un obbligo, privando le donne, e di conseguenza anche gli uomini, di libertà fondamentali. 

Nel corso dell’ultima decade però la disputa intorno al velo si è spesso rivelata un pretesto per affermare, una volta di più, la supremazia politica e morale dei valori dell’Occidente, contribuendo a ripulire in parte la cattiva coscienza coloniale degli stati europei e a riaffermare, se mai ce ne fosse bisogno, il primato della civiltà occidentale (vedi anche E. Said, Orientalismo: l’immagine europea dell’Occidente, Feltrinelli, 2012).

Peccato che nel discorso politico corrente non si faccia in genere nessuna differenza tra la diversa influenza che sul velo hanno religione e tradizione, non considerando che molti dei vincoli che il velo impone alle donne sono dettati più da usanze, abitudini locali e obblighi familiari che da precetti religiosi. Del pari, raramente si tengono in considerazione le differenze che esistono tra gli stessi paesi musulmani, sottovalutando le profonde diversità di culture che hanno alle spalle una storia millenaria, e si applicano le stesse generalizzazioni quando si tratta di Arabia Saudita, dove le donne non possono girare a capo scoperto in pubblico indipendentemente da religione o paese di provenienza, e Turchia, dove l’uso del velo negli spazi pubblici è stato abolito per legge da Ataturk nel 1928 e viene oggi rivendicato dalle stesse donne come un diritto (cfr. Lilli Gruber, Figlie dell’Islam, Rizzoli, Milano, 2007).

Il dibattito politico intorno al velo è dunque oggi senza dubbio un tema scottante che viene cavalcato e strumentalizzato dai fondamentalismi di entrambe le parti, con il risultato di costringere le donne in una posizione paradossale che spesso passa sopra le loro teste e non ha molto a che fare con la libertà di scelta e l’espansione del ruolo femminile nella società.

Entrare nel merito di un dibattito politico approfondito non è possibile in questo spazio, ma di fronte alla violenza delle reazioni che il tema del velo suscita credo che una delle domande che potremmo cominciare a porci sia chiederci non tanto e non solo perché le donne musulmane portano il velo, ma piuttosto “perché noi, in Occidente, siamo tanto spaventati dal loro coprirsi?”.

Questa è la domanda su cui vorrei riflettere insieme a chi legge, la stessa che ho posto ad alcune donne di diversa provenienza, età e cultura che ho incontrato nel mio anno di vita a Dubai, la stessa domanda che ho continuato a pormi al mio rientro a Milano.

Spesso proiettiamo su altre culture ciò che non vogliamo, o non siamo capaci di affrontare, della nostra.

Il velo femminile rappresenta oggi senza dubbio un simbolo culturale potente perché evoca molteplici confini difficili da oltrepassare: il confine tra passato e futuro, tra femminile e maschile, tra potere e sottomissione, tra componenti consce e inconsce della psiche, diventando la personificazione di un “inconscio culturale” che si colloca tra inconscio personale e inconscio collettivo, al pari un sistema di significazione condiviso tra i membri di una stessa cultura.

Ecco perché credo che interrogarsi sul significato del velo femminile partendo da una esperienza personale in una realtà multiforme e complessa come quella di Dubai, che incarna molti dei problemi e delle contraddizioni tra Oriente e Occidente, possa essere un’operazione utile per sollevare anche qualcuno dei “veli dell’Occidente”, permettendo di porci nuove domande.

Quali paure stiamo nascondendo sotto i nostri veli, maschili e femminili, individuali e culturali?

Di che stoffa sono fatti i burqa e i veli occidentali?

Sotto quali veli è confinato, nascosto, il principio femminile in Occidente?