rivista di cultura
Tribù  e tabù

Giuditta Pieti

Mondi diversi, gruppi contrapposti danno vita a “tribù” all’interno delle quali ogni membro si sente protetto contro gli altri e contro se stesso, difeso da impulsi e sentimenti misconosciuti.

Alla base dei nuovi tabù prodotti dalla nostra cultura c’è non solo la paura di un’ambivalenza tra ciò che è insieme desiderabile ed escluso, ma anche di ciò che potrebbe rovinare la nostra vita privata e sociale.

Meglio attribuirli a ciò che è estraneo, marcato con i connotati di una maledizione che mostra il suo volto ostile. Tanto a trovare soluzioni rassicuranti, in una crociata lastricata di intenzioni salvifiche, ci pensa il capo tribù…

Esorcizzando il tabù, ovvero il male esternalizzato, con rituali collettivi, ci si difende dal contagio di emozioni intollerabili.

A differenza delle forme tribali originarie, interessate soprattutto a tutelare i rapporti parentali allargati, le nuove tribù del mondo contemporaneo individuano in un nemico esterno le proprie pulsioni provocate da conflitti interni

A partire dai riferimenti etimologici, per cui la parola tribus in latino indicava inizialmente un’aggregazione di famiglie nella Roma dell’età arcaica, a metà dell’Ottocento, alcuni studi antropologici non si discostano da tale significato, concentrandosi sulle tribù degli Indiani del Nordamerica -Falco, Lupo, Orso, Castoro, Tartaruga, Daino, Airone, Beccaccino- nate a garanzia di una difesa contro lo scatenarsi di conflitti tra “fratelli”.

A proposito delle tribù odierne si ha a che fare con ben altro, rispetto a un’aggregazione di individui che si identifica in una comunità socialmente utile. Anzi, ciascun appartenente alla tribù tende a definire una propria mentalità a cui si aggrappa, con la convinzione collettiva dell’esistenza di un nemico esterno da cui difendersi, grazie a un capo da cui dipendere.

Per capirci, se possiamo attribuire al colore dei capelli la produzione di un’identità negativa, allora possiamo stare tranquilli sia allontanando da noi il soggetto che potrebbe contaminarci,  sia infierendo contro di lui che è per definizione "malo oggetto".

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.

Dall'incipit di una delle più note novelle di Giovanni Verga – e siamo nell'Ottocento, in Sicilia-, attraverso la voce collettiva del pregiudizio popolare, ci affacciamo su uno spaccato dei meccanismi psicologici e sociali all'origine della devianza, che ha bisogno contemporaneamente sia di innocenti che di colpevoli.