LA DIFFICILE SIMMETRIA.

Sulle difficoltà di un dialogo tra verità cattoliche e ipotesi psicologiche in ordine alle problematiche sessuali (e non).

Ivano Lanzini

Psicologo, epistemologo, psicoanalista

Prima parte

 

            Chi, oggi, si proclamerebbe contrario al dialogo e, conseguentemente, all’ascolto dell’a/Altro? Attirandosi così l’accusa di intolleranza, di autoritarismo, di il-liberalismo? Chi, dopo aver ascoltato, non passerebbe alla fase del ‘ragionare assieme’ e, infine, a quella del proporre, alla luce dell’ascolto dialogico e razionalmente argomentato? Nessuno, pensiamo. Così non mettiamo assolutamente in dubbio che questo sia lo spirito che anima l’ultimo, importante documento (2 febbraio 2019) della Congregazione per l’Educazione Cattolica, che, infatti, recita, nel sottotitolo, il progetto programmatico “Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione”.

            E poiché si parla della costruzione di ‘una via per un dialogo’ ci pare ovvio dedurre che il dialogo si rivolga (anche) a chi sulla ‘questione gender’ abbia una posizione diversa da quella della Chiesa cattolica. Posizione che, in quanto espressione del punto di vista dell’Altro, dovrebbe, deduciamo ancora, essere posta, almeno metodologicamente, come dotata di una sua almeno virtuale legittimità. Se tale virtualità non venisse concessa, il dialogo non sussisterebbe. Perché ascoltare le ragioni di qualcuno se tali ragioni non vengono riconosciute come… ragioni, come argomenti portatori di qualche (almeno qualche elemento di) ‘verità’ che ci sfugge?

            Anzi, a essere ancora più precisi, perché ci si ‘avvii’ sulla strada del dialogo, occorre proprio che ciascuno dei dialoganti sia disponibile ad una rinuncia metodologica: quella di essere in possesso – in ordine alla tematica in discussione – di tutta la verità, o dell’essenziale della verità. Se non ci fosse tale rinuncia, il dialogo si ridurrebbe ad esercizio diplomatico, a tolleranti, quanto ipocrite e formali concessioni all’altro. Un po’ come purtroppo capita talvolta di assistere in certi congressi dove biologi e psichiatri riduzionisti si trovano a ‘dialogare’ con psicologi e sociologi a loro volta riduzionisti sul tema della ‘natura della sofferenza mentale’. Riuscendo a mostrare come sia possibile parlare senza ascoltare l’altro. Come sia possibile, insomma, essere supponentemente ‘accoglienti’, arrogantemente disponibili al confronto, sistematicamente aperti ad ogni chiusura sostanziale.

            Ora questo è proprio quello che ci sembra accada scorrendo le sequenze logico-argomentative che strutturano l’ascolto dialogico del testo della Congregazione. Che, certo, manifesta una buona ‘disposizione d’animo’, sorretta però da pre-messe e pre-comprensioni non solo forti, ma date come assolute. Assolutamente vere. Così assolutamente vere che non è possibile, agli estensori del testo, nemmeno essere sfiorati dalla possibilità – diciamo mera possibilità – che qualcosa non torni o non sia adeguatamente giustificato. O che richieda almeno delle integrazioni anche correttive.

            Non possiamo, nei limiti spazio-temporali concessici, andare ad una disamina puntuale del Testo della congregazione (su cui avremo comunque modo di tornare, focalizzandoci su aspetti più contenutistici e meno metodologici). Ci limiteremo ad evidenziarne alcuni passaggi, ove più evidente ci pare l’incapacità/impossibilità da parte Cattolica di un dialogo  reale con un un ‘Altro’ che vogliamo qui chiamare laico-razionale (ma niente affatto ateistico o anti-religioso) nonché interessato, anche per ragioni professionali (psicologiche, psicoterapeutiche) a comprendere bene la complessità della fenomenologia sessuale umana. Specie quando e se quest’ultima viene ad essere riletta in una prospettiva carica di implicazioni e ‘applicazioni’ morali e giuridiche.

            A tal fine, scandiremo queste nostre osservazioni secondo la sequenza indicata dal testo stesso della Congregazione.

            Abbiamo visto che si dà dialogo non perché si parla ma se e quando “alla parola si accompagna anche l’ascolto e dove, nell’ascolto, si attua  un ‘incontro’ , nell’incontro un ‘rapporto’ e nel ‘rapporto’, comprensione”. Sono parole di Joseph Ratzinger[1] che noi accogliamo e condividiamo appieno come adeguate a fondare un reale dialogo. Al punto, da consentire con le ulteriori puntualizzazione che lo stesso Pontefice sviluppa per meglio precisare la connotazione più intima dell’ascoltare, da lui colta in “un processo di apertura… in un farsi-aperti per l’altro ente e per l’altra persona”. Ci troviamo qui di fronte ad una vera e difficile “arte”, ad una ‘capacità’ affatto peculiare, perché implicante “un poter essere nel quale la persona è chiamata in causa nella sua interezza”. E’ in questo modo, osserva con perspicacia Benedetto XVI, che possiamo definire l’ascoltare come un “conoscere e riconoscere l’altro, lasciarlo penetrare nello spazio del proprio Io, essere disponibili ad accogliere la parola e in ciò l’essere dell’altro nel proprio e così, reciprocamente, immedesimarsi a lui”.[2]

            Pensiamo che la netta maggioranza, se non la totalità degli psicologi e degli psicoterapeuti (specie se di formazione psicodinamica e fenomenologica) non potrà non convenire sulla pregnanza metodologica di queste parole e convenire persino con il loro sviluppo più impegnativo, che porta il Pontefice ad asserire: “Quando parliamo di dialogo in senso vero e proprio [N.B.], si intende un discorso in cui viene alla luce qualcosa dell’essere stesso, della persona stessa, così che non solo aumentano le coordinate del sapere… bensì viene toccata la nostra stessa umanità e il poter-essere dell’uomo viene chiarificato e approfondito”. [3]

            Qualcosa del genere, di questo genere, che quindi permette, consente, promuove, per il tramite dell’ascolto reciproco, un accedere all’intimo (intus) dell’altro, un favorire un palesarsi di quell’intus ad entrambi i dialoganti, entro una postura esistenziale che accoglie con serietà e rigore la parola dell’altro, perché in tale parole viene riconosciuto e rispettato ‘il suo essere’, e per lo meno, il suo essere-così; bene qualcosa di tutto questo, come psicoterapeuti, sappiamo e vediamo accadere dentro ogni buona relazione terapeutica. Ove l’asimmetria dei saperi non implica una asimmetria dei poteri, perché entrambi i ‘dialoganti’ si ri-conoscono uomini/donne che abbisognano di capire e capirsi. Di com-prendersi.

            Ci aspetteremmo, alla luce di tutto questo ‘dialogare per ascolto’ e questo 'ascolto per dialogare’ – che, come abbiamo visto, trova riscontro anche in autorevoli parole papali – ci aspetteremmo un atteggiamento coerente proprio nel Documento della Congregazione. Tanto più che è in gioco quel ‘gravissimum educationis’ che, sotto forma di ‘emergenza educativa’, impegna oggi ogni agenzia privata e/o pubblica che abbia a cuore la formazione dell’uomo e del cittadino.

            Orbene, tale coerenza subito pare svanire a partire dall’Introduzione del documento, laddove si nota e denuncia come, in riferimento “ai temi dell’affettività e della sessualità … in molti casi vengono strutturati percorsi educativi che [qui il documento cita un passo del Discorso ai membri del Corpo diplomatico, tenuto da Benedetto XVI nel gennaio del 2001] “trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono una antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”’. E si prosegue asserendo come la Chiesa si trovi ad impostare la propria ‘missione educativa’ nella forma di una sfida che, per quanto attiene al contesto affettivo e sessuale, trova come ‘avversario’ “una ideologia, genericamente chiamata gender che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna… [una ideologia] che prospetta una società senza differenze di sesso e svuota la base antropologica della famiglia”. Non solo, la forza e la pervasività di tale ideologia del gender sarebbe tale  da indurre [e qui siamo alla citazione di passi tratti dalla Amoris Laetitia di Bergoglio!] la costruzione di “progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale [N.B.] e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina”… così che “l’identità umana viene consegnata a un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo”.

            Che dire di siffatto incipit?  Molto, se ci potessimo consentire una analisi in/di dettaglio. Abbastanza e sinteticamente, limitandoci ai nostri obiettivi ‘introduttivi’ ad una analisi che ci impegnerà ancora.

            E quindi: È falso – e chi scrive ha alle spalle una attività più che ventennale di lavoro professionale sia nella formazione di psicologi e insegnanti alla psicologia dell’educazione affettivo-sessuale che di interventi diretti con adolescenti di scuole medie e superiori – che lo Stato promuova “strutturati percorsi” su queste tematiche e che tali percorsi, ‘presunti neutri’ promuovano ‘una antropologia contraria alla fede e alla retta ragione’.

            Ed è falso per due differenti ragioni: la prima, è che, a partire dall’affossamento (1994: governo Amato!) dell’unica e ultima proposta di tentativo di introduzione nella scuola italiana di percorsi di ‘educazione alla affettività’, lo Stato e tutti i governi da allora succedutisi hanno brillato per latitanza e sudditanza alle pressioni della gerarchia cattolica e dei suoi diluiti ‘rappresentanti oltretevere’; così che quel poco che si è fatto, si è fatto per generosa disponibilità di presidi, di associazioni di genitori e di (pochi purtroppo) psicologi privati e qualche unità ASSL!!!

            La seconda ragione è che tali percorsi – anche per l’esiguità delle ore a disposizione – si sono ampiamente caratterizzati per un taglio, da un lato, informativo-descrittivo delle dinamiche bio-psico-sociali che strutturano l’affettività e la sessualità umana; dall’altro perché l’orizzonte teorico e metodologico di riferimento è stato nella stragrande maggioranza dei casi quello – empirico – delle discipline biologiche e soprattutto psicologiche. E questo nel rispetto assoluto dell’autonomia dei piani valoriali degli utenti e delle loro famiglie – sempre coinvolte nella conoscenza e nell’assenso (o eventuale, raro, dissenso) alle proposte avanzate da psicologi e personale ASSL.

            Il fatto è – ed questo l’Hic Rhodus del Documento – che il rispetto dell’autonomia valoriale e quindi della specifica dimensione etica insita nelle scelte attinenti alla vita sessuale e affettiva di pre-adolescenti, adolescenti, giovani adulti (e anche di genitori: non di rado ho avuto il piacere di intrattenere proprio con loro incontri e conferenze sulla fenomenologia della vita sessuale!) viene dalla Congregazione (e dalla Chiesa tutta) visto con sospetto, diffidenza e dissenso teoretico. Meglio: dogmatico. Si perché, vincolante per la Chiesa, è che ogni discorso sulla sessualità umana debba essere rapportato sistematicamente alla ‘visione e concezione della persona umana” quindi ad una macro-teoria antropologica. In breve, deve sempre e sistematicamente essere connesso ad un impianto etico-morale, a principi fondamentali. Teoreticamente: ad una precisa metafisica. Il semplice pretendere di non fare riferimento a tutto ciò è già indice di uno scivolamento relativistico e implicitamente anti-cristiano. Come mi disse un docente di religione, con l’efficacia che solo i parroci ruspanti, alla don Camillo hanno [e che oggi trova riscontro in Padre Livio di Radio Maria], uno psicologo “non può parlare di sesso, di amore, di procreazione se non partendo dal peccato originale, dalla condizione decaduta dell’uomo e dal senso del peccato”. Al mio far notare al buon parroco e insegnante di religione che questo modo di parlare è perfettamente legittimo dentro un discorso di fede e che quindi può trovare il suo spazio più adeguato in un contesto religioso (parrocchiale e non) o persino dentro l’ora di religione se e quando si vuole parlare della morale sessuale dal punto di vista cattolico, mi sentii rispondere [correva l’anno 2008] che la Chiesa, in quanto Maestra amorevole, ispirata da Dio, non può rimanere neutra quando si parla dell’uomo prescindendo dalla sua creaturalità e quando si dicono cose che vanno contro la legge morale di natura, iscritta nell’anima di ciascuno e che ogni uomo retto sa e riconosce”. Rammento ancora il tono intenso e partecipato delle parole del buon parroco (laureato in filosofia) e la sua sicurezza dottrinale oltre che il suo pathos pastorale.

Mi resi conto che, a suo modo, aveva ragione: non è tollerabile, per chi possiede la Verità, che questa venga metodologicamente posta tra parentesi e non assunta come punto di partenza per ogni discorso sull’uomo. Si tratterebbe di un vero scandalo. Ma, e questo mi permisi di farlo notare al parroco-insegnante, questo è lo scandalo della libertà di pensiero. In forza della quale il credente è tutelato appieno nelle scelte valoriali fondamentali e fondanti il suo senso esistenziale. Ed è giusto che il credente sia fedele… alla sua fede. Ma sarebbe del tutto inconcepibile che uno psicologo parlasse della sessualità umana partendo dalla creaturalità dell’uomo, dalla sua condizione dannata se priva/ta del messaggio cristiano, dalla sua visione della sessualità vincolata moralmente dalla coniugalità e dalla necessaria apertura alla fecondità ecc. e sarebbe inconcepibile e anti-deontologico per tre ragioni fondamentali: a) anzitutto, perché il suo è un sapere ad intenzionalità scientifica, perciò consapevole del suo doversi fondare empiricamente e attraverso un dialogo argomentativo e consensuale tra specialisti; b) perché tale sapere è un sapere umile, che non ha la pretesa di essere risposta a quesiti di natura metafisica o di etica fondamentale: tali quesiti vengono infatti, nella ricerca e nella pratica clinica, metodologicamente ‘rinviati’ alla coscienza e alla cultura del paziente; c) infine, perché trattandosi, nel caso delle assunzioni circa la creaturalità, il peccato mortale, il vincolo coniugale come condizione della pratica sessuale ecc, di assunzioni per assenso di/per fede, esse impedirebbero un reale dialogo giacché questo implicherebbe un preliminare dibattito sulla ragionevolezza di tale assenso, nonché dell’assenso per fede di… qualsiasi altra fede.

             E, del resto, come è possibile impostare quel dialogo “per ascolto”, poc’anzi tratteggiato usando le parole del Papa Emerito, se la premessa di qualsiasi discorso sulla sessualità umana richiede l’accettazione “dell’esistenza di un dono originario che ci precede ed è costitutivo della nostra identità personale?” (p.9)

            Parimenti, come è possibile chiedere all’interlocutore con tono tassativo – entro un percorso dialogico tra prospettive differenti – che si riconosca che “in quanto ordine specifico dell’esistenza, che resta in evidente [sic!] rapporto con la Causa prima, con Dio creatore, l’ordine della natura non è più un ordine biologico”? (p.12 – qui il riferimento è ad “Amore e responsabilità. Morale sessuale e vita interpersonale” di K. Wojtila, Casale Monferrato, 2008!).

            Vedo che dopo 11 anni, la Chiesa non ha fatto passi avanti. Pretende un dialogo a patto che la sua antropologia sia riconosciuta, di fatto o implicitamente, come vera o l’unica. Anzi, come l’unica veramente e rettamente razionale. Già perché si pretende depositaria anche della ‘retta ragione’. Un po’ come una vecchia sinistra si riteneva giudice dei ‘veri e sinceri democratici’.

            Ci pare che siffatto atteggiamento – intellettuale e relazionale – sia un classico esempio di vera mancanza di rispetto. Se, con tale termine, come rammentato da Monsignor Galantino sul Domenicale del Sole24 ore del 13 ottobre u.s., dobbiamo intendere quella ‘dimensione orizzontale [nel dialogo] che si fonda sulla uguale dignità delle persone… e sul bisogno di doversi prendere il tempo per accorgersi degli altri, per conoscere chi o cosa si ha di fronte, cosa pensa e cosa di conseguenza ci domanda. E’ questa la prima forma di rispetto da esercitare. Non solo nei confronti della persona fisica, ma anche nei confronti dei suoi diritti e dei suoi sentimenti… che valgono quanto i miei”.

            Ma il luogo ove il sentiero del dialogo (e del rispetto) si fa più tortuoso e accidentato è quello in cui il documento tratteggia denunciandola e criticandola aspramente la teoria/ideologia del gender. E, si noti bene, qui la tortuosità non risiede tanto nel fatto che la Congregazione per l’educazione cattolica si opponga a ideologie che – come già riportato all’inizio -“negano la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna… che prospettano una società senza differenze di sesso … che svuotano la base antropologica della famiglia… ecc”. Quanto nel fatto – del resto già ben denunciato più volte dall’Ordine degli psicologi – che teorie… del ‘genere’ paiono essere più la costruzione di un falso bersaglio o ‘nemico’ contro cui muovere ovvie condanne o sensati dissensi… allo scopo di non confrontarsi con le acquisizioni più interessanti e culturalmente emancipative, nonché scientificamente ben corroborate, che le discipline psicologiche e sociologiche (ma anche bio-genetiche) sono venute definendo grazie allo stimolo veramente rivoluzionario dei gender studies di matrice americana del periodo fine anni ’60-'70.

            Acquisizioni concernenti a) non l’inafferenza del biologico (del corpo sessuato) allo psicologico (campo dell’identità personale) bensì l’impatto strutturale che le differenze di genere indotte socio-culturalmente hanno proprio sui processi (consci e non) intrapsichici e interpsichici di costruzione del soggettivo percepirsi come uomini e donne; b) concernenti quindi il darsi di evidenze (questa volta ad altissimo tasso corroborativo) di come il maschile e il femminile, tanto come categorie concettuali, quanto come vissuti soggettivi, pur connessi al dato biologico (al SEX), ci parlino molto di più dei commenti socioculturali e di potere che gli uomini (in quanto maschi) hanno prodotto sulle donne. Con conseguenze oppressive e di vera e propria adulterazione dei processi di costruzione della personalità della donna; c) concernenti, “infine”, il carattere di variabile naturale – i.e. non patologica – dell’omosessualità in quanto orientamento affettivo-sessuale e la piena legittimazione dell’amore omosessuale come amore maturo, oblativo e niente affatto narcisistico – e, in ogni caso, passibile di distorsioni immature, egocentriche e narcisistiche nello stesso modo e misura reperibile nell’amore eterosessuale.

            Per fare solo un piccolo sintomatico esempio di cosa abbiano permesso di capire meglio della natura e della complessità fenomenologica che struttura le differenze tra ‘uomini’ e ‘donne’, vogliamo solo citare, traendolo da un pregevole lavoro di Laura Ronchetti[4], il caso di una posizione che l’On. Aldo Moro tenne l’8 ottobre 1946, nella Prima sottocommissione della Commissione per la Costituzione. Quindi in un luogo e in un momento di grande tensione morale e culturale del Paese. Bene, l’On. Moro(in ciò sostenuto dal collega Ottavio Mastrojanni) si batté perché la “funzione familiare” delle donne lavoratrici venisse definita “essenziale”: ovvero costitutiva della donna, dell’essere donna, ovvero ancora tale da essere assunta come vincolo biologico e naturale della donna proprio in quanto donna. A sostegno di questa tesi, cioè dell’essenzialità della funzione familiare della donna”, il collega Mastrojanni osserva che “il fenomeno dilagante dell’attività della donna nel campo sociale e politico, come nel campo del lavoro comune, ha portato come conseguenza l’indebolimento della compagine familiare e dell’educazione dei figli…”, mentre “la funzione naturale [n.b.] della donna è quella che la natura le ha attribuito, comprendente non solo la procreazione, ma anche la difesa [sic!] e l’educazione dei figli”. Per l’on. Mastrojanni, togliere quell’”essenziale” comporterebbe “ammettere il principio che si possa anteporre alla funzione naturale biologica della donna, la funzione economica e sociale”. Per questo, prosegue l’Onorevole, “la parola essenziale ha un significato dal quale non si può prescindere, nel senso che si deve ritenere che la donna rimanga quanto è più possibile nella sua funzione naturale, e che il resto della sua attività nella vita pubblica e lavorativa sia considerato come accessorie e non come essenziali” (p.144)

            Siamo certi che, leggendo queste parole, qualsiasi giovane donna italiana rimarrebbe allibita e, forse, anche offesa. Sarebbe però un errore ritenere che si tratti di ‘acqua passata’. Nella posizione [cattolica] di Moro e Mastrojanni non si riflette solo una ‘mentalità datata’, ma una forma mentis concettualmente ben strutturata implicante una modalità di ‘ragionare’ sulle cose umane – in questo caso, su quelle ‘cose umanissime’ che sono, dovrebbero essere, le qualità costitutive dell’essere donna – che pretende basarsi su verità assolute, e assolute de-finizioni dell’altro (dell’altra) spacciate come ‘naturali’ ‘evidenti’ razionali’ ‘oggettive’, quando in realtà esprimono rapporti di potere, quindi violenti. Come violenta è la proclamazione della Verità sull’Altro.

            Si noti: qui non è in discussione il diritto della Chiesa cattolica di ritenersi portatrice di Verità, e quindi di discorsi ‘essenziali’. Semplicemente, si vuole sottolineare: a) come assumere tali Verità come premesse per un dialogo significa ‘barare’ o sabotare il dialogo; b) che, nel caso specifico, delle relazioni affettivo-sessuali tra uomini e donne (etero- o omosessuali), della natura e senso della funzione procreativa in relazione alle dinamiche erotico-affettive della vita sessuale, del carattere dinamico ed evolutivo dell’istituto famigliare, e dei nuovi legami affettivi, dell’omosessualità, della fecondazione assistita, della contraccezione e del suo significato umano e simbolico, ecc. Nel caso di queste problematiche, qualsiasi posizione che si ponga come essenzialistica non solo impedisce una fruttuosa collaborazione tra impostazioni e prospettive diverse, ma rischia di rimettere in gioco quelle dinamiche tanto inconsistenti e ridicole, quanto pericolose perché violente che abbiamo ‘rappresentato’ col piccolo paradigmatico esempio tratto da un dibattito costituzionale, peraltro tra persone serie e di indubbio onestà morale. Degne per questo, da parte di chi scrive, del massimo rispetto. Persone che, in nome di una assunzione equativa - tanto dogmatica quanto ingenua ed epistemologicamente inconsistente (o per lo meno, estremamente dubbia) - tra ordine biologico, naturale, razionale e divino (metafisicamente fondativo) venivano e (se si guarda ai vari movimenti ‘pro-famiglia’) vengono a spacciare come essenziale ciò che è storico, biologico ciò che è culturale, naturale ciò che è razionale.

            Forse è vero che Dio “li creò maschio e femmina”, forse fu il punto di partenza: altra cosa è stato ed però il divenire uomini e donne. Proprio sulla problematizzazione critica dei percorsi che portano un maschietto ed una femminuccia a diventare bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne; proprio sulla complessità psicologica, sociale e culturale che struttura tali percorsi; proprio sul loro esprimere una dialettica che non è solo affettivo-sessuale ma anche di potere, soprattutto del potere di definire l’essenza dell’altro; proprio su tutto questo hanno avuto ed hanno a che fare i gender studies che, da questo punto di vista, hanno rappresentato una rivoluzione copernicana nel modo non di definire ma di ragionare e riflettere sulla fenomenologia dei vissuti, dei comportamenti, degli orientamenti e delle (costruzione delle) identità sessuali.

            E’ chiedere troppo alla Congregazione di confrontarsi con questa impostazione metodologica che invita a porre tra parentesi pre-assunzioni ‘assolute’ di qualsiasi natura esse siano?

            Non sarebbe questo un modo, anzi una occasione – auspicata recentemente e autorevolmente anche da Charles Taylor (di certo non sospettabile di anticlericalismo e irreligiosità)[5] - perché “il pluralismo …possa diventare per i cristiani un invito ad ascoltare e a collaborare con gli altri”?[6] (cfr. Il Foglio del 9 novembre u.s.)

            Ed è chiedere troppo quindi di confrontarsi con i dati e le elaborazioni cliniche provenienti dalle ricerche psicologiche, psicoanalitiche, socio-culturali che trattano della fenomenologia della sessualità umana e che nulla hanno a che vedere con una generica quanto inconsistente e fantasmatica ideologia del gender?

           


                        [1] Ci riferiamo a J. Ratzinger: Natura e compito della teologia, Jaka Boo, Milano,  2018 (4^ed), p.34

                        [2] Ivi, p. 35
                        [3] Ivi., p.36
                        [4] Laura Ronchetti: Genere e genere di famiglia, in Questione Giustizia, 2/2019, pp. 142-15
                        [5] Basti rammentare qui  il suo Disagio della modernità, Laterza 1999 o, il capolavoro de ‘L'età secolare, 2009, Feltrinelli!
                        [6] Va detto che Taylor auspica un pluralismo prevalentemente interno a tutte le forme di sensibilità religiosa, non necessariamente istituzionalizzate. Questo implica, però, il carattere plurale e non monolito dei percorsi verso il vero!