LA POSTA DEL CUORE a cura di Michela Pagarini 

 

Sentimenti, sesso e relazioni fra donne

Michela Pagarini, classe 76, milanese d’adozione, lesbica vegetariana, femminista e appassionata di comunicazione web e social media.

Vivo una bella storia, fatta di comunanza di passioni e valori, insieme passiamo del tempo sereno e buono. Però il sesso è tiepido. E’ stato così fin dall’inizio o quasi: prima credevo che sarebbe migliorato col tempo, adesso penso che, semplicemente, non è nei nostri massimi punti di incontro. Al momento non è un gran problema, ma temo lo possa diventare, per me o per lei.

Che si fa in questi casi? A.

 

“In futuro” ci sono mine che non esplodono mai, pur avendo della mina sia l’aspetto che la carica esplosiva. Viceversa, a volte diventano un problema cose semplici, abitudini che all’inizio facevano sorridere tipo come una persona mastica o parla, o quei due o tre argomenti su cui non si è mai andati d’accordo, ma che piano piano invece di diventare normalità si ingigantiscono fino a diventare la peggior rappresentanza della persona amata.

Tutto per dire che, di solito, i problemi fra due persone sono solo delle differenze, ma messe su un piano ostile.

 

Ho visto coppie scherzare insieme su cose che per me sarebbero stati peccati mortali e altre farsi a pezzi su stupidaggini così infinitesimali che ci sarebbe stato da ridere, se non ci fosse stato da piangere. Angela è una mia amica, ed è riuscita a raccontarmi ridendo che Claudia, la ex con cui è stata 15 anni, per tutto quel tempo le ha fatto mangiare tacchino dicendole che era pollo, solo per dimostrare che in realtà il suo desiderio di non mangiare pollo era immotivato. Per me l’episodio avrebbe meritato di scatenare l’inferno in terra nei secoli, per Angela è solo “una delle tante nevrosi della Chicca, che è un tantino controllante e manipolatoria, ma solo perchè va in ansia con poco e si autogestisce così”.

 

Laura e Cinzia, che stanno insieme da 8 anni, si sono lasciate tre volte sempre per lo stesso motivo: chi parcheggia quando tornano dalla spesa del sabato. Per Laura la priorità è il cibo, che andrebbe scaricato subito e sistemato insieme, occupandosi in un secondo momento dell’auto, che tranquillamente nel frattempo potrebbe godere di un parcheggio provvisorio. Cinzia sostiene invece che l’auto vada sistemata subito al fine di non fare soste da persone incivili, che si sente più tranquilla quando la macchina è in garage e che, una volta salita in casa, non ama dover scendere per occuparsi del parcheggio. Sembrerà una stupidaggine, ma nel corso degli anni le ho viste fare le valigie tre volte per una lite partita da qui, perché ognuna di loro, nella scala delle priorità dell’altra, vede ben altro. Una si sente amata meno di una semplice auto, l’altra si sente prevaricata anche nei piccoli gesti quotidiani, e questi bisogni emergono bene ogni volta che discutono di questo argomento (in genere durante le cene del week end con le amiche), senza peraltro arrivare mai a una soluzione che non sia una porta sbattuta teatralmente o una riappacificazione altrettanto ricca di pathos.

 

Insomma il sesso, come le altre componenti di una relazione, ha l’importanza che gli si dà, in base ai bisogni di entrambe. Potrebbe non essere mai un problema, perché magari non lo è ora e non lo diventerà, oppure potrebbe essere un tarletto che ingrassa rosicchiando certezze, e prima o poi farà crollare tutto. Mi concedo a questo punto una domanda banale, che a volte aiuta: perché non ne parli con lei? Mi rendo conto che nominare la tiepidità dell’eros di coppia possa essere un po’ faticoso, ma è la miglior chance che hai per scoprire se sei seduta su una polveriera o se ti stai preoccupando inutilmente. In entrambi i casi non credi sarebbe bello saperlo subito?

 

Michela Pagarini

Io e lei: colpo di fulmine due anni fa, passione pazzesca che piano piano è diventata amore. Tutto perfetto fino a qualche settimana fa, quando il medico ci ha detto che lei potrebbe avere una malattia degenerativa, abbastanza lenta ma… Non so che fare, e ho paura di tutto: di non riuscire a starci, di perderla, di non essere abbastanza forte, di ammalarmi anche io, di non capire niente, soprattutto di non capire lei, che non ne vuole parlare.

Ieri mi ha chiamata la mia amica Claudia, e ha aperto la telefonata così "ciao, siccome non possiamo condividere solo le brutte notizie, ti chiamo per dartene una bella, Franci ha un tumore".

Momento di straniamento, sospensione, poi sollievo. In effetti è una buona notizia, dalle informazioni che avevamo sembrava essere una forma molto aggressiva, con probabilità alte di metastasi già a spasso nel corpo sportivo di Franci, amica bionda e ridanciana. Invece è "solo" un tumore, modello base. Ci consoliamo così, con la migliore notizia che potessimo sperare in questo caso, il peggio pare esserci stato risparmiato e questo esorcizza la paura. Franci non sa che noi sappiamo e non vuole assolutamente che se ne parli. Ovviamente il segreto non c’è, il giro di amiche più strette è stato avvisato da Claudia – la fidanzata di sempre - che ci tiene aggiornate. Noi manteniamo il silenzio, in attesa del momento in cui Francesca avrà desiderio di condividere questo momento con noi.

Lory è la ex di una mia ex. Ha un buon lavoro, è benestante, parla due lingue, ama gli animali e il cinema, e nella vita ha fatto più o meno tutto quello che ha voluto. Da quando io la conosco, ovvero circa dieci anni, è ipocondriaca e tende alla depressione, il che significa che passa molto tempo a guardare fuori dalla finestra pensando a quando morirà, o a chiedersi che senso abbia vivere così, laddove per così si riferisce al tempo che passa lento e alle giornate che per lei hanno poco senso, trascorse immersa in un’aspettativa di felicità che – dice lei – le sfugge da sempre.

Claudia 50 anni, fotografa e Stefania 41 anni, infermiera: si sono lasciate da poco. Sembrava un grande amore e probabilmente lo è stato, almeno finché è durato. Ovvero appena prima di arrendersi agli occhi azzurri della cartolaia che ha il negozio sotto casa di Claudia, che dice di aver perso la testa in maniera improvvisa e imprevedibile. Secondo Stefania invece, che vive combattendo da due anni con una malattia rara, il grande amore non ha retto il peso dell’ospedale, più che la cartolaia. E d'altronde, aggiunge, "pure io in tempi diversi sarei andata in negozio e le avrei appiccicato in faccia tutti i suoi post it del cavolo, perché quando sei cornuta una scenata la puoi fare di diritto. Ma ho altro a cui pensare adesso, quando non sai se la tua vita sarà lunga quanto credevi, tutto il resto passa in secondo piano. Anche il grande amore che, diciamocelo, se grande fosse stato davvero, magari avrebbe retto", conclude Stefania, serafica di natura e da due anni di più.

Ti racconto di queste tre donne che mi sono vicine, per dirti che la malattia, quella grave, quella che fa paura, quella che pensi “perché proprio a me”, non è l’eccezione che ci hanno raccontato, anzi. E’ una realtà quotidiana che ci riguarda tutti. Guardati intorno e fai qualche domanda, e scoprirai che quasi nessuna delle persone che conosci non sta vivendo un’esperienza a tema, direttamente o nel cerchio più stretto degli affetti. Però, chissà perché, se ne parla poco e si condivide ancora meno, col risultato che ognuno si sente un po’ più solo, un po’ più sfortunato della media.
In ogni caso, le reazioni e i comportamenti non dipendono dalla gravità della diagnosi, ma dalle singole personalità, dalla visione che ognuno ha della vita intera, dal modo in cui individualmente si tende a vedere le cose e a reagire al mondo.

Tutto per dire che tu non poni domande e io non ti offro risposte, che sarebbero comunque improbabili dato il tema, solo vorrei dirti che, se ci sono modi diversi di affrontare un problema, vuol dire che non c’è un solo modo di accoglierlo. Di certo la vita in condizioni di allarme o dolore diventa più dura, ma è vero anche che si sfrondano tante piccole cose inutili che in condizioni di normalità rubano e danneggiano il tempo, e improvvisamente tutto può diventare più chiaro, priorità e scale di valori in primis.

Una persona malata è “soltanto” una persona malata, ovvero qualcuno che ha poco tempo da buttare in giochi o dinamiche poco funzionali al benessere personale e di coppia. Questo forse può servirti come linea di base: dove sei tu rispetto a questo? Se su questo punto non ci sei in maniera forte e chiara, allora forse la cosa buona che puoi fare per entrambe è non mentirti e lasciar perdere, o almeno non assumerti un ruolo che non sei sicura di volere o poter gestire.
Se invece anche tu sei sulla linea, e ti senti di volerci rimanere, allora il resto puoi ragionevolmente pensare di affrontarlo.
L’amore non può tutto, ma può molto.

Ciao, ho una storia con una donna bella, intelligente e sexy. Un po’ etero, però. Dico “un po’ “ perché quando sta con me non è etero per niente, ma nel resto della sua vita sì. Lei dice di non aver bisogno di etichette e che se stiamo bene insieme il resto non conta. Tutto vero, però c’è qualcosa che mi manca.

Ely 82

 

Su questo argomento ho un esempio perfetto. Ne ho vari, di esempi perfetti, a dire la verità.

Perché “la etero” è una delle possibili sciagure che possono capitare a una lesbica, diciamo più probabile che possibile.

Non che tutte le etero siano sciagure, intendiamoci.

La storia abbonda di episodi di donne che, dopo aver incontrato una lesbica, si sono tranquillamente assunte quell’identità per lunghi o brevi periodi, vivendosi con serenità per il tempo che è durata, o per il resto della loro vita. Altrettante sono le storie di “etero oneste” che, pur rimanendo tali, hanno condiviso con noi momenti di scambio, con reciproca soddisfazione, tornando poi ognuna al proprio mondo di riferimento senza drammi né traumi.

 Mi riferisco invece alle appartenenti di una terza categoria, le “vorrei ma non posso”, che per alcune lesbiche sono una vera calamità emotiva perché, sospetto, riattivano dinamiche antiche dalle quali è difficile uscire.

 

Sono le donne del “ah, se solo tu fossi un uomo saresti perfetta”. Ma anche quelle del “ti amo, ma voglio una progettualità che includa un marito e dei figli”, o anche “non voglio etichettarmi, sono una persona, tu mi chiedi troppo, ti amo ma non me la sento”,e via così.

Quante lesbiche valorose cadute su quel campo di battaglia!

 

Ho una giovane amica che cerca di riemergere dal suo eterodramma da almeno un anno, molto coinvolta dalla vicina di scrivania, una sexy collega assai flessibile riguardo il proprio orientamento sessuale. Ovvero, quando sta con Gaia nessun problema, quando sta da sola, esce con uomini. Nell’idea, credo io, che una storia con una donna, se non sei lesbica, non debba prevedere nulla di troppo impegnativo.

“Ce la posso fare, giuro” mi ha detto Gaia una delle prime volte che ne abbiamo parlato. “Alla fine ha ragione lei, non posso costringerla ad essere ciò che non è, devo rispettare i suoi tempi e non posso aspettarmi che lei faccia il mio stesso percorso, soprattutto perché lei non è come noi”.

La ascoltavo con il cuore in mano pensando che, chissà perché, questo nodo prima o poi tocca a tutte.

Sarà il fascino discreto dell’ambiguità, o quel gusto sottile per le sfide ardite. O sarà l’antica voce della mamma che a molte di noi ha detto “ti amo, però…”, fatto sta che non serve a niente saperlo, tocca sbatterci la faccia almeno una volta.

 

Perché, quando due esigenze amorose non combaciano, c’è poco da fare, non va.

Ma quando la cosa che non va è quel “piccolo dettaglio” costituito dall’eterosessualità di una delle due, invece che cedere subito le armi, si entra nel tunnel della comprensione. Si cercano di capire le dinamiche interiori di una donna che dice di amarci ma anche di desiderare un uomo, si prova a digerire una dichiarazione di desiderio “nonostante” il nostro essere donne, si prova con tutte le forze ad autoconvincerci della sua visione, ovvero che la nostra sia una posizione di forza. Cosa ne sappiamo noi, risolte e definite, senza dubbi di identità, di ciò che vivono loro, attanagliate da quel dilemma?

 

Alla fine, sarà perché sono un po’ quadrata o perché sono da sempre per la salvaguardia della lesbica, ma a me la questione sembra semplice.

Non è facile definirsi lesbiche, è un’identità che ci si assume alla fine di un percorso che ha richiesto molte scelte, soprattutto di rinuncia. Per esempio la rinuncia alla protezione sociale che ancora oggi un uomo ti può dare. Ma anche la rinuncia all’approvazione della famiglia d’origine, per un tempo indefinito che a volte si prolunga oltre la decenza, o la rinuncia a una vita tranquilla fatta di una possibilità progettuale a due legalmente riconosciuta. Ma anche a piccole cose, che però per chi ci crede sono grandi, come la nonna che cinguetta “ma che bella cooooppia”, al vestito bianco per chi l’ha sognato da piccola, all’essere invitate ovunque senza imbarazzi, alla libertà di prenotare una camera matrimoniale in hotel senza dover passare alla scanner dell’addetta alla reception. Fino, naturalmente, alla possibilità di darsi un bacio per strada senza avere problemi o paura. Insomma la libertà e l’interezza si pagano, privazioni che prima o poi si recuperano, ma mai fino in fondo.

 

Quindi, cara Ely, se vuoi goditi il pathos della storia d’amore eterotravagliata, ma cerca di tenere alta la guardia su quel tuo bel “però” finale, che è pieno di quell’istinto vitale che nel vivere lesbico spesso diventa flebile ma non ci abbandona mai.

Può darsi che le etichette a lei non servano, ma forse a te sì. Può darsi che il resto della sua vita non ti riguardi, ma magari per te è importante, facciamo finta di credere che quando ci si ama il resto non conti, ma da qualche parte sappiamo che non è vero fino in fondo.

A volte, nel tentativo di rispettare i bisogni altrui, bypassiamo i nostri, ci hanno educate così.

 

Non possiamo sapere chi sia lei, e temo tu non abbia nessun potere sulle scelte, al massimo alcuni tuoi comportamenti potranno prolungare o meno alcune situazioni.

Ma chi sei tu, cosa ti è costato arrivare alla te di oggi, cosa c’è nei tuoi sogni, di cosa hai bisogno per essere felice? Queste sono tutte cose che sai.

Take care.

 

Michela Pagarini

michela.pagarini@gmail.com

Trans si nasce o si può anche diventarlo successivamente? La mia compagna vuole cominciare a prendere gli ormoni. Io naturalmente la sostengo, ma…   F.'82                                                                                             

Andrebbe chiesto a una persona trans, penso, ma non è detto che tutte ti darebbero la stessa risposta. Ma se, invece che parlare di lei, parlassimo di te? Amare una persona in transizione significa condividere un percorso che è una scelta diretta soltanto per una delle due.

 

Un pomeriggio fra signore: da dieci anni è uno dei giochi preferiti fra me e la mia amica Sofia, donna di grande intelligenza e capacità di divertimento, poliamorosa di lungo corso nonchè cuoca provetta e lettrice instancabile. Ci troviamo a casa dell’una o dell’altra, tavola imbandita con biscotti e pasticcini e cominciamo a pettegolare di tutto e tutte, bevendo caffè e fumando come due ricche viziose, o almeno così ci piace immaginarci.

Le nostre conversazioni spaziano e dal gossip più sfizioso passiamo con agio ai grandi temi politico-filosofici, fino ad arrivare alle nostre vite intime e relazionali.

Durante uno degli ultimi incontri, riferendosi al maschio T con cui ha una relazione (T sta per trans, ovvero in questo caso una persona nata donna in transizione verso il maschile, in misura e con destinazione ancora da stabilirsi), mi stava raccontando di un dialogo dove emergevano alcune dinamiche relazionali sulle quali voleva un confronto.

 

Come ho potuto notare anche dai racconti di altre amiche con una storia con una persona T, la soglia di attenzione sull’altr* - soprattutto all’inizio - è sempre  altissima, e applicata ad ogni scambio relazionale. Imparare a rivolgersi al maschile (o al femminile) a una persona a cui fino al giorno prima si era riservato il genere linguistico opposto non è semplicissimo, e la disforia di genere ha oscillazioni ampie, certi giorni ci si scherza su e certi altri è una ferita aperta che sanguina solo a nominarla. Stare con una persona che ce l’ha, significa stare con qualcun* “senza pelle”, mi sembra di capire, e questo ha dei pregi e dei costi.

Sofia è molto coinvolta da questa nuova passione, mi racconta con apprensione ed empatia i passaggi della transizione passati e futuri, il percorso privato e quello sociale, la famiglia che fa resistenza a capire una figlia che diventa figlio, il dolore di lui per i genitori che stentano ad accettarlo.

 

Io ascolto e non mi abbandona un senso di “comprensione relativa”, che attribuisco un po’ ai pregiudizi che so di avere, e un po’ al mio essere sostanzialmente una vecchia lesbica separatista, che si irrigidisce quando sente parlare di maschi, siano essi T o meno.

 

Alla fine, però, capisco qual è il mio problema. Sofia, la “mia” Sofia, compagna decennale di Pride e di altre piazze, lesbica di lungo corso senza se e senza ma, mi è diventata etero.

Cioè lei forse etero no, ma certo è che parla di uno dei suoi amori chiamandolo Lui. Sparito il linguaggio sessuato così faticosamente conquistato, si torna al  maschile neutro che tutto ingloba. Addio “quanto siamo state bene” e benvenuto “che bello quando ci siamo visti”.

Che ne è di tutte le riflessioni, delle lotte per la consapevolezza, degli sforzi immani per dirsi, e dirsi bene in quanto donne e lesbiche, senza paura né remore?

Tutto annullato, o era tutto inutile?

Mi viene una vertigine.

La guardo, felice e contenta, con l’entusiasmo suo tipico che mette in tutto quel che fa, lanciata a passo spedito sulla luminosa strada del Queer. Per lei, quella T fa la differenza, mi dice. Maschio è maschio, non c’è ombra di dubbio. Ma è un maschio T, e questo cambia tutto.

 

Ha dieci anni più di me ma io mi sento sua nonna, per me che sono abituata a ragionare in ottica al massimo bidirezionale, la sua flessibilità è sconcerto puro. Sono io che ho uno schema rigido in testa? Sono tradizionalista, attaccata a etichette desuete, incapace di pensare oltre e ad altro che la mia piccola, rassicurante identità?

La sua “eterosessualità T” è un ricalco di schemi tradizionali eteropatriarcali, o ad esserlo sono invece io, con il mio bisogno di definizioni che non sconfinino?

Non riesco a trovare la sponda e concludo che forse non c’è.

Sto cercando di imparare a ragionare per differenze invece che per diversità, credo e spero che questo sistemerà tutto.

Il progetto editoriale è concepito per una divulgazione agile, aggiornata e aperta al dibattito sulle culture di genere e altro.

Diretto da Giuditta PietisuiGeneris, magazine nato nel 2014, è strumento di informazione e diffusione di cultura psico-sociale negli scenari della ricerca sulle nuove soggettività. 

@2015 suiGeneris - www.suigenerismagazine.com

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