CREDO NE INTELLIGAM.

Osservazioni psicoanalitiche a proposito di un recente contributo del Papa Emerito sugli abusi sessuali nella Chiesa.

Ivano Lanzini

Psicologo, epistemologo, psicoanalista

                Tra il 21 e il 24 febbraio u.s. i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo si sono riuniti, su impulso di Papa Francesco, “per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori”. A questa riunione Benedetto XVI – sue sono le parole riportate poco sopra – ha dato un contributo mediante un lavoro scritto, concepito per essere poi pubblicato su Klerusblatt, un periodico bavarese destinato soprattutto a sacerdoti.

                Abbiamo letto con attenzione, fiducia  e simpatia intellettuale la decina di cartelle del contributo papale per due ragioni fondamentali: anzitutto, per l’indubbia statura culturale dell’ex Pontefice sia in campo teologico che filosofico, inoltre perché dobbiamo proprio a Ratzinger l’aver dato l’avvio ad una riforma di parti del Diritto Canonico che hanno consentito una maggiore trasparenza e severità da parte della Chiesa nella ‘lotta’ (individuazione e denuncia) al fenomeno drammatico e tragicamente ubiquitario – vero ‘universalismo’ perverso -della pedofilia in ambito ecclesiastico.

                Ci aspettavamo quindi, con ragione, una ricognizione attenta e meditata, capace di dare una risposta più strutturata e puntuale alle cause di tale fenomeno – e non solo per lo ‘scandalo’ che ha portato, come riconosciuto con dolore e preoccupazione Benedetto XVI, non pochi cattolici e persino dei sacerdoti  ‘a mettere in discussione la fede nella Chiesa come tale’, ma anche e, più analiticamente, perché tale fenomeno pare collegarsi, più profondamente al modo in cui la Chiesa tratta l’intera problematica della sessualità del clero (vuoi in rapporto al problema del celibato e, soprattutto, al problema della ormai acclarata diffusa omosessualità in settori non marginali del Magistero: dal sacerdote ai vescovi).

                Ovviamente, non ci è qui possibile entrare nello specifico di tutti i passaggi entro cui si snoda  la riflessione di Benedetto XVI. Tantomeno di collocarci sul piano del suo merito stricto sensu teologico. Ci limiteremo ad esporre le ragioni che, per una lettura psicoanalitica – compiutamente laica, secondo il migliore spirito freudiano[1] - stanno a fondamento per un verso di una profonda delusione, dall’altro e più significativamente, della presa d’atto di come la ‘questione sessuale’: nei suoi aspetti teorici (psicologici, sociologici, antropologici) ed esistenziali (la concreta vita sessuale delle persone) rimanga una vera ‘pietra d’inciampo’ – la ‘pietra angolare’ che sorregge una impalcatura dogmatica incapace di un vero dialogo con i contributi delle scienze sociali e della cultura moderna nelle sue espressioni più alte e colte (e non nelle caricature che di essa cultura non pochi esponenti del Magistero amano fare, per la costruzione di un bersaglio facile … e inesistente!).

                Delusione: quando una Istituzione – e la Chiesa Cattolica è una delle massime espressioni dell’”Istituzionalità” – viene a scoprire al proprio interno l’esistenza di comportamenti, da parte di suoi membri collocati a tutti i livelli della gerarchia, di responsabilità e autorevolezza, che contraddicono gravemente e anzi pervertono alcuni dei principi morali fondanti la stessa ragion d’essere dell’Istituzione; e quando la stessa istituzione prende atto di come siffatti comportamenti siano stati occultati, facendo sì che i loro autori non solo non venissero individuati e puniti, ma potessero proseguire nella loro ‘carriera gerarchica’; ecco quando una Istituzione si trova di fronte a tutto questo …  non dovrebbe tentare di rintracciare le cause di un fenomeno così imponente, nel proprio sistema di funzionamento, nella logica di ‘selezione’ dei suoi membri e nei fondamenti o nelle falle culturali che hanno consentito il protrarsi nel tempo di siffatto fenomeno? E non dovrebbe, in ogni caso, cercare di comprendere bene e da vicino la natura del fenomeno? La sua qualità complessiva: psicologica, sociologica, antropologica, nonché  poi giuridica, etica e, in ultima istanza, ‘filosofica’ e, sì, in questo caso, anche teologica?

                Bene: negli “appunti” di benedetto XVII non c’è nulla di tutto questo. Nulla, intendo, che riguardi ‘il cosa-come-perché sia accaduto quello che è accaduto’  all’interno della Chiesa. Tutto è riportato sostanzialmente fuori. In quel fuori che è la società laica e la sua cultura laica. In quel fuori sociale e culturale che Benedetto colloca “nel ventennio 1960-1980” e che trova nel ’68 il suo apice più eclatante e vistoso.

                Cosa sarebbe successo in quel periodo? Tutto il ‘male’ possibile. O meglio, le premesse teoriche e pratiche, culturali e sociali, ‘politiche’ e ‘massmediali’ di un rovesciamento complessivo dei fondamenti oggettivi della morale – in primis di quella sessuale. “I criteri validi sino a quel momento [sino alle soglie degli anni Sessanta] in tema di sessualità sono venuti meno completamente….”. Ad introdurre questo sommovimento il Papa Emerito individua questi fattori: 1) “L’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità”; 2) l’esplosione di manifesti (per le strade, nei cinema, nelle scuole) e immagini in cui la sessualità veniva esposta in modi espliciti (ad esempio “persone completamente nude abbracciate strettamente”; 3) la teorizzazione di una “libertà sessuale intollerante di alcuna norma” – al punto che “la pedofilia è stata diagnosticata [sic!!!] come permessa e conveniente”. A seguito di questo clima complessivo, egemonico ecco allora il comparire fenomeni a ricaduta distruttiva per la Chiesa. Ecco l’elenco di questi nuovi fenomeni: a) il “collasso della teologia morale cattolica”, caratterizzato da un lato dall’abbandono pressoché totale della “opzione giusnaturalistica” in pro’ di una morale fondata “completamente sulla sola Bibbia”; in questo modo b) si arrivò alla tesi per cui la morale “dovesse essere definita solo in base agli scopi dell’agire umano … non poteva esserci [per questa impostazione etica] qualcosa di assolutamente buono né tantomeno… di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative”; c) il determinarsi quindi di un “processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale …[con] una radicalità come mai c’era stata” che ha prodotto una conseguente “dissoluzione dell’autorità della Chiesa in materia morale” la quale non poteva che “ripercuotersi nei diversi spazi di vita della Chiesa” stessa; 7) la comparsa “in diversi seminari di … club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari” – si arrivò al punto che un “vescovo giunse a mostrare ai seminaristi film pornografici” e che “in non pochi seminari, studenti sorpresi  a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio”.

                A seguito di quanti visto in 1-7, eccoci “finalmente” all’esplosione della “questione della pedofilia”, che, osserva il Papa emerito, diviene “scottante solo nella seconda metà degli anni ‘80”. Divenne “scottante”, ci permettiamo di aggiungere qui e subito, nel senso che divenne progressivamente pubblica, suscitando scandalo per quantità e qualità dei “chierici abusanti i minori”, e per l’aumento impressionante di evidenze documentali dell’esistenza di una sistematica copertura del fenomeno da parte di settori importantissimi della gerarchia cattolica. E/o della loro, non meno scandalosa, incapacità a farvi fronte con misure di prevenzione, protezione e tutela degli ‘abusati’ – tutti (e tutte) vittime di uno stupro fisico e morale ad altissimo impatto traumatico.

                Ora se, con pazienza, il lettore riconsiderasse attentamente l’articolata ricostruzione papale delle ‘cause’ del fenomeno della pedofilia nel clero si accorgerebbe:

  1. Che all’origine di tale fenomeno (cfr. 1-3) vi è un fattore prettamente culturale: il crollo dei “criteri validi in tema di sessualità” indotto da una cultura individualista, egoista, anarchica, tutta incentrata sull’esaltazione di un ‘diritto alla libertà totale’, ad una libertà, in ultima analisi, espressione del puro diritto al proprio piacere;

  2. Che proprio questa cultura soggettivistica e relativistica avrebbe infettato – per il tramite dei sistemi massmediali e per scelte politiche di governi laici – la stessa Chiesa, corrompendone teologi e vescovi, ovvero asservendoli ad una concezione non più cristiana della morale, in quanto sganciata da assi valoriali assoluti, perché così voluti da Dio, e perciò non negoziabili.

  3. Infine, che questo pervertimento della fede nella Chiesa sarebbe a sua volta all’origine del diffondersi dell’omosessualità [Papa Ratzinger ci rende noto che le stesse gerarchie cattoliche sapevano della comparsa addirittura di ‘club omosessuali’ nei seminari] tra novizi, sacerdoti e vescovi. E, infine, sarebbe causa della perversione pedofila.

Bene, se ora, alla luce di a+b+c tentiamo di rispondere al quesito che il papa stesso, nella parte conclusiva e propositiva del suo contributo papale, riassume con queste parole: “Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere?”, non possiamo che concordare con la risposta dello stesso Papa che dice “In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio”, e quindi nella mancanza di fede, o in un suo gravissimo indebolimento. Palesato perfino dal fatto che “noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare [più] di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica”.

E’ questo il tragico ‘effetto finale’ di una cultura e di una società, quella Europea e Occidentale,  “…. Dove Dio stesso viene visto come affare di partito, di un piccolo gruppo e non può più essere assunto [qui il Papa fa polemico riferimento alla Costituzione Europea] come criterio e misura [si noti bene!] della comunità nel suo complesso. In questa decisione [di espungere Dio da ogni carta costituzionale et similia] si rispecchia – nota con amarezza Ratzinger – la situazione dell’Occidente, nel quale dio è divenuto fatto privato di una minoranza”.

                Con assonanza nietzchiana, il Papa emerito osserva che “la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male”. Accade che in questa società privata di Dio “nella sua sfera pubblica… [diviene una ] società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In momenti particolari diventa improvvisamente evidente che ciò che è male e distrugge l’uomo è diventato ovvio. E’ questo il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non tanto tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre di più. E ora …. riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli”.

                Pensiamo sia ora chiaro al lettore il senso profondo della nostra profonda delusione. Ci aspettavamo una ricognizione sul funzionamento reale, concreto, del ‘sistema Chiesa”, sui processi di formazione/selezione di sacerdoti; ci aspettavamo una analisi – almeno un inizio di analisi – sulla relazione tra i vissuti affettivi dei sacerdoti e dei vescovi e la cultura religiosa entro cui tali vissuti sono commentati e ‘ordinati’.  Niente di tutto questo. Per Ratzinger i sacerdoti, anche quelli che abusano, paiono ‘pure anime disincarnate’ – senza corpo ne contesto sociale e psico-affettivo.

                Facile, ma incredibilmente fallace al limite del trucco paralogistico, diviene allora il sillogimo ratzingeriano: a) senza Dio (e la Chiesa, custode fedele della sua Parola che distingue il Bene dal Male) una società è priva di criteri etici affidabili e quindi inevitabilmente esposta al rischio dell’auto-distruzione; b) la società moderna-contemporanea ha escluso Dio dalla sfera pubblica; c) la società moderna-contemporanea produce inevitabilmente comportamenti immorali e auto-distruttivi.

                Insomma, se dio è la Bussola che ci dà orientamento, e se noi buttiamo via quella bussola, allora saremo disorientati e smarriti.

                Quindi, la causa della pedofilia risiede anzitutto ed essenzialmente nella perdita della fede o, meglio, nell’estromissione di Dio dalla sfera pubblica. E, ci viene da aggiungere, poiché è per il tramite della Chiesa che Dio comunica la sua Parola di Verità al mondo, diviene legittimo pensare che Benedetto XVI … pensi che una cura efficace per la pedofilia et similia sia un ritorno della Chiesa [Cattolica, ovviamente]nella sfera pubblica.  Viene quasi spontaneo avvertire l’eco di antiche movenze concettuali di matrice medioevale, decisamente pre-moderne.[2] Oltre che la persistenza di una agostiniana radicale sfiducia nella capacità umana di produrre qualcosa di veramente buono, bello e vero (ovviamente senza alcuna pretesa di maiuscole!).

                Ma ciò che maggiormente colpisce è che l’esito ultimo dell’intero contributo ratzingeriano pare proprio configurarsi come uno stratagemma casuistico , finalizzato di fatto ad assolvere la chiesa dalle sue concrete responsabilità culturali, per scaricarle sulla società.

Non a caso, la parte finale degli ‘appunti’sembra un’abile contromossa: non è la Chiesa Cattolica che deve “chiedere scusa” alle vittime innocenti e credenti degli abusi e quindi alla società che alle strutture cattoliche aveva conferito credito e merito; ma è la Chiesa che deve difendersi dall’attacco screditante che la società sta diabolicamente portando contro di lei, utilizzando il caso della pedofilia. Non dobbiamo sorprenderci allora se Papa Ratzinger parli di una “attualità dell’Apocalisse” là ove il sacro testo denuncia come “l’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così allontanarci da essa”.

                Ovviamente, il senso di questo nostro ‘commento a latere’ al testo papale non ha nulla a che veder con intenzioni screditanti e tanto meno generalizzanti. Vero l’opposto: esprime l’amarezza di una speranza … vanificata. Quella di sentire da una voce autorevole – come è accaduto altre volte, come nel caso del compianto Cardinal Martini [che sconsolatamente osservava come la Chiesa fosse ferma a due secoli addietro ] – un invito a rivedere le premesse antropologiche, queste sì ancora il larga misura ante-moderne - su cui si fonda l’intera visione cattolica della sessualità umana, con particolare riferimento alle tematiche dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. La mancanza di siffatta revisione e, prima ancora, di un dialogo reale e non diplomatico con i contributi che le discipline psicologiche e sociologiche hanno portato e supportato con dovizia di dati empirici su questi temi, obbligherà la Chiesa ad una posizione di retroguardia, producendo in quei suoi fedeli omosessuali (sacerdoti e non) stati di sofferenza e dolore mentale – che spesso non vengono narrati nel confessionale (ove talvolta trovano un ‘orecchio’ ipocritamente misericordioso ma giudicante/condannante)[3] ma nella stanza della psicoterapia. E pensare – ironia della storia – che proprio nel periodo ’60-’80 si determinava da parte cattolica (in sede di teologia dogmatica e pastorale) un atteggiamento più sensibile alla dimensione e alla cultura psico-pedagogica, che ha portato, tra l’altro, ad un modo diverso e più ‘dialettico’ nel proporre, tramite la costruzione di un Nuovo catechismo, le verità della fede, superando in buona parte la tradizione didattica del neo-tomismo, troppo legata a metodologie deduttivistiche e quindi autoritarie, a vantaggio di una ripresa di contatto con l’esegesi biblica , più induttiva e dialogante.

                Che una simile revisione non sia affatto contraddittoria con la fede in quella “luce di Dio che anche oggi non è tramontata” è cosa che parrebbe ‘credibile’. Di sicuro, meritevole di attenta considerazione da parte di chi è sinceramente intenzionato da una buona volontà di dialogo e comprensione.      


                        [1] Non si dimentichi come Freud, nel carteggio col pastore protestante Pfister, abbia con chiarezza connotato la disciplina psicoanalitica come ‘teologicamente’ neutra, in quanto operante entro una metodologia ad intenzionalità scientifica. L’ateismo di Freud, come egli stesso ha dichiarato, è una sua questione privata. Oggi diremmo, una sua idiosincrasia – essendo l’ateismo una posizione filosofica, peraltro tutt’altro che ‘ovvia’ e anzi non priva di debolezza teoretiche che dovrebbero rendere i nostri ‘atei combattenti’, à la Odifreddi, meno arroganti e molto meno certi delle loro sicurezze epistemiche ed ‘ontologiche’.


                        [2] Oltre che la persistenza di una agostiniana radicale sfiducia nella capacità umana di produrre qualcosa di veramente buono, bello e vero (ovviamente senza alcuna pretesa di maiuscole!).
 

                        [3] Rinviamo, a proposito di questo ‘orecchio ipocrita e giudicante’ al nostro precedente articolo su suiGeneris e alle stesse parole di padre James Martin nel suo Building a Bridge!