IL SEGNALIBRO a cura di Mariella Dal Farra

Schede di lettura e recensione di testi

Né Butch né Femme: donne che amano altre donne

Mariella Dal Farra

 

La sfera della sessualità, ambito notoriamente assai complesso dell'esperienza umana, contribuisce a definire il senso d'identità personale in quanto (ri)conoscere ciò che ci coinvolge emotivamente aumenta la comprensione che abbiamo di noi stessi. Ciò è particolarmente vero in riferimento all'orientamento etero oppure omosessuale delle persone che però, nella nostra società, tende ancora a essere confuso con l'identità sessuale tout court. Di fatto, l'identificazione di sé come maschio o femmina è parte del processo d'individuazione e, come tale, prescinde dal comportamento sessuale propriamente inteso.

Resta il fatto che, in un contesto altamente sessualizzato come quello costituito dalla società occidentale, in cui la differenza di genere è un principio organizzatore primario della collettività attraverso l'assegnazione di “ruoli” dai contorni tutt'altro che fluidi, l'orientamento sessuale è suscettibile di categorizzare, sul piano sociale, l'individuo stesso. E poiché tale categorizzazione distingue fra un orientamento maggioritario e uno di minoranza, la differenza non è affatto “neutra”.

Il “Movimento di liberazione omosessuale” che, a partire dagli anni '60, ha visto la popolazione gay cercare visibilità e legittimazione, ha assunto spesso per questo motivo toni rivendicativi, denunciando le pratiche discriminatorie subite in ragione del proprio orientamento. A partire dai moti di Stonewall (1969), protagonisti del “coming out” sono stati soprattutto gli uomini, mentre le donne hanno mantenuto in misura maggiore quella tendenza alla “mimesi” che tradizionalmente caratterizza la sessualità lesbica. Solo negli ultimi anni si assiste al parziale “sdoganamento” della rappresentazione sociale della donna omosessuale, quanto meno a livello mainstream.

Per gli esperti della comunicazione di genere[1], il trend secondo il quale la sessualità lesbica sarebbe diventata “di moda” ha avuto inizio con il numero di agosto del 1993 di Vanity Fair, che ritraeva in copertina la celebre fotomodella Cindy Crowford mentre fingeva di fare la barba alla cantante, dichiaratamente lesbica, K.D. Lang. Successivamente, le prime, calibrate provocazioni di un'icona pop come Madonna assumono forma sempre più esplicita in alcuni film destinati al grande pubblico fra cui Wild Things (“Giochi pericolosi”, 1998), Cruel Intentions (“Prima regola: non innamorarsi”, 1999), America Pie 2 (2001), Femme Fatale (2002), fino ad arrivare a L Word (2004-2009), telefilm che tratta specificamente del tema.

La cantante Lady Gaga compie addirittura un'operazione filologica, reinterpretando in un video (“Telephone”, 2010) uno dei topos classici della rappresentazione dell'omosessualità femminile: quella delle “donne in prigione”; un sottogenere narrativo, popolare lungo tutto il ventesimo secolo, che ha permesso a generazioni di lettori e lettrici di “comprendere – ovvero, di esperire in maniera vicaria, di identificarsi, di trarre piacere – dalla rappresentazione dell'omosessualità femminile attraverso la figura della 'lesbica detenuta'”[2], in grado di rassicurare il pubblico circa la possibilità di sperimentare in maniera “controllata” (perché temporanea e “contenuta” dalle mura della casa circondariale) una forma del desiderio ritenuta per molto tempo “deviante”. L'acclamata serie televisiva Orange is the new black (2013-15), interamente ambientata in un carcere femminile, rivisita il tema con un'ironia e una freschezza che ci sentiamo di raccomandare.

Ora, è possibile ipotizzare che la graduale ammissione della sessualità lesbica nell'ambito dell'immaginario collettivo (in termini meno... “segregati”) trovi un correlato nell'abbassarsi dell'età media in cui le donne dichiarano a se stesse, e successivamente agli altri, il proprio orientamento. Così, uno studio pubblicato nel 2006 negli Stati Uniti[3] indica come la consapevolezza di essere attratte da altre donne è maturata in media, fra le esponenti con più di cinquantacinque anni, intorno ai venticinque anni di età mentre, per le diciotto-ventiquattrenni, ciò è accaduto prima dei sedici. Coerentemente, la dichiarazione della propria omosessualità agli altri è stata fatta dalle ultra cinquantacinquenni non prima dei ventisette anni; intorno ai diciassette presso le diciotto-ventiquattrenni. L'età media dell'esordio sessuale propriamente inteso scende a sua volta dai ventotto anni e mezzo ai diciassette.

Al contempo (2005), uno studio condotto in Italia sulla popolazione LGBT (lesbica, gay, bisessuale e transessuale) rivela come la percezione di sé in rapporto alla condotta sessuale sia più sfumata presso le giovani generazioni. Così, nella popolazione di età inferiore ai venticinque anni, le donne “non solo si riconoscono di più in una identità bisessuale o eterosessuale, ma hanno anche dichiarato di non sapere come definirsi in misura maggiore rispetto alle altre donne”[4], mentre “Le giovani adulte (26-30) tendono, più delle altre, a non utilizzare definizioni, al contrario delle donne in età adulta (>30) che si definiscono in gran parte 'lesbiche'”.

Riassumendo, se da una parte le donne sembrano incontrare meno resistenze che in passato nella pratica e nella dichiarazione di comportamenti sessuali “non maggioritari”, dall'altra non è detto che traducano automaticamente tale condotta in una definizione identitaria univoca. Secondo lo stesso studio, “Il processo di autodefinizione come lesbica appare fortemente connesso all’età e, quindi, al percorso di costruzione dell’identità personale e sociale, nonché allo stigma associato all’orientamento omosessuale. Se infatti pensiamo all’uso comune della parola “lesbica”, che spesso viene utilizzata in senso denigratorio, con rimandi a immagini erotizzate e legate alla pornografia, la sua assunzione può porsi in antitesi con un’immagine positiva di sé.”

L'apparente riluttanza da parte delle donne più giovani ad adottare la parola in questione è senz'altro riconducibile alla connotazione culturalmente problematica che la caratterizza,  ma sembra anche segnalare la crescente inadeguatezza delle categorizzazioni in uso nello “spiegare” uno specifico così idiosincratico come quello dell'orientamento sessuale.  Soprattutto tenendo conto del fatto che “i ruoli assunti dalle donne omosessuali ancora oggi risentono fortemente di uno “script” sessuale eteronormativo dominante”[5]. Per esempio, “nei ruoli di genere della donna omosessuale, [...] è molto presente la categorizzazione in butch e femme”, dove “le femme vengono definite come «donne eterosessuali che hanno preso una vacanza saffica dal servire la patria» mentre le butch, poiché incluse nel paradigma della “visibilità”, rappresentano coloro che manifestano maggiormente la propria appartenenza alla categoria.”

“In realtà”, proseguono gli Autori, molte donne dichiarano di sentirsi parte di “un 'continuum transgender', all’interno del quale sono presenti diverse realtà dai confini più o meno definiti.” Una plasticità che, a parere di chi scrive, risulta efficace nel demistificare credenze e stereotipi, ma che non va confusa con l'incapacità di riconoscere il proprio oggetto d'amore: un oggetto non necessariamente unico né immutabile, ma neppure interscambiabile.

 

[1]    Tricia Jenkins, ‘‘Potential Lesbians at Two O’Clock’: The Heterosexualization of Lesbianism in the Recent Teen Film”, The Journal of Popular Culture, Vol. 38, No. 3, 2005, pag. 491

[2]    Ann Ciasullo, “Containing ‘‘Deviant’’ Desire: Lesbianism, Heterosexuality, and the Women-in-Prison Narrative”, The Journal of Popular Culture, Vol. 41, No. 2, 2008, pag. 218.

[3]    C. Grov, D.S. Bimbi, J.E. Nanin, J.T. Parsons, “Race, Ethnicity, Gender, and Generational Factors Associated With the Coming-Out Process Among Gay, Lesbian, and Bisexual Individuals”, The Journal of Sex Research Volume 43, Number 2, May 2006: pp. 115-121.

[4]    R. Lelleri, L. Pietrantoni, M. Graglia, L. Palestini, C. Chiari, “Modi Di – Sesso e salute di lesbiche, gay e bisessuali oggi in Italia”, http://www.salutegay.it/modidi.

[5]    V. Cosmi, L. Pierleoni, “Omosessualità femminile: tra miti e attualità”, http://www.sessuologiaclinicaroma.it/ notizie/OmosessualitaFemminile.pdf

Commenta Palmira Mucchiati

L’articolo di Mariella Dal Farra propone riflessioni e suscita domande.

Qual è l’istituzione primaria che caratterizza la base organizzativa della nostra dimensione sociale e sistematicamente sempre presente? E ancora: chi pretende di soddisfare  il profondo bisogno di appartenenza dell’essere umano? È la famiglia, contesto nebuloso di diritti/doveri, affetti, rimproveri e ricatti che ci ingabbia assegnandoci dei ruoli e  identificandoci con un nome, un sesso, un ruolo, un orientamento sessuale e sociale laddove però la donna,  il suo ruolo e il suo esserci pagano sistematicamente? Per questo all’interno dei movimenti della contestazione fine anni ‘60 e sino ai giorni nostri talune donne hanno iniziato a mettere in discussione la condizione di subalternità della donna cercando di vivere la propria esistenza affettiva e sociale secondo il proprio essere e il proprio sentire anche se diverso da quello ufficialmente riconosciuto. Il meccanismo dell’imitazione del maschio diventa così strumentale e funzionale all’affermazione del proprio Sé considerato fragile e se questa considerazione vale solo per alcune donne,  per tante altre diventa uno strumento di trasgressione e contrapposizione alla rigidità dei ruoli riconosciuti. Certo resta il fatto che è necessario contribuire a creare una cultura che smitizzi “la consuetudine della ruolizzazione” nell’orientamento omosessuale permettendo così ad ogni singolo individuo di giocarsi tutte le parti di Sé  nelle varie fasi del percorso della propria esistenza. Ognuno è Sé stesso.