VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

Intersessualità

Il corpo coniugato secondo genere

di Silvia Carabelli

Intersessualità

Il corpo coniugato secondo genere

 

“È maschio o femmina?”: questa è una delle primissime domande che ogni genitore pone al ginecologo dal terzo mese di gravidanza in poi, ma nel caso di un bambino ogni 1500-2000 nati circa la risposta non c’è o non è ovvia. Pur non essendo nemmeno nel range delle patologie cosiddette rare (meno di un caso su 2000), la parola “intersessualità” è ancora sconosciuta ai più e il motivo è socio-culturale.

La medicina li definisce oggi “disturbi o disordini della differenziazione sessuale” (DSD), la storia invece li ha etichettati come ermafroditi, dalla celebre figura mitologica greca, partecipe sia della natura maschile sia di quella femminile, in realtà si dovrebbe però parlare di “divergenze” anziché “disturbi” perché le persone intersessuali nascono con caratteri sessuali che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie di corpo maschile e femminile ma che di per sé non costituiscono una condizione patologica. Le cause biologiche possono essere molte (dalla variazione del corredo genetico, all’insensibilità ad un certo tipo di ormoni, da variazioni nello sviluppo degli organi riproduttivi, a variazioni nella formazione dei genitali esterni) perché “intersessualità” è un termine ombrello che comprende diverse variazioni fisiche che si traducono in esperienze e vissuti anche molto diversi tra loro. Ma c’è qualcosa che accomuna le persone intersessuali e che ha fatto sì che le loro storie s’intrecciassero, ovvero l’eccessiva medicalizzazione cui sono state sottoposte.

Nel 2012 in Nuova Zelanda è nato un documentario del regista Grant Lahood dal titolo “Intersextion” per denunciare la situazione esistente grazie soprattutto al coraggio della prima persona che ha fatto coming out come intersex in Nuova Zelanda, ossia Mani Bruce Mitchell, voce narrante e protagonista del documentario. Mani racconta la sua storia e accompagna lo spettatore per il mondo a conoscere altre persone intersex che come lei hanno scelto la visibilità.

Il film ha vinto numerosi concorsi perché delicato, toccante e insieme molto istruttivo. Le persone intersessuali infatti nella maggioranza dei casi non hanno problemi di salute legati alla variante sessuale di cui sono portatori, eppure a partire dagli anni ’50 prese piede un metodo di cura molto invasivo, detto “metodo Money” dal nome del medico che lo ideò, che si basava sull’assunto che i generi maschile e femminile fossero costrutti interamente socio-culturali, non naturali, e che quindi fossero plasmabili attraverso l’educazione entro i primi 3 anni di vita. Nel caso dei bambini nati con genitali ambigui, quindi, sarebbe stato sufficiente intervenire chirurgicamente per adeguare il sesso ad uno dei due generi (prevalentemente quello femminile perché più facile da ottenere chirurgicamente) e poi educare il bambino come maschio o femmina, a seconda della scelta effettuata, senza mai raccontargli la verità sulla sua storia clinica. Nonostante il metodo non avesse basi scientifiche sufficientemente solide per potersi affermare come modello dominante nel trattamento dei nati intersex, di fatto esso si diffuse nella comunità scientifica con risultati a dir poco disastrosi.

Interventi chirurgici ripetuti, terapie ormonali, segretezza, vergogna per il proprio corpo, senso di inadeguatezza e paura sono solo alcuni degli elementi che accomunano le vite e le storie narrate nel documentario. Questa prassi medica, così invasiva e irrispettosa nei confronti dell’individuo, ha portato alla nascita di numerose associazioni, prima fra tutte la Intersex Society of North America nata nel 1993 con l’obiettivo di far incontrare tra loro le persone intersessuali, creando gruppi di ascolto e auto mutuo aiuto e arrivando poi a denunciare i protocolli medici in essere. In Italia l’associazione di riferimento è AISIA (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni) nata nel 2006 e in continua crescita.

Lo scopo comune a tutte le associazioni è quello di evitare un’eccessiva medicalizzazione dei soggetti intersessuali e soprattutto gli interventi chirurgici correttivi sui neonati quando non necessariamente richiesti dalle loro condizioni di salute. Storicamente infatti, ma il problema è ancora attuale, l’intervento della medicina nella maggior parte dei casi non ha avuto ragioni strettamente “mediche”: spesso si è intervenuti sul sesso del nascituro per non creare disagio alla famiglia e alla società rispetto ad un figlio o ad una figlia non chiaramente classificabili secondo gli unici due generi e sessi ammessi. Sovente gli interventi effettuati su bambini così piccoli hanno richiesto ulteriori interventi prima e dopo la pubertà. Quasi sempre il bambino o la bambina non si sono ritrovati nel genere attribuito loro a tavolino sulla base dei criteri normativi esistenti che stabiliscono arbitrariamente le misure adeguate di pene, vagina e clitoride. Infine, troppo spesso, la sensibilità, e con essa la possibilità di provare piacere, è andata persa del tutto o quasi a causa degli interventi chirurgici. Quello che le associazioni chiedono è di evitare d’intervenire prima della pubertà e di attendere che ragazzi e ragazze siano in grado di decidere cosa sia meglio per se stessi, rispettando il fondamentale diritto di autodeterminazione dell’essere umano.

Nel 2006 in America sono cambiate le linee guida di trattamento dei pazienti DSD grazie alla collaborazione tra National Institutes of Health e Intersex Society of North America: la cura deve mettere al centro il benessere della persona; trasparenza, comunicazione e appropriatezza di linguaggio tornano ad essere elementi cruciali nel rapporto medico-paziente e l’utilizzo della chirurgia deve avere scopo esclusivamente funzionale, non estetico. Il nuovo approccio è rivoluzionario, ma purtroppo ancora largamente disatteso perché scarsamente conosciuto e diffuso. In Italia nel 2010 il Comitato Nazionale di Bioetica interviene sul tema invitando ad un utilizzo più prudente della chirurgia correttiva, ma utilizza ancora un linguaggio altamente politico: l’obiettivo è infatti rendere armonico ciò che è disarmonico. Nel 2011 anche la Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura raccomanda di evitare interventi non necessari sui genitali atipici. Qualcosa sta cambiando dunque, ma il tabù culturale che circonda l’esistenza di sessi e corpi non aderenti al dualismo normativo maschio-femmina, rallenta il processo.

Le più influenti correnti scientifiche non sono concordi nel definire quali siano i fattori più importanti per la differenziazione sessuale: esiste un consenso solo su quali siano le tessere che compongono il puzzle del sesso biologico. La biologia quindi non agisce secondo una rigida logica dicotomica maschio-femmina: è piuttosto la nostra cultura che ha così interpretato la natura. La medicina, intervenendo sui genitali delle persone intersex per rendere armonico ciò che l’eteronormatività considera disarmonico e non conforme, si è prestata ad essere il braccio armato di un potere che legittima soltanto l’esistenza di due generi sociali ben distinti, coincidenti con due sessi ben definiti. La realtà tuttavia è ben più varia di quel che il codice eteronormativo prevede: i generi non sono soltanto due e ogni corpo è diverso da un altro. L’accanita medicalizzazione dei corpi fa scomparire il soggetto che perde così diritto di parola su se se stesso, ma ogni persona intersessuale dovrebbe avere il diritto di decidere cosa sia meglio per se stessa, per il proprio corpo e il proprio sesso.