LA POSTA DEL CUORE a cura di Michela Pagarini 

Sentimenti, sesso e relazioni fra donne

Michela Pagarini, classe 76, milanese d’adozione, lesbica vegetariana, femminista e appassionata di comunicazione web e social media.

Trans si nasce o si può anche diventarlo successivamente? La mia compagna vuole cominciare a prendere gli ormoni. Io naturalmente la sostengo, ma…   F.'82                                                                                             

Andrebbe chiesto a una persona trans, penso, ma non è detto che tutte ti darebbero la stessa risposta. Ma se, invece che parlare di lei, parlassimo di te? Amare una persona in transizione significa condividere un percorso che è una scelta diretta soltanto per una delle due.

 

Un pomeriggio fra signore: da dieci anni è uno dei giochi preferiti fra me e la mia amica Sofia, donna di grande intelligenza e capacità di divertimento, poliamorosa di lungo corso nonchè cuoca provetta e lettrice instancabile. Ci troviamo a casa dell’una o dell’altra, tavola imbandita con biscotti e pasticcini e cominciamo a pettegolare di tutto e tutte, bevendo caffè e fumando come due ricche viziose, o almeno così ci piace immaginarci.

Le nostre conversazioni spaziano e dal gossip più sfizioso passiamo con agio ai grandi temi politico-filosofici, fino ad arrivare alle nostre vite intime e relazionali.

Durante uno degli ultimi incontri, riferendosi al maschio T con cui ha una relazione (T sta per trans, ovvero in questo caso una persona nata donna in transizione verso il maschile, in misura e con destinazione ancora da stabilirsi), mi stava raccontando di un dialogo dove emergevano alcune dinamiche relazionali sulle quali voleva un confronto.

 

Come ho potuto notare anche dai racconti di altre amiche con una storia con una persona T, la soglia di attenzione sull’altr* - soprattutto all’inizio - è sempre  altissima, e applicata ad ogni scambio relazionale. Imparare a rivolgersi al maschile (o al femminile) a una persona a cui fino al giorno prima si era riservato il genere linguistico opposto non è semplicissimo, e la disforia di genere ha oscillazioni ampie, certi giorni ci si scherza su e certi altri è una ferita aperta che sanguina solo a nominarla. Stare con una persona che ce l’ha, significa stare con qualcun* “senza pelle”, mi sembra di capire, e questo ha dei pregi e dei costi.

Sofia è molto coinvolta da questa nuova passione, mi racconta con apprensione ed empatia i passaggi della transizione passati e futuri, il percorso privato e quello sociale, la famiglia che fa resistenza a capire una figlia che diventa figlio, il dolore di lui per i genitori che stentano ad accettarlo.

 

Io ascolto e non mi abbandona un senso di “comprensione relativa”, che attribuisco un po’ ai pregiudizi che so di avere, e un po’ al mio essere sostanzialmente una vecchia lesbica separatista, che si irrigidisce quando sente parlare di maschi, siano essi T o meno.

 

Alla fine, però, capisco qual è il mio problema. Sofia, la “mia” Sofia, compagna decennale di Pride e di altre piazze, lesbica di lungo corso senza se e senza ma, mi è diventata etero.

Cioè lei forse etero no, ma certo è che parla di uno dei suoi amori chiamandolo Lui. Sparito il linguaggio sessuato così faticosamente conquistato, si torna al  maschile neutro che tutto ingloba. Addio “quanto siamo state bene” e benvenuto “che bello quando ci siamo visti”.

Che ne è di tutte le riflessioni, delle lotte per la consapevolezza, degli sforzi immani per dirsi, e dirsi bene in quanto donne e lesbiche, senza paura né remore?

Tutto annullato, o era tutto inutile?

Mi viene una vertigine.

La guardo, felice e contenta, con l’entusiasmo suo tipico che mette in tutto quel che fa, lanciata a passo spedito sulla luminosa strada del Queer. Per lei, quella T fa la differenza, mi dice. Maschio è maschio, non c’è ombra di dubbio. Ma è un maschio T, e questo cambia tutto.

 

Ha dieci anni più di me ma io mi sento sua nonna, per me che sono abituata a ragionare in ottica al massimo bidirezionale, la sua flessibilità è sconcerto puro. Sono io che ho uno schema rigido in testa? Sono tradizionalista, attaccata a etichette desuete, incapace di pensare oltre e ad altro che la mia piccola, rassicurante identità?

La sua “eterosessualità T” è un ricalco di schemi tradizionali eteropatriarcali, o ad esserlo sono invece io, con il mio bisogno di definizioni che non sconfinino?

Non riesco a trovare la sponda e concludo che forse non c’è.

Sto cercando di imparare a ragionare per differenze invece che per diversità, credo e spero che questo sistemerà tutto.