PUNTI DI SVISTA a cura di Marco Mori
 
Lo sguardo di un opinionista

Fedele sì, ma come dico io

 

Quasi due mesi fa, dopo un estenuante dibattito e diverse riuscitissime mobilitazioni nazionali, è stato approvato al Senato il ddl Cirinnà il quale, con l’intento di regolamentare la situazione delle unioni omosessuali, in modo improvviso ha toccato il tema spinoso dell’obbligo di fedeltà.

Se volessi parlare di fedeltà non basterebbero 20 pagine per introdurre un concetto che, nel corso del tempo e delle diverse culture, ha assunto un connotato simbolico che è stato liquidato in modo molto grossolano dal nostro Senato della Repubblica. Non a caso il filosofo Cacciari ha definito il dibattitto come un “dialogo tra ubriachi”.

Eliminato dal disegno di legge per volontà di coloro che volevano sminuire e allontanare qualsiasi possibilità di considerare le unioni civili omosessuali uguali al matrimonio civile, l’obbligo di fedeltà è diventato la battaglia di qualcuno che forse non disdegnerebbe il superamento di tale obbligo anche nel matrimonio eterosessuale, perché rappresenta il retaggio di un passato ormai passato

La questione della fedeltà secondo me non è una questione che riguarda il passato. Anzi, scandisce il nostro presente, e sebbene la fedeltà sia diventata quasi uno strumento di valutazione delle performance di un brand e più strumento di analisi economiche e sui consumi, la fedeltà oggi, ancora oggi, rappresenta un elemento imprescindibile delle relazioni umane e di conseguenza, anche (e forse ancora soprattutto) di quelle amorose.

L’obbligo di fedeltà ha sia un aspetto sociale, collettivo, e quindi simbolico/rituale di cui ogni cultura umana non può fare a meno, ma abita anche un aspetto individuale, soggettivo e attrezzato di una dimensione cognitiva propria dell’uomo del terzo millennio (per non dire post secolare, postmoderno e tutte le definizioni post che ci vengono in mente).

Molto probabilmente, coloro che si sono inventati l’eliminazione dell’obbligo di fedeltà dal testo del disegno di legge associano al concetto di fedeltà l’astensione da rapporti sessuali extraconiugali, e quindi, vedendo in questo obbligo il dato di valore (simbolico) dell’unione, non possono riconoscere alle unioni omosessuali la stessa dignità sociale (e simbolica), e di conseguenza ecco il perché dell’abolizione dell’obbligo. Con l’ulteriore conseguenza di legittimare (più o meno implicitamente, a seconda della veemenza degli interlocutori) la promiscuità, che secondo gli stessi è il dato di natura che caratterizza gli omosessuali e le loro unioni.

Tenendo in considerazione che il concetto di fedeltà di una coppia riguarda quanto decidono insieme i componenti della coppia, anche su questa vicenda, al posto di stimolare un dibattito laico e alto nel tessuto sociale, si è giocato per stereotipi deprimenti, in cui soggiace una incredibile omofobia.

Gli attivisti lgbt si sono divisi (e qui nessuna novità) su due fronti, da una parte quelli infastiditi dalla rimozione del divieto, quale simbolo ulteriore del tono di discriminatorio della legge; dall’altra quelli che vedevano il concetto stesso di fedeltà quale retaggio di una cultura cattolica invasiva di cui potevano fare serenamente a meno.

Credo che in qualunque modo il termine venga coniugato e vissuto, presente o assente, la fedeltà sia un elemento di descrizione imprescindibile per riempire di significati i contenuti dell’esperienza umana.

Ve lo ricordate il primo amore? Etero o gay non importa. Intendo quello struggente nato tra i banchi di scuola, quello raccontato incredibilmente bene dal film di Cotroneo in sala in questi giorni, quello di quegli anni dove tutto viene vissuto per la prima volta: le amicizie, gli amori, il bacio. E anche il tradimento.

Per scrivere questo breve pezzo ho provato a ricordare entrambi i miei primi amori. In uno sono stato tradito, nell’altro ho tradito. Non so se considerarlo proprio come il suo contrario “naturale”, ma il concetto di fedeltà mette in moto in me immediatamente un pensiero, ossia quello di tradimento.

L’evoluzione della giurisprudenza italiana sembrerebbe intendere il concetto di “fedeltà” come molto simile a quello di “lealtà”, una lealtà che richiede di mettere in secondo piano decisioni ed interessi individuali di ciascun componente dell’unione se in conflitto con la progettualità di vita comune.

E in questo contesto che l’infedeltà da circoscritta alla dimensione affettiva e sessuale diventa una componente di una fedeltà più ampia che si realizza nella capacità di sacrificare le proprie scelte a quelle condivise nella relazione di coppia e dal sodalizio che su di esso si fonda.

Ma non vorrei sembrare” coppiacentrico.”

In uno degli ultimi incontri di Ilga Eurupe a cui ho partecipato ho avuto la fortuna di conoscere rappresentanti di associazioni che lottano per il riconoscimento di unioni tra più di due componenti, caratterizzate quindi da un poliamore.

È conciliabile un concetto di fedeltà quando si vive una relazione a tre? Ho imparato, dalle testimonianze ricevute, che è possibile problematizzare la questione, e non scadere nel banale o nel discorso pruriginoso.

Come è possibile per tanti vivere in una dimensione di fedeltà, pur non vivendo un rapporto monogamico, la cosiddetta coppia aperta, che non è una caratteristica distintiva delle coppie omosessuali, anzi, sembrerebbe esserci una proliferazione di circoli per scambisti molto capillare a cui accedono rispettabili genitori eterosessuali.

Per concludere. Da una parte l’obbligo di fedeltà usato come clava e strumento puerile di vendetta da alcuni interlocutori politici tocca il nervo scoperto di una cultura profondamente permeata dal retaggio cattolico che vede nella fedeltà quella espressamente sessuale, e la lega in modo abbastanza evidente (almeno per me) al concetto di continenza: armatevi di pazienza e di spirito di sacrificio e rischiate. Fin che morte non vi separi.

Dall’altra, sebbene ci sia un’evoluzione del sentire comune e fedeltà sia diventata sempre più un elemento che può coinvolgere o meno la sfera sessuale e affettiva, i diversi gradi di libertà con cui viene declinata dalle coppie possono nascondere dei tabù, e queste essere soggette a valutazioni di idoneità o meno da persone esterne alla coppia che cercano di ritrovare la propria visione del bene nel comportamento degli altri, forse perché troppo spesso fedeltà significa qualcos’altro, e quindi è facile generare una serie incredibile di fraintendimenti.

Ho amiche che considerano i loro compagni fedeli anche se sanno che hanno rapporti occasionali con maschi, ma queste amiche non sono disposte ad accettare tradimenti dei loro mariti/compagni/partner con altre donne. Non so se l’arrivo imminente (?) dell’approvazione definitiva della Cirinnà e le possibilità relazionali che apre farà loro cambiare idea, ma spero che il nuovo dibattito in programma alla Camera a cui dovremo assistere affronti questo tema, quello sulla fedeltà e sull’obbligo di fedeltà in modo un po’ più civile, e soprattutto più laico facendo maturare là dove serve, e se serve, uno spirito maggiore di tolleranza ed una sana sospensione (o rimozione) del giudizio.