SGUARDI
SGUARDI

Dott. Ivano Lanzini

Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista,

Docente di Psicoterapia psicoanalitica

Presso la Scuola Europea di Psicoterapia ipnotica

Dott. Marisa Faioni

Psicologa, Psicoterapeuta,

Psicoanalista relazionale

Ass. di Psicoanalisi Relazionale (A.P_Re)

APPROSSIMAZIONI PSICOANALITICHE SU INCONSCIO CULTURALE E DIFFERENZA DI GENERE.

        

Ciascuno di noi vive in un contesto culturale nel quale sono depositati, in forza del linguaggio verbale ed iconico che lo struttura e veicola, i codici fondamentali di valore, giudizio, orientamento attraverso i quali impariamo precocemente a pensarci, a sentirci e a vederci come bambine e bambini, ragazze e ragazzi, donne e uomini. In questo modo costruendo una identità personologica in larga misura  inibente la nostra peculiare esperienza esistenziale; il nostro particolare modo di sentirci. In breve, costruendo stili relazionali, strutture di desiderio, schemi e modalità affettive, fantasie erotiche, aspettative di ‘felicità’ profondamente illusorie, sostanzialmente mistificate e mistificanti e soprattutto  espressive delle relazioni di potere di cui il contesto culturale è in larga misura espressione e garanzia.

         In quanto psicoanalisti impegnati nella comprensione delle forme di disagio, dolore, fraintendimento – nonché di prevaricazione anche violenta – che ancora connotano le relazioni tra i sessi – abbiamo ritenuto opportuno testimoniare questo nostro impegno che ci coinvolge, e niente affatto secondariamente come donna e uomo, attraverso questa rubrica. Ove tenteremo di evidenziare come quel potente ‘inconscio collettivo’ che è il sistema della cultura (nelle sue declinazioni alte e basse: dall’accademia universitaria al mondo massmediale; dalle istituzioni e agenzie formative fino alla famiglia ecc.) permei profondamente la tessitura emozionale, affettiva ed erotica dei nostri vissuti più intimi e apparentemente ‘genuini’, mettendo capo ad auto-inganni e fraintendimenti sia nei processi di autocomprensione delle nostre peculiarità ‘maschili e femminili’, sia di comunicazione e relazione con ‘l’altro sesso’.

         A questo scopo, faremo riferimento da un lato alle risultanze delle nostre esperienze cliniche, e in primo luogo a quelle concernenti la costruzione dell’immaginario maschile e femminile che alberga nell’animo dei nostre/i pazienti; dall’altro all’analisi delle immagini  e delle fantasie di genere che strutturano l’immaginario erotico in aderenza  ai codici culturali dominanti. Dall’altro ancora, metteremo in risalto convergenze e divergenze nel nostro stesso modo di produrre un discorso coerente su questi temi. Questo nella convinzione – che cercheremo  di dimostrare – che solo un approccio corale, e quindi inclusivo delle specificità esistenziali, culturali e psicologiche degli uomini e delle donne , e quindi di psicoanalisti donne e uomini, può mettere capo   ad approssimazioni cliniche e concettuali abbastanza sensate e tali da riconoscere le differenze senza trasformarle in diversità oppositive. Così da farne occasione di reale crescita umana e culturale, ove non si tenta alcuna sintesi se questa non è praticabile e non per questo il dialogo, l’intesa empatica e persino amorosa debbano cessare.

Dott. Ivano Lanzini                                                                              Dott.ssa Marisa Faioni

Psicologo, psicoterapeuta                                                                 Psicologa, Psicoterapeuta

Docente di psicoterapia psicoanalitica                                             Psicoanalista a orientamento

Scuola Europea di Psicoterapia Ipnotica                                          Relazionale (A.P_Re)

 

 

Eccoli di nuovo: una premessa di metodo e di lettura.

 

            Come anticipato nel precedente numero di suiGeneris, questa nostra nuova sperimentale/esperienziale rubrica, vuole operare come luogo di analisi e interrogazione sulla complessa e contraddittoria fenomenologia delle differenze di genere scandita dal convergere di prospettive disciplinari di matrice psicoanalitica.  Tali prospettive sono da noi agite però nella piena (per quanto sempre approssimata) consapevolezza di come e quanto l’essere noi, donna e uomo, incida sulle modalità sia teoriche che esistenziali del nostro pur comune e convergente riflettere su cosa debba intendersi e ‘spiegarsi’ dentro la categoria di ‘differenza di genere’.

            Riconoscendoci parti integranti ed interne alla stessa fenomenologia che tentiamo di descrivere e per omeopatiche approssimazioni chiarire, non pretendiamo nessun tipo di (impossibile) obiettività o neutralità scientifico-sperimentale; né alcuna enunciazione di tesi esplicative.

            Piuttosto azzardiamo l’avventura, che ci vede complici e complicatamente differenti, di esporre – rendendolo così condivisibile e criticabile – il modo in cui si è venuto strutturando nel tempo un articolato dialogo su quelli che volta a volta ci si venivano palesando come luoghi di tensione e conflitto, di fraintendimento e sovrainterpretazione, di ambivalenza di desideri e paure, di lotte di potere e strategie di manipolazione interne alla dialettica emotivo-affettiva, erotica ed intellettuale, che struttura le relazioni uomo-donna.

            Proprio in forza della natura e della storia peculiare e, per entrambi, ancora aperta di questa avventura esplorativa, abbiamo pensato di iniziare ad esporre il nostro percorso evitando uno stile espositivo di carattere saggistico e concettualmente ‘paludato’, optando invece per l’avventura della scrittura. In ciò confortati dalle prime esperienze psicoterapiche del primissimo Freud : del ‘giovane’ Freud, ancora psichiatra e neurologo, che, ascoltando le pazienti ‘isteriche’ si accorge di come quell’ascolto lo obbligava ad abbandonare lo schematismo riduzionistico di una diagnosi medica per passare alla stesura di ‘something like  a short novel’ [Cfr. Studi sull’Isteria, Boringhieri, 2010).

            Del resto, in contesto diverso ma non epistemicamente molto differente, lo stesso Umberto Eco, nella sua affascinante autobiografia intellettuale, sottolineava, citando la sovracoperta della prima edizione del Nome della rosa: “Se l’autore ha scritto un romanzo è perché ha scoperto nella sua maturità, che ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”, parafrasando così Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare, si deve narrare”. [Cfr. La filosofia di Umberto Eco, La Nave di Teseo 2021]

            Quello che qui presentiamo è quindi il racconto che la dott.ssa Marisa Faioni ha scritto aprendosi al piacere e al rischio del declinarsi in una ‘immaginifica’ (ma niente affatto immaginaria) narrazione ove una donna si dice e ci dice molto su temi e problematiche che lasciamo al lettore scoprire. E che, in buona misura, anticipano alcune delle tappe più significative del nostro percorso… in itinere.

            Per ora, buona lettura.

             

ECCOLI DI NUOVO.

 

Eccoli di nuovo. Puntuali, come tutte le maledette notti. Come faranno domani mattina quando suonerà la sveglia, come faranno a lavorare? Io, distrutta dalla insonnia per colpa dei loro amplessi selvaggi e loro, loro freschi come trentenni dopo una notte d’amore e il pieno di endorfine. Ma se non li ho mai visti in faccia, cosa ne so di che età hanno? Del resto, è ovvio: esco di casa presto, torno tardi e non prendo mai l’ascensore. Al massimo, buongiorno e buonasera nell’atrio. Non so associare i visi dei condomini con il piano in cui vivono e nemmeno con i cognomi che guardo sul citofono mentre infilo le chiavi nel portone. Il mio, di cognome, è proprio lì al centro del quadrante, solitario, fra altri che vanno di due in due. È un palazzo di famiglie giovani, questo. Un continuo ricambio, le famiglie si ingrandiscono e se ne vanno. Io sono approdata qui, sola, non più giovane, non più al centro della vita di nessuno. So che questa sarà la mia ultima dimora. Ho finito con i traslochi, le convivenze a mezzo, un po’ qui, un po’ là, il raccattare vestiti e libri dalla casa di lui o vederlo fare le valigie prima di andarsene per sempre. Mi piaceva ascoltare il vociare di tutti quei bambini scorrazzanti nel giardino della materna in faccia alla finestra della sala, quella mattina di maggio assolata in cui sono venuta a vedere la casa. Ho firmato subito il contratto di affitto: un colpo di fulmine - uno dei tanti! Sarei stata bene in mezzo a tanta vitalità. Non mi danno fastidio i suoni degli umani, mi fanno compagnia. Però i vicini di sopra, questi che agitano i loro corpi sopra di me… un insopportabile fastidio. Sento persino cigolare il letto e il ritmo crescente dei loro lombi. Sono inquilini nuovi. Magari non è neanche una coppia fissa, magari lui se ne porta a casa una diversa per notte. Che pregiudizio! Magari è lei che se ne porta a casa uno diverso per notte. Come se io non avessi avuto le mie avventure. Stanno ridendo … Ridono spesso. Sembrano affiatati. Non è che puoi ridere con chiunque. Anche per ridere bisogna essere intimi, soprattutto se lo fai con una certa frequenza. Certamente saranno all’inizio della loro relazione: scopano e ridono, quanto ridono! A volte lei prorompe in un trillo mentre salgono insieme le scale del palazzo a notte fonda prima di sbattere la loro porta di casa. La maleducazione degli innamorati: esistono solo loro al mondo. Che tenerezza però! Saranno novelli sposi? “Novelli sposi”, che espressione antiquata! E chi si sposa più oggi, fra i giovani poi? Sono senz’altro più numerosi i matrimoni in seconde o terze nozze di coppie di oltre mezza età, matrimoni liberi da necessità sociali, figli già grandi, autonomi, una promessa più solida d’amore che a trent’anni. Anche io avrei potuto risposarmi, ma… mah, è andata così. Troppo complesso stare bene con un uomo, troppo impegno tenere insieme le differenze, le abitudini diverse instaurate in tanti anni quando ci si conosce dopo una certa età e precedenti esperienze finite male, o comunque finite. Se mi sveglio di notte devo leggere per riaddormentarmi, a lui dà fastidio la luce; lui russa e io ho il sonno leggero; io amo la montagna e lui il mare… Ma no, non sono queste le vere difficoltà. La verità è che - niente da fare - mai conosciuto un uomo che non abbia manifestazioni francamente maschiliste, se non addirittura misogine, e alla mia età non mi interessa più cercare di farmi valere e capire: una partita persa in partenza. Non ci si può intendere fino in fondo fra uomini e donne. Siamo radicalmente differenti. Poi, ho bisogno delle mie libertà. Non può che finire male. Forse sono diventata troppo insofferente o forse non voglio più soffrire. Sono stanca di abbandoni, miei o suoi, pianti, angosce, solitudini da imparare di nuovo a gestire. È che ho già tanto di cui occuparmi, io, un lavoro, gli amici, le arrampicate la domenica…  Però mi mancano gli abbracci e le carezze su tutta la pelle. Senza, mi sento a volte come se non avessi confini precisi, come se potessi diluirmi nell’universo... come fossi una goccia di pioggia che cadendo si disperde nel mare. Per questo mi piace il corpo a corpo con le rocce: mi accolgono con le loro increspature, mi respingono con le loro sporgenze, e sono fatte di un materiale altro. Come i maschi? E il sesso, quello mi manca? Ho finito col pensarci poco: è che meno lo faccio, meno ne ho voglia e viceversa. Gli uomini: mi è sempre sembrato più semplice per loro, almeno per quelli che ho incontrato. Finché la relazione funzionava, avrebbero potuto farlo in qualsiasi momento e condizione, anche con poco tempo davanti. Per me, invece, ogni volta bisognava ricostruire una certa confidenza per poter essere penetrata, tranne che all’inizio, quando anche io avrei potuto farlo sempre, o tranne che in momenti speciali carichi di erotismo. Ma allora quale era l’ingrediente speciale che mi rendeva disponibile, al di fuori dell’innamoramento, a mescolare il mio corpo cavo al loro estroflesso? Qualcosa di fisico e mentale insieme. Difficile scindere. Quando non ne avevo voglia, a volte la stessa idea del sesso mi dava fastidio, quasi repulsione, un po’ come sentire questi di sopra. Però ci rimanevo male, dubitavo di me: è normale? Non sarò per caso arida, inibita? Frigida? Ma no! Proprio no, il piacere lo conosco. Eccolo, il loro letto riprende a muoversi … con un movimento sussultorio diverso… deve essere la seconda volta questa notte. Lui sarà sopra o sotto? Secondo me sotto, perché il movimento sembra più lento, come cavalloni del mare, è lei che guida e segue le sue onde di piacere, più fonde e più lunghe, meno frenetiche. E geme forte. Farà finta? Le donne fanno ancora finta di godere? Anche quelle giovani? Quante volte l’ho fatto io, per lui, per me! Anche se mi piaceva, certamente non raggiungevo l’orgasmo ad ogni rapporto. E quante volte gli uomini con cui sono stata a letto hanno scambiato il mio piacere, i miei umori, per orgasmo. Sembrava brutto deluderli, quando ne erano convinti, a volte narcisisticamente orgogliosi delle loro performances. E lui – come si chiamerà? Giacomo, Luca, Paolo? - anche lui non saprà distinguere? Certo che se lei – Greta, Clara, Giulia? - non glielo dice quando non viene, non gli fa capire cosa desidera, lui - Giacomo, Luca, Paolo - non è che proprio può capirlo da solo. Per gli uomini è inequivocabile, per le donne è un mistero. Lo dicono sempre, gli uomini: le donne sono un mistero. Un mistero che incute un po’ di ansia e un po’ di fastidio, anche a quelli più sensibili, come magistralmente canta Gaber: ad un certo punto, anche a un uomo generoso viene voglia di infischiarsene per allontanare il senso di colpa o di inadeguatezza del lasciare la propria donna insoddisfatta. Come diceva Gaber in quella bellissima canzone? “Maledizione. Non c’è la prova! È per questo che uno sta lì nudo come un cretino a domandarsi com’è andata. E sarò stato bravo? E non sarò stato bravo, e l’egoismo e l’abbandono e il non abbandono, e il cervello ti tic e ti tic e ti tic, e il gesto stonato e la sintonia e i tempi diversi, e ti tic e ti tic e le sarà piaciuto e non le sarà piaciuto. Uffa, la partita doppia degli orgasmi!”. Ma anche io mi sentivo in difetto quando non riuscivo a raggiungere l’orgasmo: “devo essere io che non riesco ad abbandonarmi fino in fondo” - giudicavo. A volte, però, non era colpa mia, erano loro che non ci sapevano proprio fare. Colpa, colpa… Che parola divisiva, una lama che taglia in due. A volte – se ci penso – mi rendevo sessualmente disponibile pur di sentirmi desiderabile. A volte, sentire il desiderio di lui mi aiutava a legittimare il mio. A volte, non avevo il coraggio di prendere io l’iniziativa: per paura del rifiuto, per paura di essere considerata … sfacciata, fuori luogo? A volte, invece, mi sottraevo se sentivo troppa aspettativa, come se … non saprei esattamente … come se significasse perdere la mia autodeterminazione? La sensazione sembra più simile a quella di quando la mamma ci restava male se io da piccola non volevo i suoi baci umidi. La mamma… Pisellino, pistolino, birillo … quanti nomignoli affettuosi per il sesso di mio fratello. Il mio… innominato. Già i maschi hanno il sesso tutto di fuori, lo conoscono a menadito fin da bambini, il loro giocattolo che cambia sorprendentemente forma e grandezza in coincidenza con certe sensazioni…. noi, noi donne ce l’abbiamo più… più intimo, così intimo da non conoscerlo nemmeno noi troppo bene, neanche nella forma. Cos’è che provoca esattamente quelle sensazioni di piacere? Clitoride, vulva, vagina, punto G? Nemmeno i cosiddetti scienziati ci hanno mai capito qualcosa di definitivo. Ho conquistato la confidenza con la mia rosellina da grande, molto grande. Inutile negarlo. Rosellina… ho dovuto cercarlo io questo nome, prendendolo a prestito dai racconti popolani della nonna milanese di Lucia, la mia amica delle medie. Però, non è che proprio mi venga spontaneo chiamarla così. C’è sempre come un certo senso di artificiosità. Forse sono stata troppo timida nel mostrare cosa piaceva alla mia rosellina in tutti gli anni del mio matrimonio: mi imbarazzava, e quando lui credeva che fossi pienamente soddisfatta ci sarebbe rimasto male a contraddirlo. Era così che si finiva con il costruire la trama delle falsità e poi ci sarebbe voluto troppo coraggio a smontarla. Ma se avessi parlato fin da subito, come avrebbe reagito? Magari ci saremmo inibiti di più. O magari avrebbe finito anche lui con il pensare con fastidio Uffa, come Gaber, ogni volta che avessimo fatto l’amore e non avesse avuto la certezza di avermi fatto venire. La doppia partita degli orgasmi. Non può essere tutto misurato come un bilancio che deve sistematicamente pareggiarsi. E, in fin dei conti, non era sempre così importante essere venuta. Eppure, spesso, ho provato rancore per l’ingiusta sorte biologica e pensato che non siamo fatti per capirci, donne e uomini, nemmeno nel sesso. Che agli uomini l’evoluzione ha dato il potere di godere grazie alle donne – a meno che queste non si sottraggano deliberatamente - e non viceversa: una donna non può imporsi in alcun modo se l’uomo con cui fa l’amore o fa sesso, per qualsiasi motivo, perde il desiderio. E questo attribuisce agli uomini un maggiore potere: sanno a priori che in linea di massima i loro desideri saranno soddisfatti. Principini anche in questo. “Sei la mia bella porca”. Queste pareti sono di cartapesta o loro urlano. Domani protesto con l’amministratore. Ma che gli dico: “quello di sopra – Giacomo, Luca, Paolo – dà della bella porca alla sua Greta, Clara, Giulia alle due di notte”? Ma lei cosa prova a sentirsi dare della porca? Ride di nuovo gorgheggiando. Questa poi, è peggio di un porno! Perché mai una donna che gode dovrebbe essere una porca? E perché lei ride? E lui pure e ora il letto cigola più forte. Le dice che è una porca, ma bella. Certo un linguaggio grezzo, ma vuoi vedere che è contento che lei provi piacere attraverso di lui? Forse è questo che esprime il porno, il desiderio di un uomo che anche la donna goda davvero senza riserve, che lei gli sia accessibile davvero fin nel recondito della sua carne senza menzogne, che la biologia diventi paritetica. E se così potesse divenire, allora non sarebbe più necessario prendere in prestito i maiali che godono grufolando nello sporco. Ma, al di là della biologia, il sesso e l’eccitazione con la loro carica eversiva potranno mai essere liberi? Il potere costituito non avrà sempre bisogno di imbrigliarli?... Ora sembra lui ad essere venuto. E lei? Lo starà abbracciando, si staranno coricando sul lato. Lui starà ansimando, il cuore a mille. Quello di lei pompa regolare. Come si starà sentendo? Magari è arrivata al plateau del piacere e non sarebbe comunque potuta arrivare all’orgasmo, non in questo rapporto, forse in uno successivo. O magari è rimasta lì, appesa alla sua crescente eccitazione da dover spegnere come un incendio. Starà dissimulando la frustrazione o gliela farà sentire con un silenzio malmostoso? Il silenzio delle donne. “Ci vuole troppa comprensione, per trasformare in dolcezza una cosa venuta male.” – sempre il grande Gaber. Silenzio. Non sento più nessun rumore… Lui si starà addormentando.  “Leccami” – prorompe lei. Che coraggio! Deve essere una tipa sensuale. Sensuale, non sexy, come dicono gli uomini. La sensualità – ecco! - è tutta nella consapevolezza del proprio corpo, bello o brutto che sia, del proprio desiderio e del proprio piacere, al di là dello sguardo maschile. “Ti lecco tutta, mia regina”. Lei si può fidare di lui, lui può ancora provare piacere nel piacere di lei. Sembra un circolo virtuoso. L’avessi potuto scoprire io! Vorrei proprio vederli in faccia questi due extraterrestri.

 

*****

 

Una settimana dopo, nell’atrio, un panchetto coperto di panno nero e un libro aperto per testimoniare le condoglianze da parte dei condomini.

“Ma chi è morto, signor Ronie?”

“Non lo ha saputo dottoressa? L’inquilina che vive proprio sopra di lei. Pensi, solo sessantaquattro anni. Morta per un aneurisma, all’improvviso. E lui, il marito, è distrutto. Si erano sposati da poco. Che storia triste!”