OSSERVATORIO CATTOLICO

Ivano Lanzini Psicologo, Psicoterapeuta, Docente di Psicoterapia Psicoanalitica

ci propone un'attenta recensione di:

Amore e ideologia: riflessioni su L’amore autentico. Omosessualità e fede, due madri raccontano, di e a cura di Lidia Borghi, Gabrielli editore, Verona, 2014

      L'Autrice documenta ad abundantiam come il credente cristiano-cattolico che si “scopra” omosessuale e che, attraverso diversificati percorsi esistenziali e (talvolta) anche psicoterapici, si riconosca autenticamente in questa sua originale modalità di amare, debba poi scoprire la forza – ci verrebbe da dire – la violenza di una squalifica “assoluta”, senza “redenzione” della condizione omosessuale in quanto "intrinsecamente disordinata" e "immorale", e del conseguente comando etico paradossale ad accettare “la croce della propria condizione” senza agirla con atti e comportamenti sessuali perché “gravemente contrari alla castità” e alla natura intrinsecamente coniugale dell’atto sessuale.

            Definire disperante questa condizione è, per chi conosce Bateson, davvero poco: il cristiano omosessuale si trova di fronte a una Istituzione (simbolico referente della Legge – di quale Padre? Ci chiediamo?) che da un lato gli/le dice (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 editio typica) che, se “profondamente radicate”, le “tendenze omosessuali” sono in sé “neutre”, ma se messe in pratica si trasformano in ignominia e peccato grave.

            Ma c’è di più. E il testo dell'Autrice lo annuncia e comunque vi allude chiaramente: il cristiano omosessuale che non voglia rinunciare all’essenza della propria fede e a quel bisogno di riconoscimento comunitario, assembleare (della “ecclesìa”) indispensabile nella prospettiva cattolica si trova a subire “commenti autorevoli” altamente contraddittori e ulteriormente dissocianti.

Commenti che, talvolta, sembrano aprire alla possibilità della comprensione ed essere intesi come inizio di accoglienza (si pensi al “francescano” ‘chi sono io per giudicare?’ o alla pratica pastorale di parroci attenti e sensibili alla realtà delle persone omosessuali, integrata nel ‘Noi siamo chiesa’); altre (più numerose) volte confermano come la tendenza omosessuale sia, in ogni caso, una “tendenza più o meno forte verso un comportamento intrinsecamente cattivo da un punto di vista morale”. C’è da stupirsi che il sacerdote, di fronte al/alla giovane omosessuale richiedente comprensione e aiuto, possa anche suggerirgli/le che “la prospettiva del silenzio – anche di fronte ai genitori! – sia ancora la situazione più accettabile”?

            Non cogliere la valenza umiliante, personologicamente offensiva, vero vulnus potenzialmente traumatizzante e destrutturante di simili consigli e, più in generale, di questo assetto culturale religioso significa non possedere l’abc della pratica clinica e delle conoscenze di base della psicologia e della psicoterapia contemporanea. Peggio: significa “allearsi” con strutture autoritarie e vessatorie che di fatto e nei fatti producono dolore mentale, disorientamento psicologico nonché vissuti paralizzanti di colpa e indegnità. Ancora: obbligano alla scelta dilaniante tra fedeltà a se stessi e autenticità del proprio sentire e l’obbedienza a una definizione eteronoma di se stessi – nella quale la genuinità della scelta di fede rischia di corrompersi ad acquiescenza infantile, timorosa e kantianamente immatura.

            Sia chiaro: non è qui, e nemmeno nel testo di Borghi, in gioco la complessa, contraddittoria e niente affatto ovvia storia delle fondamenta teologico-esegetiche della dottrina cattolica sulla morale sessuale, la famiglia e la procreazione. Non è affare della psicologia interrogarsi su cosa abbiano “veramente detto” Cristo e le sue Chiese circa l’omosessualità. Anche se di vivo interesse per la psicologia (per la sociologia e l’antropologia) è lo studio dei processi emotivo-cognitivo e socio-culturali che hanno portato differenti commenti culturali (inclusi quelli di matrice religiosa) a proporre determinate concezioni/prescrizioni circa la sessualità umana, la costruzione dei legami di coppia e coniugali, le forme di discriminazione/persecuzione delle “diversità-alterità” (di sesso, genere e struttura famigliare).

            Qui però, nell’orizzonte delle testimonianze che Lidia Borghi ci riporta e che con notevole abilità sa  far parlare, è in gioco e a tema il problema di come poter essere di aiuto a persone che si trovano a vivere un conflitto psicologico legato proprio ad alcuni dei commenti culturali presenti nel loro stesso orizzonte concettuale. Nella consapevolezza, scientificamente supportata, che l’infedeltà al proprio sentire è quasi sempre causa di disagio psicologico anche grave e tale da segnare drammaticamente l’intero percorso esistenziale.

           

            Apparso In “Rivista Italiana di Ipnosi e Psicoterapia Ipnotica”, anno 34, n. 4 nov 2014